Capitolo 7 7

«V-vaf-fanculo!»

Un altro colpo. Le costole cedono come legno marcio.

Il suo ansito contro la mia bocca. L’inciampo del respiro quando sono scivolato dentro di lei.

Lascio cadere il piede di porco. Sbattendo a terra, risuona forte come uno sparo.

Feliks alza un sopracciglio ma non dice nulla.

La spia ansima, schiuma rosata sul mento. Polmone perforato. Presto annegherà nel suo stesso sangue.

Mi accovaccio fino ad arrivare alla sua altezza. «Ultima occasione di morire rendendoti utile.»

In risposta, sputa. Un debole arco di sangue e saliva mi sfiora la guancia.

Espiro e me lo asciugo. «Pessima scelta.»

Il mio coltello gli trova la gola prima ancora che riesca a battere le palpebre. L’acciaio apre la carne: un sorriso rosso e caldo. Lui emette un gorgoglio. Ha un sussulto. Poi si ferma.

E così, proprio così, muore un altro uccellino.

Nell’angolo, sento il raschio degli ingranaggi e il crepitio della fiamma quando Feliks finalmente accende la sigaretta. «Un bel macello», commenta.

«Efficiente», lo correggo.

Ma le mani mi tremano mentre pulisco la lama. Le sue dita, tremanti, mentre le fasciavo il taglio. Il modo in cui rideva: sconsiderata, luminosa, come un fiammifero acceso in un pozzo di petrolio.

Rinfodero il coltello e, con lui, metto via anche quelle distrazioni.

Il sangue si raffredda appiccicoso tra le mie dita mentre accendo una mia sigaretta alla fiamma di Feliks. Ai nostri piedi, il cadavere cola sul linoleum.

Per un istante, ho di nuovo dodici anni e guardo mio padre sventrare un traditore nella nostra cucina. Mia madre ha strofinato il cremisi via dalle fughe per giorni.

«Quelli al gala si stanno lamentando», mi informa Feliks, il fumo che gli si arriccia attorno al volto sfregiato. «Chiedono quando farai il tuo giro.»

Loro. Gli avvoltoi. Quelli che applaudiranno come foche quando stanotte concluderò il mio accordo con i greci. Non capiranno davvero cosa significhi, cosa cambierà, ma applaudiranno e acclameranno lo stesso, come i bravi burattini che sono.

Tiro il fumo nei polmoni finché non bruciano. «Di’ loro di tenersi l’ovazione in piedi per dopo che avrò firmato via la mia vita.»

Lui sbuffa dal naso. «Non sembrare troppo impaziente, brattan.» Batte la cenere dalla sigaretta. «Ho sentito che la tua futura sposa ha le zanne.»

«Non le hanno forse tutte.» La brace tra le mie dita pulsa come una stella morente. «Anche la prima ragazza Makris le aveva. Guarda a cosa le è servito.»

Qualcosa guizza dietro il suo occhio lattiginoso. «Leander sta finendo le figlie di riserva.»

Il mio polso perde un colpo. Occhi verdi. Si morde il labbro inferiore quando ribolle di rabbia. Orgasmi come un incendio che prende. E quando geme, è—

La sigaretta si spezza tra le mie dita. Faccio una smorfia, poi la lascio cadere e la schiaccio sotto il tacco. «Non tengo il conto della loro cucciolata. Per quanto mi riguarda, una vale l’altra.»

Comincio a riabbassarmi le maniche, rimettendomi a posto i capelli all’indietro. Cammino su una linea sottile tra l’ombra e la luce del sole, e i civili al gala riescono a sopportare solo una certa dose di oscurità prima di ritrarsi spaventati. Meglio mantenere tutto ben chiuso e composto.

Eppure, anche quando sono di nuovo ricomposto e Feliks mi ha aiutato a rimettermi la giacca dell’abito, mi sento sporco.

Ho bisogno di una doccia. Bollente. Per levarmi di dosso questa puzza di sudore di paura e colonia da quattro soldi.

«Leander probabilmente sta dando di matto», osservo.

«Oh, lascia pure che quel vecchio bastardo se la prenda. È solo una diva; vuole sempre essere vezzeggiato, viziato e scopato per bene.» Feliks esplode in una risata secca. «Ai greci piacciono proprio le loro belle bugie. Fiori. Champagne. Una sposa vergine.»

«Allora mettimi un fiocco in testa», borbotto. «Anche se non sono una cazzo di vergine.»

Sono quanto di più lontano ci sia da una vergine. Ma stanotte è stato diverso. Stanotte, affondare dentro di lei, sentirla stringersi e pulsare attorno a me, mi ha portato via qualcosa che non avevo mai dato a nessuno prima.

«Sasha...»

Feliks mi afferra il braccio mentre mi volto. Per un attimo, non siamo pakhan e soldat. Siamo solo due ragazzi feroci che si sono fatti strada fuori dall’inferno con le unghie.

«Ultima occasione per scappare, fratello», mi dice. «Dopo questo non si torna più indietro.»

Ancora una volta, lei mi balena dietro le palpebre. Trattenendo i gemiti. Aggrappata alle mie spalle. Mi sconvolgeva. Mi distruggeva.

Ma il sentimentalismo è un lusso da ssyklo.

Mi libero dalla sua presa. «Lo sai bene quanto me che non saremmo mai tornati indietro.»

Fee sospira davanti all’evidenza di quella verità. Poi fa un cenno col mento verso il corpo ormai freddo che ciondola nelle fascette. «Bruciamo tutto?»

Mi guardo attorno. Il posto non vale niente: solo un altro guscio senz’anima in una città piena di posti così. «No. Sbarazzati del corpo, ripulisci la cucina, ma lascia l’edificio com’era.»

Annuisce, cupamente soddisfatto. È una strana particolarità di questo mio migliore amico: sventra gli sconosciuti come pesci appena pescati, ma tratta i cadaveri con una tenerezza quasi assurda. Forse sta cercando di espiare in qualche modo. Forse è solo maniaco dell’ordine. Non gliel’ho mai chiesto e lui non si è mai offerto di spiegarmelo.

In ogni caso, gli volto le spalle ed esco di nuovo nella notte.

Klaus mi riporta al gala; il secondo tragitto è silenzioso quanto il primo, e quando esco dall’auto, è come se non me ne fossi mai andato.

Nel momento in cui metto piede fuori, mi lascio alle spalle Sasha Ozerov, pakhan della Ozerov Bratva, l’uomo che spezza tibie con un piede di porco e si sciacqua il sangue da sotto le unghie.

Qui sono un bastardo freddo e scolpito in un abito Brioni e una cravatta esangue. Qui sono un titano. Qui, io sono—

«Signor Ozerov!» mi saluta un tirapiedi greco senza spina dorsale di cui non ricordo il nome. Indossa un auricolare e stringe una cartellina. «Il signor Makris la sta aspettando. Richiede con urgenza la sua presenza.»

«Ci scommetto», borbotto. «Mi faccia strada.»

Davanti a noi, il Met splende come un gioiello avvelenato. Seta, diamanti e cuori marci. Il lampo dei flash dei paparazzi che mi fotografano getta su tutto una luce inquietante, fluorescente.

L’orologio batte la mezzanotte proprio mentre rientro nella sala da ballo. Come promesso, Leander Makris aspetta accanto alla scultura di ghiaccio con una ragazza vestita di bianco.

Sua figlia. Il mio cappio.

È di spalle. Ricci castani raccolti in fretta in trecce. Collo sottile. Profuma di pesche.

Poi si gira.

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