Capitolo 2 Il bambino abbandonato

Le acque del tempio cantavano sempre quando veniva scelto un bambino.

Le campane rintoccavano dalle alte guglie, le vasche luccicavano d’oro, e una bestia neonata risaliva dagli abissi per incontrare l’anima a cui era legata.

I genitori piangevano d’orgoglio, i sacerdoti proclamavano il destino, e una vita nuova cominciava.

Quando nacqui io, l’acqua rimase muta.

Me lo ricordo solo attraverso i racconti, sussurrati alle mie orecchie come maledizioni. Dicono che l’alto sacerdote mi abbia cullata tra le sue mani dalle dita lunghe, i miei capelli blu appiccicati alla faccina, e mi abbia calata nella vasca sacra. Ogni genitore dei fae aspetta l’ondata di luce. Mia madre trattenne il fiato. Mio padre le strinse la mano. I sacerdoti aspettavano che l’acqua increspasse. Che il dio-bestia scegliesse.

Non arrivò nulla.

Nessuna ala esplose dalla nebbia. Nessuna zampa affiorò artigliando dalla vasca consacrata. L’acqua lambì una volta, due, poi si fermò.

Un silenzio vuoto. Un verdetto.

«Senza legame», sussurrò il sacerdote, con la voce tesa. Mi porse indietro come se la mia pelle lo bruciasse.

I miei genitori non sorrisero. Le labbra di mia madre si serrarono fino a diventare bianche, e la mascella di mio padre si irrigidì. Tutto intorno, le altre famiglie distolsero lo sguardo, come se la vergogna potesse attaccarsi anche a loro.

Quello fu il mio benvenuto nel mondo.

Niente bestia. Niente legame. Solo la macchia del fallimento.

Crescendo mi chiamarono Vuota. Senza Bestia. Maledetta.

Ogni bambino aveva un compagno. Falchi appollaiati sulle spalle, lupi che camminavano ai loro talloni, o volpi che sfrecciavano tra le gambe.

Io? Io camminavo da sola. La mia ombra era la mia unica amica, e persino lei sembrava imbarazzata di starmi accanto.

Gli insulti erano interminabili. Mocciosa senza bestia. Errore del tempio. Figlia della vergogna. I bambini ridevano mentre sussurravano, ma quelle parole tagliavano più degli artigli. Imparai a nascondere le lacrime e ad affilare la lingua, piuttosto. Se mi avessero visto crollare, non avrebbero più smesso.

La scuola era peggio.

A dieci anni, un ragazzo di nome Calren mi spinse con la faccia nel fango, e il suo falco legato in picchiata mi graffiò i libri con gli artigli. Le pagine si strapparono, si impiastricciarono di terra. La classe rise, e persino l’insegnante nascose un sorriso.

«Nessuna bestia che ti protegga», ghignò Calren. «A cosa servi, Tideborn?»

Volevo graffiargli la faccia. Invece strinsi i pugni, mi rialzai e sputai sangue sui suoi stivali.

«A quanto pare non mi serve una bestia per farti vedere quanto valgo», sibilai. Mi colpì così forte che mi si spaccò il labbro.

Quella risata mi rimbomba ancora nelle orecchie.

E non finì lì. I miei compagni mandavano le loro bestie a scattarmi contro i talloni, a cacciarmi dal cortile, a ridurmi in brandelli gli appunti durante le lezioni. Persino i più gentili mi evitavano, perché nessuno voleva farsi vedere con la ragazza maledetta. La solitudine mi si posò nelle ossa come una brina d’inverno, di quelle che non si sciolgono mai.

I miei genitori facevano finta che io non esistessi, a meno che non fosse assolutamente necessario riconoscermi. Papà si annegava nel lavoro della corporazione dei mercanti. Mamma si teneva occupata con le offerte al tempio, come se implorasse il Dio Bestia di cancellare la sua vergogna. In casa mi tolleravano, non mi amavano. Si mangiava in silenzio e i loro occhi non incrociavano mai i miei. Imparai presto a farmi piccola, a prendere gli avanzi quando nessuno guardava e a sparire prima che cominciassero i litigi.

Ci provai una volta, a sette anni, a chiedere a mia madre perché nessuna bestia mi avesse scelta. La sua risposta fu una lama nel cuore.

«Perché non eri degna.»

Dopo, smisi di fare domande.

Ma il mare non mi respingeva mai.

Ogni volta che i bulli diventavano troppo rumorosi, o che la casa mi sembrava troppo vuota, correvo giù per le scogliere fino alla Fauce Azzurra. Il mare si stendeva senza fine e pareva vivo, con le onde che rimbombavano contro la pietra nera. Mi sedevo con le dita dei piedi penzoloni nella risacca, fingendo che mi parlasse. A volte giuravo di sentire dei sussurri nella schiuma, come una ninna nanna che solo io potevo capire.

«Non sei vuota», sembrava dire il mare. «Sei mia.»

L’acqua mi calmava in un modo in cui nessuna bestia, nessun genitore e nessun amico ci era mai riuscito. Il suo fragore copriva il rumore assordante della mia vergogna. Il suo spruzzo mi lavava via le lacrime. Restavo lì per ore, con gli occhiali appannati di sale e i capelli attaccati al viso. Non mi sentivo piccola. Mi sentivo parte di qualcosa di immenso, qualcosa a cui non importava se ero senza bestia.

A dodici anni rischiai di annegare. Era arrivata una tempesta e le onde martellavano le scogliere. Scivolai e rotolai nella risacca. La corrente mi afferrò, trascinandomi giù. I polmoni bruciavano e il petto urlava in cerca d’aria.

Poi… ci fu silenzio. Calma. Aprii gli occhi e scoprii che riuscivo a respirare, solo per un momento. L’acqua si avvolse attorno a me come se mi conoscesse.

Quando riemersi, ansimando sugli scogli, mi misi a ridere. Non perché fosse divertente.

Perché, per la prima volta, mi sentii scelta.

Non da una bestia, non dal tempio, ma dal mare stesso.

Non lo dissi a nessuno. Perché avrei dovuto? I miei genitori lo avrebbero chiamato blasfemia. I bulli avrebbero soltanto trovato nuovo materiale. Così lo tenni per me, in silenzio, come un segreto cucito nelle ossa.

A quindici anni ero diventata bravissima a nascondere le cicatrici. Non solo quelle dei pugni o degli artigli, ma quelle dentro: il promemoria senza fine che ero niente in un mondo dove le bestie definivano ogni cosa. Portavo occhiali crepati che mi scivolavano sul naso, tagliai corti i capelli blu perché le ragazze più grandi dicevano che i miei capelli blu lunghi mi facevano sembrare un topo annegato, e mi portavo addosso le curve come uno scudo che nessuno aveva il permesso di toccare.

Diventai rumorosa, tagliente e sfrontata. Meglio mordere prima che mordessero me. Meglio ridere di me stessa prima che lo facessero loro. La gente non se la prende con l’esaltata che potrebbe darsi fuoco da sola.

Eppure, quando le notti diventavano quiete, restavo sveglia a chiedermelo. Perché io? Perché nessuna bestia? Perché quel silenzio nel tempio?

Il mare aveva le risposte, pensavo. Solo che non ero ancora pronta ad ascoltarle.

La notte prima del mio sedicesimo compleanno sognai l’acqua. Un’acqua scura, infinita. E un grido che riecheggiava negli abissi. Era solo e doloroso, il suono di qualcosa di antico e minuscolo che supplicava di essere trovato.

Quando mi svegliai, giurai che le onde fuori dalla mia finestra stessero sussurrando il mio nome.

~

La maggior parte dei ragazzi riceveva una festa quando compiva sedici anni. Venivano celebrati con regali e cerimonie, con il futuro spalancato davanti.

I miei genitori si dimenticarono del mio compleanno. O forse se lo ricordarono e decisero che non valeva la pena nominarlo.

Sgusciai fuori prima dell’alba, scendendo lungo le scogliere verso la Fauce Azzurra. Il mare era calmo e la superficie, alla luce della luna, era d’argento, come se mi stesse aspettando. Il cuore mi batteva in modo stranamente violento, e a ogni passo mi tornava addosso lo stesso grido che sognavo da settimane… un lamento disperato, stridulo, che non riuscivo a ignorare.

Mi condusse a una fenditura stretta nel fianco della scogliera, seminasconsta da alghe. Mi infilai dentro, con le spalle che strisciavano contro la roccia, finché il suono non si fece più forte. La grotta si allargava, rischiarata da un pallore azzurro di licheni e acqua che gocciolava. E lì, in fondo, qualcosa di piccolo era raggomitolato contro la pietra.

Un cucciolo.

All’inizio pensai fosse una specie di cucciolo appena nato di drago marino. Il corpo brillava di squame argento pallido, e le pinne traslucide tremavano mentre piangeva. Troppo grande per essere un pesce, troppo alieno per essere un lupo o una volpe, troppo strano per appartenere a qualunque cosa io conoscessi. Aprì gli occhi, e il mondo si fermò. Iride nera, bordata di stelle, e galassie che vorticarono in profondità che nessun cucciolo avrebbe dovuto avere.

Avrei dovuto aver paura. Invece mi lasciai cadere in ginocchio.

«Ehi», sussurrai. «Va tutto bene. Ci sono io.»

Il cucciolo inclinò la testa, e una voce tuonò, non ad alta voce, ma dentro il mio cranio.

«Finalmente.»

Trattenni il fiato, arretrando e cadendo. Il cucciolo avanzò carponi, il nasino che mi spingeva la mano. Le squame erano calde e pulsavano, come il battito del cuore dell’oceano stesso.

«Sei venuta.»

«Io… che cosa sei?»

«Tuo. Tu sei mia.»

Quelle parole mi rimbombarono dentro, riempiendo il vuoto che mi portavo addosso da tutta la vita. Appoggiai la fronte sulla sua testolina piccola e crestata, con le lacrime che mi bruciavano negli occhi.

Quando barcollai fino a casa con il cucciolo stretto a me, grondante acqua di mare e gioia, i miei genitori indietreggiarono. Il volto di mia madre si contorse per l’orrore, e la mano di mio padre si serrò sullo stipite della porta come se fosse l’unica cosa che lo tenesse in piedi.

«Che cos’è quella cosa?» sibilò mia madre.

«Il mio legame», dissi senza fiato. «Mi ha scelto. Lo vedete? Mi ha parlato. È mio.»

«Quella non è una bestia», sputò Padre. «È un’abominazione.»

Il cucciolo ringhiò, e il suo corpicino vibrò con la forza di una marea. Gli accarezzai la testa, cercando di calmarlo.

«Non è pericoloso. È solo… diverso. Vi prego, guardatelo…»

«No!» L’urlo di Madre spaccò l’aria. «Hai portato una maledizione in questa casa. Ci condannerai tutti. Portalo fuori. Portate fuori lei.»

Lei. Io.

La verità mi colpì come una lama. Non stavano solo rifiutando il cucciolo. Stavano rifiutando me.

«Va bene.» La voce mi tremava, ma ci infilai dentro dell’acciaio. «Se qui non sono la benvenuta, me ne andrò. Non preoccupatevi, non dovrete più guardarmi in faccia.»

Sbattei la porta alle mie spalle e non mi voltai più.

Le grotte diventarono la mia casa.

Trascinai dentro i anfratti legna portata dalla corrente e coperte rubate, appendendo lanterne ai ganci nella pietra. Di notte il mio cucciolo si raggomitolava contro di me, caldo e presente, e la sua mente sfiorava la mia con parole che capivo solo a metà.

Lo chiamai Kaelthys. Kael, per abbreviare. Gli piaceva quel suono: mi strofinava il muso sulla guancia ogni volta che lo pronunciavo.

Di giorno dovevo comunque sopravvivere. Trovai lavoro alla Siren’s Cup, una taverna sulla spiaggia. Il pavimento era sempre appiccicoso per la birra rovesciata e i tavoli sempre affollati di marinai e domatori di bestie che si scambiavano storie esagerate. Mi pagavano in monete e avanzi di cibo e, se i clienti allungavano le mani, be’… imparavano in fretta che io mordevo.

Di notte, Kael ed io esploravamo il mare. I miei poteri sbocciavano in segreto.

Quando compii diciassette anni, riuscivo a immergermi per mezz’ora senza respirare, intrecciare le correnti intorno a me come nastri e spingermi più veloce di quanto i pesci potessero seguire. L’acqua mi obbediva, si avvolgeva alle mie mani e danzava al mio comando.

E Kael… Kael stava crescendo. Non era più un cucciolo indifeso: il suo corpo si allungava e le sue scaglie si scurivano con riflessi di smeraldo e zaffiro. Le pinne si distendevano come vele e la coda era abbastanza potente da sollevare onde. Quando nuotava accanto a me, mi sentivo invincibile.

«Tu appartieni al mare» mi disse una volta, la sua voce che riecheggiava nella mia mente mentre fluttuavamo sotto la superficie illuminata dalla luna. «Sei mia, come io sono tuo. Il mondo di sopra non ti merita.»

Gli credetti.

La mattina del mio diciottesimo compleanno mi svegliai al fruscio di ali. Un enorme falco dorato era appollaiato all’imboccatura della mia grotta; tra gli artigli stringeva una pergamena sigillata con cera blu. Lo stemma impresso mi fece sobbalzare il cuore: Beast Bond Academy, la prestigiosa scuola per i fae legati alle bestie, impossibile da frequentare.

Strappai il sigillo con le mani che tremavano.

«Per decreto del Primal Accord, con la presente siete invitata a unirvi ai nostri ranghi. Tutte le spese sono state coperte da un anonimo nobile patrono. La frequenza è obbligatoria. Presentatevi immediatamente.»

Fissai quelle parole finché sulla pergamena non divennero sfocate. Io. La ragazza del vuoto. L’emarginata. Invitata all’accademia più prestigiosa del regno.

«Be’» sussurrai, con un sorriso che mi tirava le labbra. «Sembra che il mondo si sia finalmente accorto di noi.»

Kael guizzò con la coda, schizzandomi d’acqua salata. La sua voce rimbombò nella mia mente. «Allora mostriamo loro che cosa si sono persi.»

Risi e spinsi quel poco che possedevo dentro una bisaccia malconcia. La mia vita era stata solo vergogna e ombre, ma adesso…

…adesso la marea stava cambiando.

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