Capitolo 7 Nuova vita
Punto di vista di Aeloria
La tromba delle scale era stretta e sprofondava a spirale, come se stessimo scendendo nel cuore della terra.
La guancia mi pulsava ancora per il processo. Continuavo a tenerci sopra le dita con leggerezza, fingendo che non bruciasse. Kael strisciava accanto a me, con la coda raccolta quel tanto che bastava a non sfiorare i muri di pietra, e ogni tanto le sue pinne mi toccavano la spalla, come per controllare che non fossi svanita.
Il Custode del Vincolo, o Maschera n. 17 della Giornata, per quanto ne sapevo, non si prese neppure la briga di rallentare per noi. Le sue vesti frusciavano come carta irritata. Quando arrivammo in fondo, si fermò così all’improvviso che per poco non gli andai addosso.
Indicò una struttura circolare alta incassata nella parete. Un ascensore dalle lisce porte d’ossidiana, inciso con rune mutevoli. Un piccolo pannello luminoso accanto emetteva un lieve ronzio.
Il Custode del Vincolo si voltò, rigido nella postura, con una voce emozionante quanto un cavolo vecchio lasciato al sole.
«Ci sono quattro scale che conducono a questo luogo» declamò. «A questo ascensore privato si può accedere solo usando il distintivo dell’accademia ed è riservato esclusivamente agli studenti di rango nobiliare. Conduce soltanto al terzo piano.»
Poi, senza nemmeno prendere un secondo respiro, girò bruscamente sui tacchi.
E praticamente scappò via.
Naralia scoppiò in una risata selvaggia e deliziata, abbastanza forte da far riecheggiare la tromba delle scale come una caverna.
«Che stronzo» annunciò. «Detesto i Custodi del Vincolo. Sgattaiolano in giro come topi coperti di gioielli rubati. Un giorno l’Accordo avrà quello che si merita.»
La fissai sbattendo le palpebre. «Che vuoi dire?»
«Oh, dolce agnellina nata dal mare.» Toccò il pannello dell’ascensore, e le porte si aprirono con un sibilo. «Entra. Te lo spiego strada facendo.»
Entrammo nel cilindro di vetro, anche se vetro non era davvero la parola giusta. Si muoveva come liquido, e le pareti diventavano iridescenti quando venivano sfiorate dal bagliore del distintivo sul mio petto. Kael si avvolse con cautela al centro. Naralia fece scattare il polso, passando il distintivo sul pannello runico, e l’ascensore salì con una fluidità tale che il mio stomaco quasi non se ne accorse.
Naralia si avvicinò, e la sua voce scese in quel tono pericolosamente casuale che usava quando qualcuno stava per pentirsi di essere ancora vivo.
«Le Casate e l’Accordo sono in contrasto da decenni» disse. «Anche da più tempo, a dire il vero. Ma le cose si sono… aggravate.»
Inclinai la testa. «Per via delle incursioni dei tritoni?»
«Per quello, e per altre sparizioni» mormorò. «Individui di rango mitico. Persone come te. Persone che il Motore della Divinità ha segnalato come troppo potenti per essere controllate. Sono morti tutti.» Fece una pausa. «O sono svaniti.»
Il sangue prese a pulsarmi più forte. «Pensi che sia stato l’Accordo?»
«Lo so che sono stati loro.» La sua mascella si tese. «Quello che non riesco a provare è come.»
Kael sfiorò con delicatezza la mia mente. «Fa’ attenzione con una simile conoscenza.»
«Me lo tengo da parte per dopo» sussurrai in risposta, più che altro a me stessa.
Naralia si raddrizzò mentre le porte si aprivano su un lungo corridoio di pietra lucidata, venata d’oro. Gli studenti nobili fluttuavano nello spazio come pavoni costosi e annoiati. Indossavano uniformi rifinite con cuciture impeccabili, e le loro bestie gli camminavano ai talloni o stavano appollaiate sulle spalle. Ogni paio d’occhi si fissò all’istante su di noi.
Su di me.
Il distintivo della galassia sul mio petto pulsò. Qualcuno bisbigliò. Qualcuno si tirò le bestie più vicino. Una ragazza inciampò nei propri piedi.
Naralia batté le mani con tanta forza che il corridoio piombò in un silenzio di tomba.
«Oh, amori miei,» cantilenò, «fate pure una foto. Dura più a lungo che sbavare.»
Qualcuno emise uno squittio. Io per poco non mi strozzai dal ridere. Dei, adoravo quella donna. Attraversammo il corridoio come se ci appartenesse. A Naralia apparteneva di certo. Imitai la sua postura, lasciando che la sua sicurezza mi si solidificasse lungo la spina dorsale.
Arrivammo davanti a una porta di legno curvo, intagliata con lupi in salto e uno stemma che riconobbi: il sigillo Fangclaw. Naralia la sbloccò con il suo distintivo e la spinse.
E mi cascò la mascella.
«Questa è… la mia stanza?» sussurrai.
Era… un palazzo. Senza esagerare. Un’enorme suite con quattro camere da letto, soffitti a volta, lanterne fluttuanti che scivolavano pigre sopra la testa, e finestre incantate che mostravano una vista panoramica dell’intera accademia.
C’era un vero salotto, con un divano a mezzaluna abbastanza grande da far sdraiare un’intera casata nobile. Una vasca incassata che avrebbe potuto contenere Nymera e Kael. Un angolo cottura rifornito di stoviglie di cristallo e credenze incantate che probabilmente bisbigliavano ricette appena le sfioravi. Pareti scolpite di rune che diffondevano nell’aria un tepore sommesso, vibrante.
Mi si strinse la gola. Avevo vissuto in grotte e in una stanzetta-ripostiglio sopra una taverna sulla spiaggia. Quello sembrava uno scherzo di un dio generoso.
«È folle,» mormorai. «Naralia, io non posso…»
«Oh, taci,» disse lei, liquidando il mio sgomento con un colpo di polso. «Gli alloggi d’élite servono a coccolare i forti. E tu, ragazza mia, sei la cosa più forte che abbia varcato questi corridoi dai tempi della Prima Bestia.»
Mi avvicinai alla camera che indicò — la mia camera — ed entrai in un rifugio di azzurri e argenti morbidi. Il letto era enorme, coperto da coperte di velluto e colmo di cuscini. Un armadio intagliato scintillava nell’angolo, con un bagliore tenue, come se avesse fame di vestiti.
Naralia mi osservò mentre disfacevo la mia minuscola pila di cose: un vestito di ricambio, due paia di jeans, qualche maglietta, una spazzola per capelli crepata, il mio diario di pelle malconcio e la mia bussola.
Le si spalancò davvero la bocca.
«Così non va,» dichiarò. «È offensivo per i miei occhi. Per gli occhi di Kael. Per gli occhi dell’universo.»
Kael sbuffò dalla soglia. «Ha ragione.»
Lo fulminai con lo sguardo. «Ho quello che mi serve.»
«Hai il minimo indispensabile che potrebbe possedere un eremita annegato,» mi corresse Naralia, asciutta. «Dobbiamo andare a fare shopping, amore mio. Subito. La scuola non inizia ufficialmente fino a lunedì, il che significa che abbiamo tutto il fine settimana. Ti farò vedere la capitale, i mercati migliori, le arene d’addestramento e le torri di lettura private. E dopo, ti prenderai un guardaroba come si deve. Uno che non mi faccia piangere.»
Mi coprii il viso. «Che gli dèi mi aiutino.»
Nymera entrò silenziosa, annusò i cuscini e poi si spaparanzò sul tappeto del salotto come se fosse casa sua. I suoi occhi dorati guizzarono verso Kael.
Una vibrazione bassa riempì l’aria. Stavano parlando da mente a mente.
Kael sollevò il capo e disse, tronfio: «Nymera mi vuole bene.»
«Non ho mai detto che non sarebbe successo» borbottai.
Naralia si pavoneggiò. «Certo che gli vuole bene. È un Leviatano. Ha gusto.»
«Dice che hai bisogno di riposare» tradusse Kael.
Nymera agitò la coda in segno di conferma.
«Sto bene» mentii.
Naralia inarcò un sopracciglio. «Ti sta uscendo sangue dalla faccia.»
«Oh.» Mi toccai la guancia. «Giusto.»
Kael si avvolse attorno a me, spingendomi con il muso contro l’anca, come a indirizzarmi verso il letto. «Riposa. Poi esploriamo.»
Mi sedetti sul bordo del materasso. Era come sprofondare in una nuvola. Il mio corpo cedette, sollevato. Non mi distesi; non ero pronta a restare sdraiata e vulnerabile in mezzo a un territorio nuovo, ma allungai le gambe e respirai davvero per la prima volta dalla prova.
Naralia si lasciò cadere sul divano con la grazia di un gatto che ozia. «Lascia che ti parli di Casa Fangclaw» disse, battendo la mano sul cuscino accanto a sé.
Mi avvicinai a passi lenti, con la curiosità che aveva la meglio. «C’è altro oltre ai lupi?»
«Oh, tesoro.» Sorrise. «Noi non siamo solo lupi. Siamo predatori con un buon merito creditizio. La mia Casa alleva leader, guerrieri e strateghi. I figli dei Fangclaw crescono con artigli affilati, lingue affilate e aspettative ancora più affilate. Chiunque pensi di poterti mettere i piedi in testa, adesso…» I suoi occhi si fecero gelidi. «…sta per imparare esattamente perché il mondo teme i nostri stendardi.»
La coda di Kael ondeggiò pigra sul pavimento. «È pericolosa. Mi piace.»
«Smettila di farti piacere tutti» gli dissi.
«Non tutti. Solo lei.»
Naralia scoppiò in una risata sguaiata.
Parlammo a lungo: delle Case, della politica, del fiasco che era Calren Stormwing, delle ossessioni del Patto Primordiale e del labirinto di segreti dell’accademia. Dipinse Thalyssra con colori più luminosi e più cupi di quanto avessi mai visto.
E ogni dettaglio lo riposi con cura nella mia mente. Perché era evidente che qualcuno stesse cercando di cancellare i Mythic. Perché qualcuno voleva mettere a tacere il mare. Perché qualcuno aveva paura di persone come me.
Alla fine Naralia si alzò e batté le mani. «Basta malinconia. Festeggiamo la tua sopravvivenza. Festeggiamo il tuo arrivo. E domani ti compriamo dei vestiti che non sembrino quelli con cui sei stata trascinata a riva.»
Incrociai le braccia. «I miei vestiti vanno benissimo.»
«Non vanno benissimo» mi corresse. «Sono tragici. Sono un affronto. Sono un crimine. Verranno bruciati.»
«Possiamo non bruciare le mie cose» dissi, «almeno per ventiquattr’ore?»
Nymera sbuffò, come per dire che era d’accordo.
Kael si arrotolò sul pavimento, vicino ai miei piedi. «Riposa, Aeloria. Per favore.»
Non aveva mai usato la parola “per favore”, prima.
E quello mi spezzò.
Mi lasciai scivolare di nuovo sui cuscini ed espirai, la tensione che si scioglieva come una corda che si stacca di colpo dall’albero maestro. Le palpebre mi si abbassarono. C’era calore ovunque: la furia protettiva di Naralia, l’antica pazienza di Kael e l’approvazione brontolante di Nymera.
Non ero più vuota. Non un’emarginata. Non sola.
Per la prima volta in vita mia, mi sembrò di avere delle persone. Persone pericolose, rumorose, ridicole… ma mie.
Naralia abbassò le luci con un colpo di dita. «Dormi, nipote. Domani conquistiamo il mondo.»
Kael posò la sua mente sulla mia, lieve come una marea che bacia la sabbia. «Domani,» riecheggiò. «Faremo sì che quest’accademia impari il tuo nome.»
Sorrisi contro i cuscini, e un calore mi si avvolse nel petto.
«Bene,» sussurrai. «Cominciamo ad affogare tutti i problemi.»
Il sonno mi prese come il mare.
E il mondo, fuori dalla mia porta, continuò a bisbigliare della ragazza con il distintivo della galassia.
~
Punto di vista di Calren Stormwing
Non riuscivo a togliermi quella cazzo di ragazza dalla testa.
Il che era ridicolo e dannatamente irritante. Anzi, esasperante. Dannazione.
Io ero Calren Stormwing, erede di Casa Talonstrike, classificato Platino da quando avevo quindici anni, spezza-cuori, spezza-record, spezza… be’, praticamente tutto, tranne la capacità di concentrarmi su qualunque divinità avesse messo in grembo a me quella maledetta bruna che in quel momento mi si spalmava addosso, mezza nuda.
Mi premette le labbra sul collo e mi trascinò le unghie sul petto. Di solito bastava quello a farmi partire. Diavolo, di solito bastava che si facesse vedere.
Invece niente. Neppure una scintilla. Nemmeno un sussulto. Nemmeno un filo d’interesse. Il mio cazzo se ne stava lì tranquillo nei pantaloni.
Perché tutto quello che riuscivo a sentire era il suo odore.
Quella ragazza con la bestia più grossa di una carrozza. Quella che si era nascosta dietro il suo… drago marino, come se fosse uscita da una profezia sussurrata a metà. Sangue sulla guancia, occhiali crepati e un potere selvaggio che le ronzava attorno.
Mi era sembrata così familiare. Non riuscivo a capire perché. E quell’aroma… rose e mare. Sale e dolcezza. Acqua tiepida d’estate su pietra baciata dal sole.
Mi si attorcigliava nei pensieri come un amo che affonda.
Zephyros si mosse sul suo trespolo vicino alla finestra, le piume frusciarono. «Sai cosa significa, ragazzo.»
Aggrottai lo sguardo. «Non cominciare.»
«Compagna,» disse lui semplicemente, come se stesse enunciando l’ovvio.
Mi passai una mano fra i capelli. «No. Assolutamente no. Non la conosco nemmeno. Le ho visto a malapena la faccia.»
«Il tuo naso lo sa. E anche il mio.»
La bruna gemette piano e si strinse di più a me, cercando attenzioni. Io non sentii niente. Niente, se non irritazione.
E un bisogno schiacciante, furioso, di ritrovare quella ragazza.
Mi alzai così di scatto che la bruna rotolò giù dalle mie gambe con uno strillo indignato. «Fuori.»
Lei sbuffò, sputando parole. «Calren, ma che diavolo?»
«Ho detto fuori.»
Zephyros spalancò le ali, e da lui rotolò una soddisfazione quasi palpabile. «Vai a cercarla.»
Serrrai la mascella.
«Oh, lo farò,» borbottai.
E che gli dèi l’aiutino, perché stavo già perdendo la testa.
