Capitolo 8 Courtyard Collision
Punto di vista di Aeloria
Una luce soffusa filtrava attraverso le tende incantate quando mi svegliai con qualcuno che mi picchiettava sulla fronte. Non piano. Non con dolcezza. Come se stesse cercando di bussarmi sul cranio.
«Aeloria», cantilenò Naralia, fin troppo sveglia e allegra per quell’ora. «Alzati, splendi e diventa irresistibile.»
Gemetti e mi tirai la coperta sopra la testa. «No.»
«Sì.»
Ora picchiettò sulla coperta. «C’è il tè che aspetta. La colazione che aspetta. Lo shopping che aspetta. Vestiti che non somigliano a alghe buttate via che aspettano.»
Sbucai fuori con un occhio solo. «Sei rumorosa.»
«E tu sei lenta. Su, tesoro.»
Mi misi seduta e mi strofinai via il sonno dagli occhi. Kael sollevò la testa da dove si era avvolto mezzo sotto al mio letto, come un serpentone d’acqua incredibilmente compiaciuto e saggio.
«Hai dormito profondamente», disse, e la sua mente sfiorò la mia con un’onda calda. «Bene.»
«Mi hai guardata mentre dormivo?» chiesi.
«Sì.»
Naralia batté le mani. «Adorabile. Ora vestiamoci.»
Scivolai giù dal letto e andai verso l’armadio. Lì dentro era tutto vuoto, ovviamente; tutto il mio guardaroba stava in un unico, patetico fagotto. Tirai fuori il mio vestito di scorta, un semplice abito di cotone color blu mare che con quell’umidità mi si appiccicava addosso.
Naralia lo fissò inorridita. «Oh, assolutamente no.»
«Fuori fa caldo», protestai sulla difensiva. «Ed è la cosa più carina che possiedo.»
«Sciocchezze.» Mi girò attorno. «Rimedieremo. Ma per ora, può andare.» Poi si fermò, gli occhi che si assottigliavano. «Perché hai i capelli corti?»
Un nodo mi si strinse nello stomaco. Abbassai lo sguardo sul pavimento. «Perché le ragazze me li tiravano. E dicevano che sembravo un topo annegato.»
L’aria attorno a Naralia cambiò e si scaldò, come una tempesta che cuoce.
«Chi?» chiese, con una voce tagliente come lame.
«Non importa.»
«Importa a me», ringhiò.
Kael aggiunse: «Importa anche a me.»
Deglutii. «Erano tutti. Tutte. Sempre. Li ho tagliati perché era più facile.»
Naralia fece un passo più vicino, e la sua espressione si addolcì in qualcosa che non aveva nulla a che vedere con la sua furia.
«Vieni qui.»
Obbedii, incerta.
Posò entrambe le mani ai lati della mia testa, facendole scorrere con delicatezza tra i miei capelli corti. Dalle sue palme si diffuse un bagliore caldo e dorato, che scivolò come miele lungo ogni ciocca. E poi...
I miei capelli caddero.
Ora erano lunghi, folti e pesanti, mi sfioravano la parte bassa della schiena e si arricciavano in onde azzurre e scintillanti. Sembrava che la spuma del mare fosse stata incantata e trasformata in seta.
«Naralia…» La voce mi si spezzò.
Lei mi prese il viso tra le mani. «Non hai mai meritato di sentirti piccola.»
Mi bruciarono gli occhi. Quando si fece indietro, schioccò le dita verso i miei occhiali incrinati. Si ripararono all’istante, lucidi e perfetti.
«Adesso prova la tua faccia», ordinò con un sorriso, porgendomi il piccolo astuccio di cosmetici che mi aveva rifilato la sera prima.
Buttai fuori il respiro in modo tremante e mi avvicinai allo specchio. Per un attimo non riuscii a fare altro che fissarmi.
I lunghi capelli blu. Gli occhiali lisci. Le lentiggini sulle guance. Il seno troppo grande a malapena contenuto nel vestito. Il morbido arrotondarsi dei fianchi sotto la stoffa. Il potere che ronzava sotto la pelle. Odiavo le mie curve. Ugh.
Sussurrai: «Grazie».
Naralia mi strinse la spalla. «Truccati, tesoro. Solo un tocco. Valorizzare, non camuffare.»
Inspirai e mi misi un po’ di mascara, una passata di lucidalabbra e il mio eyeliner a virgola inconfondibile, quello affilato che, se scattato nel modo giusto, potrebbe ammazzare un dio.
Naralia fece le fusa. «Sei assolutamente da mangiare.»
Kael intervenne: «Approvo.»
«Tu approvi tutto ciò che mangia o morde», borbottai.
«Non è vero», disse lui, «ma aiuta.»
Facemmo una colazione veloce con panini al vapore ripieni di crema dolce e bevemmo tè alla lavanda che sapeva di vento estivo. Poi Naralia afferrò il mantello, spalancò la porta d’ingresso e annunciò: «Vieni, creatura gloriosa! Andiamo a fare shopping.»
Sbuffai ma la seguii, e Kael si trascinò dietro di noi come un’ombra con troppa personalità. Nymera avanzava regale, senza una preoccupazione al mondo.
La passeggiata attraverso il campus ci portò verso l’enorme struttura a cupola che si innalzava in lontananza.
«Le Scuderie dell’Accademia», disse Naralia, indicando con un gesto teatrale. «Dove le bestie riposano, si allenano e spettegolano... non negarlo, Nymera.»
La leonessa sbuffò.
I Terreni delle Scuderie erano immensi. C’erano diversi acri di territorio misto, coltivati in biomi differenti. Ogni recinto era separato da pareti di interdizione luccicanti che parevano acqua sospesa nell’aria.
Ci avvicinammo al primo habitat: una fitta radura di foresta, con alberi altissimi e pietre bordate di muschio. Lupi, tigri, perfino un colossale alce-bestia con corna d’oro vagavano pigramente.
Sulla destra si estendeva un terreno vulcanico di ossidiana spaccata e pozze di magma luminoso. Draghi di fuoco serpeggiavano lì dentro, le ali tremolanti come vetrate.
Più oltre c’era un deserto, con dune che scintillavano di calore illusorio, dove serpenti e leoni squamosi prendevano il sole come nobiltà devota al sole.
E poi... Poi arrivammo ai recinti d’acqua.
L’acqua salata si apriva in una laguna enorme. Cupole di corallo brillavano sotto la superficie. Un delfino schioccava allegro mentre, poco lontano, uno squalo scivolava pigro, la pinna che fendeva l’acqua emergendo. Una manta gigantesca planava lungo il fondo sabbioso.
Il petto di Kael vibrò di gioia. «Questo è mio.»
Una targa accanto all’habitat recitava: Spazio Riservato al Leviathan, Alta Sicurezza.
La barriera scintillò e si aprì per lui come in un inchino. Kael scivolò dentro con uno spruzzo, le sue spire dissolvendosi in una forma snella ed eterea sotto l’acqua. Sfrecciò tra i coralli come una creatura nata per quello.
Naralia sorrise. «Bene. Si merita uno spazio tutto suo.»
Nymera entrò nell’area di prateria, si stiracchiò con voluttà e poi si accucciò sotto un albero.
«Ora», disse Naralia, battendo le mani. «Lasciamoli al loro momento di gioco. Ci aspetta una carrozza automatica.»
Ci voltammo verso un lungo sentiero che conduceva al punto di trasporto dell’Accademia. Il sole del mattino mi scaldava le spalle. Gli uccelli cantavano sopra di noi. Era pacifico...
Finché non cominciarono le urla. Be’. Non urla. Più che altro strilli. E lo sbattere di ali. E poi...
«EHI! RAGAZZA DAI CAPELLI BLU! ASPETTA!»
Mi si gelò lo stomaco.
Le spalle di Naralia sobbalzarono per le risate. «Oh, cielo. Disastro in arrivo.»
Accelerai il passo. Molto.
Kael mi sfiorò la mente. «È il ragazzo-falco.»
«Non chiamarlo così,» sibilai.
«Puzza di piume e confusione.»
«È piume e confusione.»
Naralia ridacchiò piano. «Stai accelerando. Che tenera.»
Alle nostre spalle, il fragore di stivali e ali si fece più vicino. Io tenni lo sguardo fisso davanti a me, costringendo le gambe a muoversi come se non fossi tentata di mettermi a correre.
Poi Calren Stormwing comparve quasi scivolando nel campo visivo, ansimante e paonazzo, e il suo falco, Zephyros, planò con un’aria drammatica per posarsi sulla sua spalla.
Naralia si voltò con naturalezza, piazzandosi tra noi. «Possiamo aiutarla, signore?» chiese con dolcezza.
Calren non guardava lei. Fissava dritto me. E le guance mi presero fuoco.
«Ehm,» disse, con una brillantezza disarmante. «Io… eh… io… Ciao.»
Corrugai la fronte. «Che cazzo vuoi, Calren?»
Lui spalancò gli occhi. Letteralmente. «Come fai… come diavolo fai a sapere il mio nome?»
Risi. Risi davvero. «Sul serio non mi riconosci, imbecille?»
Lui mi fissò. Intensamente. Nel suo cranio spesso gli ingranaggi girarono. Piano.
Naralia si sporse, la voce grondante veleno e miele. «Tideborn, ragazzo. Forse questo farà suonare la tua campanella arrogante?»
Calren si immobilizzò. Vidi l’istante esatto in cui il ricordo lo colpì. Il colore gli scomparve dal viso. Poi arrossì. Poi impallidì di nuovo.
«Io…» La voce gli si incrinò. «Tu non puoi… No. Aeloria?»
Lo guardai dritto in faccia e dissi: «Non m’importa se sei il mio compagno. Non rivolgermi mai più la parola.»
Gli cadde la mascella. Sembrava come se l’avessi appena pugnalato nell’anima con una forchetta.
Zephyros stridette qualcosa, furioso. Calren lo ignorò, allungando una mano come se potesse fermarmi con un tocco.
«Aspetta… Aeloria, io…»
«No.» Me ne andai. In fretta. «Crepa di rabbia.»
Naralia mi seguì, ma non prima di passargli addosso uno sguardo lento, letale.
Si avvicinò abbastanza perché solo lui potesse sentirla e mormorò: «Stai attento, ragazzo. Se fai del male a mia nipote, ti inchiodo il cazzo al muro.»
Poi, nello stesso respiro, allegra e solare, aggiunse ad alta voce: «Ti auguro una splendida giornata, caro!»
E gli fece ciao con la mano.
Lasciammo Calren Stormwing lì impalato, come se gli dèi in persona gli avessero mollato uno schiaffo in faccia con la coda di un Leviatano.
Il cuore mi martellava. Le guance bruciavano. Il polso mi sembrava cielo fuso.
Naralia intrecciò il suo braccio al mio. «Prima colazione. Il dramma del compagno dopo.»
Espirai con un tremito. «Lo odio.»
«Perfetto,» disse lei. «Ora andiamo a comprarti un guardaroba così, quando piange, piange ancora più forte.»
Kael emise un mormorio d’approvazione dalla laguna alle nostre spalle.
E io camminai verso la carrozza a mento alto, i capelli che fluivano come seta d’oceano riconquistata.
Ero pronta ad affrontare il mondo che un tempo aveva provato ad annegarmi.
~
Punto di vista di Calren Stormwing
Stavo perdendo la dannata testa.
Aeloria Tideborn. Aeloria dannata Tideborn.
Quella ragazza dai capelli blu con il Leviatano… era lei. La ragazzina ossuta del tempio a cui spruzzavo addosso l’acqua, che spingevo dentro le fontane, e che chiamavo Vuota. La ragazza che tutti tormentavano perché non aveva una bestia.
E adesso? Adesso era di livello mitico, legata a quel maledetto drago marino, e mi guardava come se fossi qualcosa che si era raschiata via dalla suola.
Zephyros si appollaiò sulla ringhiera accanto a me, le piume gonfie d’indignazione pura. «Quante volte ti ho detto di lasciare in pace quella ragazza?» sbottò. «Bambino arrogante. Le tue azioni potrebbero averti fatto perdere la tua anima gemella.»
Sbattei il pugno contro il pilastro di pietra. «Non farmi la predica.»
«Hai bisogno che qualcuno te la faccia. Sei stato crudele. Sei stato stupido. E adesso lei non vuole più saperne di te.»
Mi sembrava di avere i polmoni troppo piccoli. Il petto, troppo stretto. «Va bene. Se non mi vuole, allora vaffanculo lei.»
«Non funziona così,» sibilò Zephyros. «Hai idea di quanto sia raro trovare un vero compagno legato così presto? Molti fae passano cento anni o più prima che il destino si allinei. Alcuni non trovano mai il loro. E tu…» mi punzecchiò la mente come un artiglio «…tu l’hai trattata come spazzatura.»
Mi misi a camminare su e giù nel cortile come una bestia in gabbia. Gli studenti fissavano e poi si dileguavano. Bene. Che lo facessero. Mi mancavano due secondi per dare fuoco all’intero cortile, pur di smettere di sentire qualunque cosa.
«Calren!» La sua voce mi colpì come un mal di testa.
Ovvio. La mora. La ragazza che aveva passato l’intera notte in grembo a me mentre non riuscivo a strappare al mio corpo una singola, maledetta reazione.
Corse verso di me con le tette che sobbalzavano come se fossero incantate per massimizzare il colpo di frusta, e le sue due amiche, altrettanto cinguettanti, svolazzavano dietro di lei.
«Calren, aspetta, ti prego!» chiamò.
Mi voltai, irritato. «Che vuoi?»
Pianto, si piazzò le mani sui fianchi, ansimando. «Voglio una dannata spiegazione, Calren! Perché diavolo stavi rincorrendo quel topo dai capelli blu per tutto il cortile? E che cazzo è successo ieri notte? Tu non ti comporti mai così.»
Dietro di lei le amiche incrociarono le braccia, come un coro di piccioni giudicanti.
Zephyros emise un suono basso, disgustato. «Rifiutala. Subito.»
Lo ignorai e mi imposi un respiro. Non volevo quella conversazione. Non volevo lei. Non volevo niente, tranne…
No. No, assolutamente no.
«Senti,» dissi, passandomi una mano sul viso. «Mi dispiace. Sono solo stressato per l’inizio della scuola. È tutto un casino, in questo momento. Mi sto comportando in modo strano, tutto qui.»
Lei si addolcì immediatamente, perché certo che lo fece. Le passai un braccio intorno alle spalle, sforzandomi di non ritrarmi.
«Non è niente, piccola,» aggiunsi, con una voce liscia e vuota. «Sto bene.»
Lei si illuminò, si alzò sulle punte e mi baciò. Provai—dei, quanto provai—a sentire qualcosa. Desiderio. Calore.
Niente. Neanche un fremito.
Sorrise. «Sono contenta che sia tutto a posto.»
Ci incamminammo verso i dormitori, con lei aggrappata a me come muschio ornamentale. Io feci una smorfia per tutto il tragitto.
Zephyros piombò giù in volo e atterrò sulla mia spalla con un tonfo secco. «Bugiardo.»
«Taci,» mormorai tra me e me.
«Lei è la tua compagna,» insisté Zephyros. «Scappare non cambierà le cose.»
Strinsi la mascella. «Non mi vuole, Zeph. E io non inseguo NESSUNA cazzo di ragazza, anche se fosse la mia compagna.»
Il suo silenzio fu più freddo di una tempesta.
