CAPITOLO 1

Punto di vista di Leo

«Non può essere vero», borbottai, fissando il modulo che tenevo in mano.

Ogni omega e ogni alpha, una volta compiuti i diciott’anni, dovrebbero avere un compagno destinato.

Ma proprio quando mi ero diplomato al liceo e mi stavo preparando a fare domanda per l’università dei miei sogni, nella cassetta della posta arrivò una lettera. Diceva che avrei dovuto frequentare la Moon’s Mate University, un’università da sogno per gli alpha, visto che lì potevano scegliere qualsiasi omega e farlo proprio.

Quello era il vero scopo dell’università. Oltre a istruire gli studenti, organizzava anche attività in cui gli alpha potevano reclamare gli omega. Il modulo che avevo in mano dichiarava che ero stato invitato a frequentarla. Entrarci era quasi impossibile, eppure ogni omega sognava di andarci, perché era lì che studiavano gli alpha ricchi e potenti, ed era lì che cercavano il loro omega “perfetto”.

E io ero lì. Non avevo nemmeno fatto domanda e non avevo alcuna intenzione di andarci. Quindi perché mi avevano mandato un invito?

«Che succede? Cos’è quella lettera che hai in mano, fratello?» risuonò alle mie spalle una voce irritante. Ovviamente era Zoha, il mio cosiddetto fratellastro.

Zoha aveva la mia stessa età, ma era il figlio della domestica, il risultato del piccolo “divertimento” di nostro padre. È così che quel pezzo di spazzatura era venuto al mondo.

Aveva i capelli bianchi, gli occhi grigi, una corporatura minuta e un viso innocente, l’esatto opposto della sua vera personalità.

Io, invece, avevo i capelli rosso ciliegia proprio come il mio cosiddetto padre, ma a differenza sua, io ero bello. Mentre lo pensavo, notai che Zoha stringeva in mano lo stesso modulo che avevo io.

Anche lui notò il mio. I suoi occhi si tinsero all’istante di rosso e la sua espressione falsa si incrinò. Cercò di strapparmi il foglio, ma come se gliel’avessi permesso.

«Che diavolo credi di fare?» sbottai.

«Come fai ad avere il modulo di ammissione della Moon’s Mate University?»

«Zoha, non è un modulo di ammissione. È un invito. Per me», dissi freddamente. Lui aveva fatto domanda ed era stato accettato. Io, invece, ero stato invitato.

Il suo sguardo si fece più cupo. Proprio in quel momento, nostro padre entrò con un omega aggrappato al braccio. La madre di Zoha.

«Che sta succedendo qui?» chiese nostro padre.

Gli occhi di Zoha si riempirono di lacrime mentre correva da lui e lo abbracciava. Frignone.

«Che è successo, Zoha mio? Chi ti ha fatto piangere?» Gli occhi di nostro padre si piantarono su di me come lame.

Alzai gli occhi al cielo e incrociai le braccia al petto. Anche l’omega al suo fianco mi lanciò un’occhiata carica di odio, il volto pieno di disgusto. Come se io non provassi lo stesso per lui.

«Padre, sai che avevo fatto domanda alla Moon’s Mate University. Ma Leo mi ha copiato! E quando gliel’ho chiesto, mi ha preso in giro dicendo che aveva ricevuto un invito da loro», si lamentò Zoha. Ovviamente, a quel punto le lacrime erano già sparite.

Potevo vedere la furia negli occhi sia di nostro padre sia del suo omega.

«Leo! Non ti vergogni di fare una cosa del genere?» tuonò nostro padre.

«Con permesso, padre, che cosa avrei fatto esattamente? Lui voleva andare in quell’università, bene. Ma io non ho mai fatto domanda. Mi hanno mandato loro l’invito. In che modo sarebbe colpa mia?» ribattei.

Ma sapevo che non aveva importanza. Come sempre, a nostro padre interessavano solo Zoha e il suo omega. Io non ero niente.

Quell’omega si agganciò al braccio di Padre e mi rivolse un ghigno. «Leo, dovresti rifiutare quell’invito per tuo fratello. Non puoi fare almeno questo per lui?»

«Eh? E perché dovrei? Solo perché lui vuole andarci non significa che io debba buttare via la mia occasione» risposi.

Ovviamente non gli piacque il mio tono. Non ero sempre stato così. Per anni ero stato il figlio obbediente che non alzava mai la voce. Ma il giorno in cui tentarono di portarmi via il bracciale di mia madre, cambiai. Da quel giorno giurai che avrei protetto ciò che era mio, senza esitazione.

«Leo, come ti permetti di parlare così a tua madre? Ha ragione lui. Devi sacrificarti per Zoha» ringhiò Padre.

Feci un passo avanti, incrociando il suo sguardo senza abbassarlo.

«Io a quell’università ci vado, in qualunque modo. Vediamo chi riesce a fermarmi. Perché se non ci vado, mi chiederanno il motivo, e tu non vuoi che io dica loro che mi hai costretto a sacrificarmi per il mio fratellastro.»

Certo, stavo bluffando. Un’università come Moon’s Mate non si sarebbe certo messa a controllare. Ma il punto debole di Padre era sempre stato il suo orgoglio. La sua reputazione. E adesso il gioco era in mano mia.

Padre tacque, anche mentre Zoha e il suo omega cercavano di provocarlo ancora. Ma non si mosse di un millimetro.

Stringendo il modulo, mi voltai sui tacchi e andai nella mia stanza.

Dentro, chiusi a chiave la porta, tirai fuori le borse e iniziai a preparare i bagagli. L’università apriva domani.

Non sapevo cosa mi aspettasse lì, ma qualsiasi cosa fosse, l’avrei affrontata.

Dopo aver messo via tutto, mi lasciai cadere sul letto e mi addormentai nell’istante stesso in cui la testa toccò il cuscino.

La mattina dopo, all’alba, mi svegliai, mi vestii e uscii con i bagagli. Nel corridoio c’erano Zoha e sua madre, con le loro borse pronte anche loro.

Fantastico. Appena alzato, dovevo già vedere quelle facce da iella.

«Quindi ci vai davvero?» chiese Zoha, con un sorriso strano sulle labbra.

«Già. Ci vado.» Ricambiai il sorriso.

Proprio in quel momento comparve Padre. Ovviamente era lì per salutare Zoha. Si misero a piangere, a stringersi, recitando quella loro patetica scenetta d’amore familiare.

Io, invece, feci cenno ai domestici di portare fuori i miei bagagli. E senza voltarmi, me ne andai.

I domestici caricarono i miei bagagli in macchina e io mi infilai dentro. Non avevo nessuna intenzione di salutare qualcuno.

«Parti» ordinai. L’autista obbedì e io rivolsi lo sguardo al finestrino, ignorando tutto il resto.

Nel pomeriggio arrivammo in un altro branco, dove si trovava la Moon’s Mate University. L’auto si fermò davanti ai cancelli imponenti.

Scesi e fui accolto dalla vista di innumerevoli alfa e omega, tutti riuniti per frequentare l’università, o almeno così supposi.

Accidenti. C’è un sacco di gente. Ma come hanno fatto anche solo a scoprire di me, per mandarmi un invito?

«Tutti in fila!» gridò uno dei membri dello staff da un tavolo.

Notai che controllavano i moduli di ammissione prima di far entrare la gente. Visto che non c’era una fila separata per gli studenti invitati, mi accodai, tirando fuori dalla borsa la lettera d’invito. In quell’istante qualcuno mi spinse da dietro e io barcollai in avanti.

La rabbia mi divampò dentro mentre mi voltavo, solo per vedere Zoha che sogghignava.

Capitolo successivo