CAPITOLO 5
Punto di vista di Leo
Zoha era lì, in piedi, con altri due omega accanto a lui. Entrambi avevano un aspetto piuttosto nella media, ma Zoha… perché proprio lui? Dal nulla, era saltato fuori che sarebbe stato il mio compagno di stanza. Tra tutte le persone, doveva essere lui. Non avevo nemmeno voglia di vedere la sua faccia e adesso avrei dovuto viverci insieme.
«Zoha, che ci fai qui?»
Alle mie parole ghignò. Non dirmi che… era questo il suo piano fin dall’inizio? Aveva tramato solo per finire in stanza con me, perché non sopportava vedermi in pace?
«Fratello Leo, non sei felice di vedermi qui? Io ero così emozionato all’idea che saremmo stati compagni di stanza, ma perché hai quella faccia?»
Conoscevo il suo giochetto. Zoha fingeva sempre di essere il bravo fratello davanti a tutti, perché sapeva che mi dava sui nervi. E, come sempre, io avrei perso la pazienza, facendo credere alla gente che non mi importasse dei suoi sentimenti. Ma col cavolo che mi sarei mai preoccupato dei suoi sentimenti.
Non stavolta. Gli avrei fatto assaggiare la sua stessa medicina.
«Zoha, sono così felice di vederti che mi sono bloccato e non sapevo come reagire», dissi con voce zuccherosa.
Poi feci un passo avanti e lo tirai in un abbraccio, stringendolo forte, come se volessi schiacciarlo tra le braccia. Lui si dimenò per spingermi via, ma non ci riuscì.
Quando finalmente lo lasciai andare, un sorriso mi si arricciò sulle labbra, mentre il sudore gli colava dalla fronte. Doveva aver sentito quel dolore.
«Che c’è, Zoha? Perché stai impallidendo?» chiesi con il tono più dolce che riuscissi a tirare fuori.
Non rispose; andò soltanto a sedersi sul letto.
Il mio sguardo scivolò sui due omega ancora in piedi. Uno aveva i capelli castani, l’altro neri.
«Ciao, io sono Leo», mi presentai.
Si scambiarono un’occhiata, sorrisero in modo impacciato e non dissero niente.
Va bene. Se non avevano voglia di parlare, non mi sarei sforzato io. La mia attenzione andò ai letti: quattro in totale, sistemati a coppie, uno sotto e uno sopra, collegati da piccole scalette. Su una coppia c’erano già delle cose appoggiate. Solo una branda inferiore era libera. Posai il bagaglio accanto e iniziai a sistemare.
Quando ebbi finito, mi sdraiai sul letto. I due nuovi compagni di stanza continuavano a non rivolgermi la parola, ma sembravano perfettamente a loro agio a chiacchierare con Zoha. Come immaginavo. L’omega dai capelli castani finì nella branda sopra la mia.
Poco importa. Non mi interessava se mi ignoravano. Non è che sarei morto senza le loro chiacchiere.
Poi, però, mi arrivò una zaffata del mio odore. Sudore.
Presi un cambio e mi diressi in bagno. Con mia sorpresa, era notevole: ampio, con una doccia e una vasca abbastanza grande da potermi distendere.
Per prima cosa aprii la doccia, lasciando che l’acqua mi inzuppasse capelli e vestiti finché la pelle non mi si raffreddò. Nel frattempo riempii la vasca. Quando fu pronta, mi ci infilai.
Nel momento in cui l’acqua fredda mi avvolse, fu come il paradiso. Il corpo si rilassò all’istante, come se tutto il peso che mi schiacciava fosse sparito. Per un po’ non dovevo preoccuparmi di niente. Chiusi gli occhi e mi lasciai sprofondare nel sollievo del bagno.
Dopo un po’, finalmente uscii dalla vasca e mi infilai un accappatoio. Una volta indossato, misi la crema idratante su viso, collo e mani. Quando il mio corpo fu abbastanza asciutto, mi cambiai con abiti puliti e uscii dal bagno.
Con mia sorpresa, la stanza era vuota. A quanto pareva, tutti e tre se n’erano andati. Tanto meglio per me, di certo non avrei sprecato i miei pensieri per loro.
Avevo sentito dire che alla Moon’s Mate University non era obbligatoria alcuna uniforme. L’università permetteva agli studenti di indossare quello che volevano. Qui era concesso qualsiasi cosa.
Mi sedetti sul letto, ma proprio in quel momento una suoneria improvvisa squarciò il silenzio. Il suono mi fece sobbalzare; dopotutto ero solo nella stanza, e quello squillo mi rimbombava nelle orecchie in modo strano.
Gli occhi mi corsero intorno finché non si posarono su un cellulare appoggiato sul tavolo.
Perché i miei coinquilini non l’avevano portato con sé? Se l’erano dimenticato?
Oppure… c’era dell’altro?
Mi alzai e mi avvicinai lentamente al tavolo. La chiamata proveniva da un contatto salvato come Tesoro.
Sapevo che avrei dovuto ignorarla, ma il telefono continuava a squillare ancora e ancora. Con i miei coinquilini da nessuna parte, alla fine cedetti e risposi.
«Pronto?»
«Ehi, come va, tesoro mio! … Un momento. Questa non è la voce del mio tesoro. Chi sei?»
«Uh, veramente lui non c’è. Il suo telefono era sul tavolo e continuava a squillare, così ho risposto io. Sono il suo coinquilino.»
Non avevo la minima idea di quale dei tre fosse la persona di cui stava parlando. I due omega non si erano nemmeno presi la briga di dirmi i loro nomi, quindi come avrei potuto sapere di chi fosse il fidanzato?
«Ah, quindi sei il suo coinquilino? Come ti chiami? Hai una voce bellissima, si capisce già solo da quella…»
Nel momento stesso in cui lo sentii, capii subito che ci stava provando con me. Senza pensarci due volte, riattaccai.
Rimisi il telefono sul tavolo e mi voltai, solo per immobilizzarmi.
L’omega dai capelli castani, uno dei miei coinquilini, era fermo sulla soglia a guardarmi.
«Oh, sei qui?» dissi.
Ma la sua espressione mi diceva che c’era qualcosa che non andava. E perché mi stava guardando come se avessi commesso un crimine?
«Che ci facevi con il mio cellulare?» Il suo tono tagliente era un’accusa bella e buona.
«Non stavo facendo niente. Il tuo telefono squillava in continuazione, così ho risposto. Era il tuo ragazzo.»
Appena mi sentì, mi diede una spallata violenta passando accanto a me e afferrò il telefono. Lo controllò subito, come se gli avessi rubato qualcosa.
Proprio in quel momento, Zoha e l’omega dai capelli neri rientrarono.
«Che è successo?» chiese Zoha.
L’omega castano si grattò la testa con un’aria esageratamente preoccupata. Ma quanto recitava?
«Ho dimenticato qui il mio telefono, voi due lo sapete, giusto? Mentre non c’ero, mi ha chiamato il mio ragazzo e quella puttana di omega ha risposto lui. E quando sono tornato, aveva già riattaccato. Questo significa che deve aver fatto qualcos’altro con il mio cellulare!»
