CAPITOLO 7
Punto di vista di Leo
Feci un passo dentro. «C’è qualcuno?»
Poi mi immobilizzai. Proprio davanti a me c’era qualcuno, con il viso bianco cadaverico che brillava nel buio. Mi si gelò il sangue nelle vene. I piedi si mossero da soli mentre le mani cominciavano a schiaffeggiare quel… fantasma. Ancora e ancora.
«Ahh, aspetta, aspetta! Ti prego, non picchiarmi più!» gridò una voce maschile.
La luce si accese di colpo. Il “fantasma” era solo un ragazzo, adesso fermo vicino all’interruttore, a strofinarsi le guance che io gli avevo praticamente scorticato a schiaffi.
Sbatté le palpebre. «Aspetta… sei umano? E allora perché diavolo facevi finta di essere un fantasma?»
Onestamente, non avevo alcuna intenzione di scusarmi. E se per quello scherzo mi fosse venuto un infarto? Quegli schiaffi se li meritava. Non c’era da stupirsi se il mio ultimo compagno di stanza era scappato: questo tizio doveva avergli fatto lo stesso scherzo.
«Sei pericoloso! Com’è possibile che non ti sia spaventato per niente? E mi hai pure colpito! Ho ancora le guance che mi fanno male!» si lagnò.
La verità? Ero terrorizzato. Avevo creduto di trovarmi davanti alla morte e avevo solo reagito nel panico. Ma non avevo nessuna intenzione di ammetterlo.
Così incrociai le braccia e sorrisi con aria di sfida. «I tuoi trucchetti con me non funzionano. Lascia perdere: sono il tuo nuovo compagno di stanza e da oggi vivo qui.»
«Sì, capo. Puoi vivere qui con me. Non ti darò più fastidio», disse in fretta. «Volevo solo la stanza tutta per me, per questo stamattina ho spaventato il mio ultimo compagno di stanza e l’ho fatto scappare.»
Lo fissai a lungo, poi annuii. Mi indicò quale fosse il mio letto e filò in bagno. Lasciai i bagagli accanto al letto, mi sdraiai senza nemmeno disfarli e sospirai.
Ma lo stomaco brontolò. Non avevo ancora nemmeno visto la mensa del dormitorio.
Pochi minuti dopo, il ragazzo uscì dal bagno. Adesso aveva i capelli rosa, la pelle pallida e perfetta, la corporatura minuta e delicata. Sembrava completamente diverso... anzi, era davvero bello.
«Wow, sei bellissimo. Come hai detto che ti chiami?» gli chiesi.
«Evan, capo.»
«Non chiamarmi capo. Sono Leo.»
«Va bene, Leo.»
Salì sul suo letto mentre io controllavo l’ora: erano solo le quattro del pomeriggio. Ancora presto, ma stavo morendo di fame.
«Ehi, Evan, ci sei già stato in mensa? Mi ci accompagni? Ho fame.»
«Sì, ma la mensa del dormitorio è dentro l’edificio degli alpha. Tutti gli omega devono mangiare lì.»
E allora? La fame ebbe la meglio. «Andiamo.»
Mi infilai un paio di pantaloncini neri e una maglietta larga. Le mie gambe pallide stavano bene in vista, e mi piaceva mostrarle. Io ed Evan lasciammo insieme il dormitorio e ci dirigemmo verso l’edificio degli alpha.
Nel momento stesso in cui entrammo, Evan si coprì il naso. Aggrottai la fronte.
«Tutto bene?»
«Sì, ma qui i feromoni sono forti. Per fortuna sto usando dei bloccanti, altrimenti mi farebbero entrare in calore.»
Era così carino mentre lo diceva che gli diedi una pacca sulla testa.
Prendemmo l’ascensore fino al secondo piano, dove l’odore del cibo ci investì immediatamente. Mi brontolò lo stomaco.
La mensa era enorme. La sala era piena per lo più di alfa, ma qualche omega se ne stava rintanato accanto al proprio ragazzo. Io ed Evan ci scambiammo uno sguardo: due omega da soli. Ma non sarebbe stato quello a impedirci di mangiare.
Presi il vassoio, scelsi il ramen e ci sedemmo uno di fronte all’altro a un tavolo vuoto.
«Mmm, è buonissimo», dissi, risucchiando i noodles. Evan mi sorrise con timidezza, godendosi il pranzo.
Poi qualcuno si sedette proprio accanto a me.
Mi voltai e lo stomaco mi precipitò.
Era lui. L’alfa della palestra. Quello che aveva confessato, che mi aveva baciato senza permesso e si era beccato uno schiaffo in risposta.
«Ti sei già dimenticato di me? Sono Vidal», disse.
Evan si irrigidì dall’altra parte del tavolo, tremando leggermente. Io raddrizzai la schiena. Era ora di affrontare la cosa.
«Senti, lo so che non avrei dovuto schiaffeggiarti. Ma nemmeno tu avresti dovuto fare quello che mi hai fatto», dissi, ferma.
Prima che potessi aggiungere altro, comparvero i suoi amici, che scivolarono sui posti accanto a Evan.
Poi Vidal si avvicinò ancora, gettandomi un braccio sulle spalle. Provai a scrollarmelo di dosso,
ma all’improvviso uno dei suoi amici sbatté la faccia di Evan nel piatto. Forte. Il cibo gli si spalmò sulla pelle, gli occhi gli si arrossarono e le lacrime gli colarono giù mentre si dimenava sotto la presa.
«Lascialo!» urlai a Vidal, con il panico che mi divampava nel petto. «Perché lo stai facendo soffrire se il tuo problema è con me?»
Balzai in piedi, protendendomi verso Evan. Ma prima che riuscissi ad afferrarlo, Vidal mi prese il polso e mi tirò di colpo facendomi finire dritto sulle sue ginocchia.
«Sii solo obbediente con me», mormorò, con le braccia che mi chiudevano la vita come una gabbia. «Basta così. Non farò del male ai tuoi amici se ti comporti bene.»
Lo fulminai con lo sguardo. «Sei impazzito? Ti aspetti che me ne stia seduto qui come un cane mentre il tuo scagnozzo schiaccia la faccia del mio amico nel cibo? Digli di lasciarlo. Adesso.»
Ovviamente, quello che tormentava Evan era il tirapiedi di Vidal.
La sua stretta mi si serrò sull’addome; il suo ghigno mi si premé contro la guancia, ma la mia attenzione restò incollata a Evan, al suo corpicino che tremava, gli occhi lucidi mentre lottava per respirare sotto la presa dell’alfa.
Quella fu l’ultima goccia.
Scivolai giù dalle ginocchia di Vidal e mi rimisi in piedi accanto a lui. Lui si appoggiò allo schienale della sedia, ancora con quel sorrisetto, come se avesse già vinto.
«Hai finito di fingerti forte?» mi provocò.
Gli sorrisi a mia volta, tagliente, gelido. E prima che potesse battere ciglio, gli afferrai la testa e gliela sbattei sul tavolo.
Lo schianto dell’osso contro il legno riecheggiò nella mensa. A differenza di Evan, non c’era nessun piatto ad attutire la faccia di Vidal. Il naso gli colpì il legno pieno con un tonfo nauseante e il sangue schizzò subito.
Un’ondata di ansimi si propagò tutt’intorno, ma non me ne importava. Il cuore mi martellava, le mani mi tremavano di rabbia.
