Capitolo 1 1- Non svegliarsi mai presto... perché il mattiniero ottiene il Wyrm

LEXI

I compleanni significano cose diverse per persone diverse. Per alcuni, ruota tutto intorno allo scartare regali avvolti in carte luccicanti o al radunare ogni singolo amico mai avuto per una festa enorme e chiassosa. Per altri segna un traguardo: l’anno in cui si è finalmente abbastanza grandi per guidare, per bere, per andare via di casa, per iniziare qualcosa di nuovo. Comunque la si veda, i compleanni di solito rappresentano un cambiamento, e il cambiamento è quasi sempre atteso. Lo vedi arrivare, ti prepari, a volte addirittura lo rincorri. Ma per me? Compiere ventitré anni sembra meno un inizio e più una fine. Ho quasi finito il corso di laurea in infermieristica. Tre anni estenuanti e insonni; me ne manca solo uno e poi sarà il momento del cosiddetto "mondo reale", fatto di attese, infinite candidature, colloqui imbarazzanti e ansia da primo giorno.

Ma questo è un problema per un altro momento. Oggi è domenica e la domenica, specialmente quando coincide con il mio compleanno, non ho la minima intenzione di essere produttiva. Il mio grande piano? Rimanere avvolta nelle coperte come un burrito, magari fare una maratona di qualche serie tv demenziale, magari mangiare torta. Niente curriculum, niente programmi, niente stress. Solo silenzio. O almeno, questo è il piano.

Mi giro su un fianco, accoccolandomi più a fondo nel mio bozzolo di coperte, quando un verso stridulo e orripilante squarcia l’aria. Il corpo reagisce prima del cervello e mi ritrovo seduta di scatto, col cuore che mi martella nel petto. Ma che diavolo era?!

Sbatto forte le palpebre e scruto la stanza con gli occhi appannati, ancora mezzi chiusi dal sonno. Nulla sembra fuori posto: la scrivania disordinata, la pila di panni da lavare nell’angolo, il tenue bagliore della luce mattutina che filtra dalle tende. Poi succede di nuovo, più acuto stavolta, accompagnato da un forte e deliberato toc toc toc contro il vetro della finestra. Il vetro trema nel telaio, facendomi trasalire. Ma che diavolo sta succedendo?!

Scendo dal letto inciampando, con i piedi che si aggrovigliano nelle lenzuola, e barcollo attraverso la stanza verso la finestra. D’istinto, afferro una scarpa da ginnastica dal pavimento. Non so bene perché: ho intenzione di lanciarla? Di agitarla in aria come una specie di arma ridicola? Vabbè, fa lo stesso. Il punto è che c’è qualcosa che sbatte contro la mia finestra, rovinando la pace della mattina del mio compleanno, e la cosa NON mi sta bene per niente. Spalanco la tenda con uno strattone e strizzo gli occhi, investita dalla luce del sole. Mi acciglio ancora di più.

Lì, appollaiato con aria compita sul davanzale, come se non mi avesse appena spaccato i timpani, c’è un enorme uccello nero. Se ne sta lì con una calma inquietante, le piume lucide che riflettono la luce e gli occhi acuti fissi su di me, come se sapesse esattamente quanto sono stata vicina a tirargli una scarpa in testa.

«Mi stai prendendo in giro», gemo, lanciando la scarpa da ginnastica sul pavimento e tornando verso il letto pestando i piedi. Mi lascio cadere con teatrale sconfitta, seppellendomi sotto i cuscini. La sveglia non ha ancora suonato! Devono essere meno delle otto, ed è decisamente troppo presto per avere a che fare con la sveglia di madre natura. Ma ovviamente, a quello stupido uccello non importa nulla della mia sofferenza. Quasi nell'istante in cui mi sistemo, scatena un'altra serie di strida penetranti, ognuna accompagnata dal secco toc-toc-toc del becco contro il vetro. Il suono mi trapassa il cranio come un trapano. Due minuti. Due interi minuti di strazianti stridii, simili a unghie sulla lavagna, e alla fine sbotto.

«Adesso basta!», ringhio, trascinandomi di nuovo fuori dal letto. Marcio verso la finestra, con la ferma intenzione di spaventare quella minaccia piumata. Ma non appena mi avvicino, si calma di nuovo, inclinando dolcemente la testa verso di me. Sospetto. Troppo sospetto. È allora che lo noto. Stretto in un artiglio c'è... un pezzo di carta. No, non solo carta, una lettera piegata. Il mio cervello s'inceppa. Chi diavolo, sano di mente, spedisce lettere via uccello? Non è una cosa che esiste. Forse l'ha rubata? Gli uccelli collezionano cose luccicanti, giusto? Forse questo qui ha intrapreso il furto di posta come hobby. Eppure, la curiosità mi punzecchia, superando il fastidio. Apro la finestra di pochi centimetri con la cauta lentezza di chi sta disinnescando una bomba.

«Piano, uccellino, solo... non attaccarmi la faccia», borbotto a mezza voce. Nell'istante in cui c'è abbastanza spazio, la creatura si lancia in avanti con un frullo d'ali. Caccio un urlo e mi abbasso mentre piomba nella stanza, volteggiando sopra di me come una specie di uragano piumato. Il cuore mi martella contro le costole. Si sta decisamente divertendo. Oh sì, questo uccello demoniaco sa esattamente quanto mi sta spaventando e si sta godendo ogni secondo! Artigli affilati, becco lucente... certo, è solo un uccello, ma quei piccoli artigli sembrano capaci di fare a pezzi la mia pelle in un attimo. Mi rannicchio e mi copro la testa con le braccia mentre fa un altro passaggio, sentendo il soffio d'aria mentre scende abbastanza in basso da scompigliarmi i capelli. Finalmente, l'uccello lascia cadere la lettera sul pavimento. Poi, come per ribadire il concetto, mi passa direttamente sopra la testa, così vicino che sento il vento delle ali contro il collo, prima di sfrecciare di nuovo fuori dalla finestra aperta. Mi precipito dietro di lui e sbatto il vetro con molta più forza del necessario.

«Assolutamente no. Non di nuovo.» Lo fisso con rabbia mentre si allontana. Per un attimo resto lì impalata, col respiro pesante e l'adrenalina che ancora mi scorre nelle vene. Poi lo sguardo mi cade sulla busta adagiata innocentemente sul tappeto. Potrebbe non essere nulla, probabilmente non è nulla. Quasi sicuramente è qualcosa di rubato, qualcosa a caso. Ma ormai sono troppo curiosa per lasciar perdere. La raccolgo e mi lascio ricadere sul letto, tenendo la lettera con cautela tra le dita. Il cuore mi batte ancora all'impazzata, ma una scintilla di anticipazione si fa strada attraverso la nebbia dell'irritazione. Forse non è niente. Forse è spazzatura. O forse, solo forse, è qualcosa di interessante. Sarà meglio che ne valga la pena, visto l'infarto che mi ha fatto venire quell'uccello, perché non c'è alcuna possibilità che io riesca a riaddormentarmi ora!

La busta sembra più pesante del previsto, la carta è spessa e lussuosa, decisamente non il tipo di robaccia economica che un uccello potrebbe aver sfilato per sbaglio dalla cassetta della posta di qualcuno. Passo le dita sulla superficie. Liscia, consistente, costosa. L'unica volta che ho toccato una carta del genere è stato a un matrimonio, quando una lontana cugina aveva spedito dei ridicoli inviti in rilievo con filigrana d'oro. La giro, senza aspettarmi nulla, e mi blocco. Eccolo lì. Il mio nome. Alexis Elle. Scritto con quel tipo di calligrafia elegante e fluida che si vede solo nei TikTok di lettering o nei vecchi film. Per un momento, non riesco a fare altro che fissarla. Quindi l'uccello ERA davvero un messaggero. E la lettera È davvero per me.

«Fantastico, ma perché mandare un uccello-demone-infernale invece che, non so, il postino? O una mail? Siamo nel ventunesimo secolo, gente» borbotto a mezza voce, anche se sono più curiosa che arrabbiata. Mi strofino via il sonno dagli occhi, temendo per metà di stare ancora sognando, e sollevo delicatamente la linguetta. La carta è troppo bella per strapparla. Sembra quasi... sacra. Un leggero odore di inchiostro e qualcosa di dolce, come fiori pressati, si sprigiona mentre faccio scivolare fuori il contenuto. Qualcosa di metallico tintinna sulla coperta. Una chiave? E non una di quelle noiose chiavi moderne, ma una vecchio stile, ornata, il tipo che ti aspetteresti aprisse un antico forziere o il portone di un castello. La superficie brilla d'argento, lucidata ma chiaramente invecchiata, con un motivo intricato e sinuoso sulla parte superiore. Una catenina delicata passa attraverso l'anello, abbastanza lunga da poterla portare al collo. Deglutisco. Una collana. Una chiave. Ma che diavolo sta succedendo? Con le dita tremanti, estraggo il foglio piegato. La grafia corrisponde a quella sulla busta: impeccabile, elegante e del tutto intimidatoria.

Congratulazioni Alexis Elle,

Sei stata ammessa all'Istituto per Esseri e Creature Magiche per il presente anno accademico.

Ti preghiamo di presentarti al cancello dell'Accademia entro e non oltre le ore 9:00 di lunedì 15 febbraio.

In allegato troverai la chiave della tua stanza. Cibo, vestiario e ogni altra necessità saranno forniti. Ti preghiamo di portare solo gli oggetti di cui non puoi fare a meno.

Non vediamo l'ora di incontrarti e lavorare con te.

Firmato,

Sig.ra Sherry Istvan - Preside

Resto a bocca aperta davanti alla lettera, la rileggo, poi la lascio cadere a terra come se potesse scottarmi. Un secondo dopo mi precipito a raccoglierla, leggendo ogni parola come se il messaggio potesse cambiare controllando abbastanza volte. Spoiler: non cambia. L'Istituto per Esseri e Creature Magiche... so cos'è, lo sanno tutti. È la scuola di magia più prestigiosa del paese, il tipo di posto frequentato da persone con vero potere e vera magia. E la regola numero uno è: vietato l'accesso alle creature non magiche. E io? Io sono... umana. Normale. Ordinaria. Almeno... credo di esserlo. Ma anche se non lo fossi, anche se ci fosse in me un briciolo di stranezza, non ho mai fatto domanda! Non si entra all'Istituto così, dal nulla. Ci sono liste d'attesa lunghe generazioni. La gente iscrive i propri figli prima ancora che sappiano gattonare, giusto per sicurezza. Gli altri? Si comprano l'ingresso con assegni pieni di zeri, abbastanza da far piangere il mio conto in banca. Eppure eccola qui. Una lettera col mio nome sopra. Un'ammissione. Una chiave. Il panico mi risale in gola. Il cuore martella. Deve essere una specie di errore. Faccio un respiro profondo che non aiuta nemmeno un po'. Quindi faccio l'unica cosa naturale.

«MAMMAAAAA!»

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