Capitolo 2

La notte della sbronza

Il punto di vista di Caroline

Domani sarebbe stata la notte della cerimonia del marchio, la notte in cui Camilla sarebbe diventata la Luna del Branco Moonlight.

Erano tutti entusiasti. Gli anziani dicevano che il branco sarebbe stato benedetto con Camilla come Luna. Mio padre sprizzava orgoglio da tutti i pori. Persino le lupe sussurravano ammirate della sua grazia e del suo contegno.

«La stoffa della Luna perfetta», la definivano.

E di me, cosa dicevano?

Niente.

La seconda gemella, quella impetuosa e piantagrane. Quella che flirtava troppo, rideva troppo forte, parlava con troppa audacia.

Camilla seguiva sempre le regole, parlava sempre quando interpellata, chinava sempre la testa con l'angolazione giusta. Certo che l'Alpha Michael avrebbe scelto lei, certo che mio padre ne sarebbe stato fiero e certo che il branco avrebbe festeggiato.

E io? Io bruciavo dentro.

La gelosia non era una piccola scintilla, era un incendio ruggente che mi consumava le viscere e mi lasciava senza fiato. Per giorni avevo cercato di scacciarla. Sorridevo quando le persone si congratulavano con lei.

Le intrecciavo i capelli mentre si preparava. L'aiutavo a scegliere l'abito da cerimonia. Ma dietro ogni sorriso, mi stavo spezzando.

Non era giusto.

Era sempre stata Camilla.

Quando eravamo piccole, gli anziani dicevano che aveva un'aura rassicurante. Quando ci allenavamo, lei era paziente e intelligente, mentre io ero selvaggia e irruenta.

Più crescevamo, più la gente si dimenticava che eravamo gemelle. Per loro, lei era la "vera" figlia di Jack il guerriero e io ero l'ombra.

Vedevo il modo in cui l'Alpha Michael la guardava. Ma coglievo anche le occhiate che lanciava a me: sguardi insistenti, il modo in cui le sue labbra si incurvavano leggermente quando ridevo, il modo in cui i suoi occhi seguivano i miei fianchi quando passavo. Non me lo stavo immaginando.

Allora perché non io?

Io ero tutto ciò che una Luna dovrebbe essere: audace, bella, passionale. Sapevo guidare, sapevo ispirare.

Perché doveva essere Camilla la prescelta solo perché sembrava una bambola di porcellana?

Quella notte non riuscii a dormire. Rimasi a letto, con la luce della luna che tagliava la finestra come una lama. I pensieri mi si agitavano senza sosta nella testa, finché un'idea malvagia non mi si insinuò nella mente.

E se... marchiasse me?

Il cuore prese a battermi forte per l'audacia di quel pensiero. Ma più ci pensavo, più diventava reale. Il legame del marchio poteva essere sigillato una sola volta: sotto la luna piena, durante l'unione cerimoniale.

Ma se avesse stretto quel legame con la sorella sbagliata?

E se fossi io a diventare la Luna?

All'alba, il piano aveva messo radici profonde dentro di me. Era una follia. Disperato e pericoloso.

Ma era l'unica via.

Quella sera, il branco si riunì per la cerimonia. Osservai Camilla in piedi accanto a Michael al centro luminoso della Sala, con l'abito che le brillava addosso come brina. Era radiosa, serena. Mi dava la nausea.

Recitai la mia parte. Sorrisi alla folla. Applaudii durante i discorsi. L'abbracciai persino, quando l'anziano concluse la benedizione.

Ma per tutto il tempo, la mia mente era concentrata sulla fiala che avevo in tasca: una piccola dose di estratto di foglia di luna rubata dalla capanna del guaritore, abbastanza forte da offuscare la lucidità e accrescere il desiderio.

Il drink di Michael lo attendeva negli alloggi cerimoniali, dove si sarebbe recato da solo per prepararsi al rito finale dell'unione. E io sarei stata lì ad aspettarlo.

Corruppi diverse serve perché portassero mia sorella in un'altra stanza e raggiunsi i suoi alloggi poco prima che arrivasse.

Le guardie mi fecero entrare senza problemi. Nessuno osava mettere in discussione la gemella della futura Luna. Versai l’estratto nel calice di vino di bacche di lupo sul tavolo e lasciai che la veste mi scivolasse leggermente dalla spalla. Abbastanza pelle per tentare, abbastanza somiglianza per ingannare.

Il profumo che indossavo era lo stesso che usava Camilla: lavanda e menta argentata. Conoscevo ogni dettaglio del suo rito, della sua veste, del suo tono di voce. Non dovevo essere perfetta, solo… convincente.

La porta si aprì.

Entrò l'Alpha Michael, i passi pesanti, l'espressione annebbiata dalla cerimonia e dall'alcol che già gli circolava nel sangue.

Non parve sorpreso di vedermi.

«Camilla…» mormorò, la voce venata di desiderio.

Mi avvicinai, abbassando lo sguardo. «Ti stavo aspettando, mio Alpha.»

Scolò il vino. Vidi l'effetto farsi strada in lui: le pupille si dilatarono, il respiro si fece più rapido.

Allungò le mani verso di me, e la sua pelle bruciava sulla mia.

Glielo permisi.

E nei momenti che seguirono, divenni la sua Luna.

O almeno così pensavo.

La luce del mattino fu crudele.

Giacevo avvolta nelle pellicce, il corpo indolenzito, il cuore che martellava per la vittoria. Ce l'avevo fatta.

Il legame era stato creato, ora ero marchiata ed ero la sua compagna.

Mi misi a sedere, scostandomi i capelli dal viso, in attesa che si svegliasse e si rendesse conto di ciò che era successo. In attesa che sorridesse, che sussurrasse: «Sei sempre stata tu quella giusta».

Invece, i suoi occhi si spalancarono di scatto, subito offuscati dall'orrore.

«Caroline?» La sua voce si spezzò.

Mi si gelò il sangue nelle vene.

«Tu… Tu non sei Camilla» gracchiò, mettendosi a sedere. «No. No… che cosa ho fatto?!»

Cercai di calmarlo, di sorridere, di spiegare, ma lui si allontanò dal letto come se fossi fuoco.

«Dov'è lei? Dov'è Camilla?»

Mi alzai in piedi, stringendomi la pelliccia al petto. «Pensavo che volessi me.»

«Pensavo che fossi lei!»

«Ti amo, Michael. Io…»

Si prese la testa tra le mani. «Il legame… l'ho sigillato… con quella sbagliata.»

Quella sbagliata.

Quelle parole mi trafissero come una lama.

Mi sentii esposta. Umiliata e disperata.

Prima che uno di noi due potesse parlare di nuovo, le porte si spalancarono. L'anziano, Jack e l'intera guardia cerimoniale erano sulla soglia.

Avevano sentito le urla. L'anziano entrò, sgranando gli occhi mentre valutava la scena. Poi il suo volto si indurì.

«Che cosa è successo qui?» domandò.

Michael aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Il silenzio si gonfiò come un nuvolone di tempesta.

Poi… mi guardò.

E annuì.

«Io… ho marchiato Caroline» disse.

L'anziano sussultò. Il viso di Jack perse ogni colore.

«È fatta» disse Michael, ma il suo volto era una maschera di pietra.

«Adesso lei è… la mia compagna.»

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