Capitolo 3 Tre

«Ma no… Kael corre!»

«Ho sentito che Damon fa il match nell’arena!»

«Questa sessione è già perfetta!»

Selene afferrò Lyra per il braccio con tanta forza che per poco non le fece cadere i libri. «Dobbiamo andare a vederli! Sono i Night Riders!»

Lyra rise, nervosa.

Selene, che appena due secondi prima aveva insultato Kael, all’improvviso era raggiante dall’entusiasmo.

«Dai, Lyra!» strillò Selene. «È così che comincia la nuova sessione!»

Lyra esitò a malapena un secondo, poi lasciò che Selene la trascinasse verso lo stadio. Tutta l’accademia stava già andando nella stessa direzione.

Lo stadio di Nocturne era immenso, costruito come un’arena per la regalità. Ospitava sia la pista sotterranea per le corse sia il campo della Blood Arena, dove gli atleti d’élite dell’accademia si allenavano e gareggiavano.

Perché, a Sangravia, lo sport non era soltanto un gioco: era una dimostrazione di potere. Forza, velocità, dominio… contavano quasi quanto lo status di sangue.

E nessuno incarnava quelle cose più dei Night Riders; la mescolanza di sangue d’oro e sangue rosso in sella era da sempre uno spettacolo divertente da guardare. La folla si riversò sugli spalti, vibrante d’eccitazione. L’aria era elettrica.

Gli studenti sventolavano striscioni con i colori delle Case, le ragazze urlavano nomi, e la musica martellava dagli altoparlanti. Lyra e Selene trovarono posto a metà delle gradinate.

Selene sembrava sul punto di saltare su e giù. «Sarà una follia.»

Lyra non aveva mai dato troppo peso agli eventi sportivi dell’accademia, eppure perfino lei sentiva l’energia che pulsava nell’aria.

Poi la voce dell’annunciatore tuonò nello stadio: «Accogliete i vostri imbattuti Night Riders!»

Il boato della folla fu assordante. Le moto sbucarono sulla pista una dopo l’altra, i motori ruggendo come tuoni.

I piloti si muovevano in formazione perfetta lungo il circuito; curve secche e velocità sconsiderata strappavano urla al pubblico.

In testa c’erano Kael Draven e Damon Thorne.

Anche dagli spalti, Kael era impossibile da ignorare. Guidava come se possedesse l’aria intorno a sé: veloce, impavido, senza sforzo.

La folla urlava il suo nome.

«Kael!»

«Kael!»

«Kael!»

Era il loro re, e facevano in modo che lo sapesse. Ma Lyra lo notò appena: i suoi occhi trovarono Damon.

Damon guidava con precisione invece che con aggressività; ogni movimento era controllato, fluido.

Dove lo stile di Kael era selvaggio e dominante, quello di Damon era saldo e potente. E, in qualche modo, questo costrinse Lyra a fissarlo ancora di più.

Il sole si accese sui suoi capelli scuri mentre piegava lungo la curva, e quando sollevò la visiera per un istante, le ragazze intorno a Lyra strillarono.

Selene rise. «Guardale, stanno perdendo la testa.»

Lyra accennò un sorriso, ma non disse nulla, perché anche il suo cuore correva; solo che non avrebbe mai osato urlare a squarciagola o sventolare cartelli come quelle ragazze. Sarebbe stato mettersi in mostra, e chiedersi guai.

La gara finì in un’esplosione di applausi quando Kael tagliò per primo, Damon subito dietro di lui; la folla eruppe in un fragore alle loro spalle, e poi cominciò il secondo evento: il match nella Blood Arena.

Era questo che gli studenti di Nocturne veneravano davvero.

I piloti entrarono nell’arena in tenuta nera da allenamento, e all’improvviso l’atmosfera cambiò, dall’eccitazione alla soggezione.

I match erano brutali ma controllati: combattimento, velocità e forza in piena mostra. Kael combatteva come se la violenza gli fosse stata costruita nel sangue.

Il pubblico ruggiva a ogni suo colpo, ma lo sguardo di Lyra tornava sempre a Damon.

Lui combatteva in modo diverso. C’era potenza in ogni movimento, ma anche misura.

Si muoveva con concentrazione, non con rabbia. E quando inchiodò l’avversario al tappeto, la folla esplose in un tifo sfrenato.

Come se avesse avvertito il suo sguardo, Damon alzò la testa; i suoi occhi incrociarono i suoi dall’altra parte dell’arena e a Lyra si mozzò il respiro.

Per un secondo impossibile, il frastuono dello stadio svanì.

Poi Damon sorrise, appena appena. Un sorriso caldo, spontaneo, che le fece esplodere farfalle nello stomaco.

Lyra distolse lo sguardo così in fretta che per poco non si procurò un colpo di frusta.

Selene, accanto a lei, sogghignò. «Oh mio Dio.»

Lyra continuò a fissare il pavimento. «Che c’è?»

«Ti piace.»

«Non è vero.» Lo negò all’istante.

Selene rise. «Eccome se è vero.»

Le guance di Lyra le bruciavano, ma non riusciva più a negarlo. Non quando il cuore le martellava in quel modo.

Gli incontri finirono tra un’altra ondata di ovazioni e gli studenti si riversarono fuori dallo stadio, elettrizzati.

«Quello,» dichiarò Selene, «è stato il miglior primo giorno di sempre.»

Lyra sorrise e, per la prima volta in tutta la giornata, quasi fu d’accordo. Dopo scuola Selene le portò dritte a casa sua.

La casa degli Ardent era calda in un modo in cui quella di Lyra non lo era mai. Appena varcarono la soglia, la madre di Selene chiamò dalla cucina.

«Ragazze! Siete tornate!»

Il padre comparve nel corridoio, sorridendo. «Lyra! Che piacere rivederti.»

Lyra ricambiò con un sorriso timido. Essere accolta era ancora qualcosa a cui non era abituata.

Il fratello maggiore di Selene, Rowan, era appoggiato al muro e ghignò non appena la vide.

«Ma guarda un po’, se non è la migliore amica di Selene, ridicolmente sexy.»

Selene gemette. «Rowan, piantala.»

Rowan sogghignò. «Dico solo che, se Lyra un giorno si stanca di questa amicizia, io mi offro volontario.»

Selene gli lanciò un cuscino. «Nei tuoi sogni.»

Lyra rise piano. A casa di Selene si sentiva sempre più leggera. Parlava di più, sorrideva di più, ed era uno dei pochi posti in cui dimenticava di avere paura. Erano l’unica famiglia in tutta Sangravia che non le faceva temere per la propria esistenza. O forse era semplicemente una cosa tipica dei Greenblood: non prendevano niente sul serio, proprio come ogni tipo di sangue aveva sempre fatto.

Non gli importavano gli status, le guerre di classe o qualsiasi altra cosa, finché avevano una casa stabile e guadagnavano abbastanza per sfamare la famiglia. Non avevano fame di potere, né avrebbero mai avuto una possibilità di ottenerlo, eppure erano sempre soddisfatti.

Se solo Lyra non fosse costretta a preoccuparsi, mentre le loro vite sembravano andare oltre e loro riuscivano ad andare d’accordo con tutti, come Selene. Ma come avrebbe potuto, lei, con sangue sporco che le scorreva nelle vene? Selene non doveva preoccuparsi perché non era come lei.

Salirono di corsa nella stanza di Selene, buttando le borse da parte.

Selene si lasciò cadere sul letto con teatralità. «Festa stasera.»

Lyra si immobilizzò. «Dici sul serio?»

«Certo che dico sul serio.»

«Selene…»

«Niente scuse. Hai già detto di sì.»

Lyra esitò. La verità era che una parte di lei voleva andarci. Sentirsi normale, fare qualcosa di sconsiderato per una volta. E un’altra parte, invece, lo sapeva e basta… che poteva essere un disastro, nei giorni a venire, se si fosse cacciata nei guai.

A suo padre non importava nemmeno se viveva o moriva. O si salvava da sola, o affogava nei suoi problemi, e basta.

«Va bene,» disse.

Selene strillò di gioia e così fecero la doccia, si cambiarono e passarono l’ora successiva a prepararsi. Selene indossò un vestito aderente color smeraldo. Lyra un semplice abito nero che Selene le aveva praticamente imposto.

I capelli biondo-argento le cadevano sulle spalle e, quando si guardò allo specchio, perfino lei a stento si riconobbe.

«Sei incredibile,» disse Selene.

Prima che riuscissero a sgattaiolare fuori, la madre di Selene le fermò al piano di sotto.

«Niente feste.»

Capitolo precedente
Capitolo successivo