Capitolo 4 Guarda, scusa, sei ancora grasso
Punto di vista di Aria
Giorni nostri
«Sì, mi ricordo quel semestre in cui avevate tutti gli stessi corsi e che tu e Jalen siete diventati abbastanza amici, però lui non sapeva che eri la coinquilina della strega», dice Nia.
«Esatto. Be’, all’inizio non lo sapeva.» Annuisco, sorseggiando il mio succo.
«E allora come ha scoperto che eri la coinquilina di Talia?» chiede.
La guardo e sbuffo. «Come fai a dimenticartelo, ragazza? È stato un casino totale, e tu eri lì, proprio lì.»
Flashback
Terza settimana di scuola, martedì dopo il weekend del Labor Day
Dopo essere tornata dalla mia modesta casa nei sobborghi a sud di Chicago, mi diressi dritta all’appartamento condiviso nel campus della mia migliore amica. Avevo bisogno di un occhio critico, e Nia per me era sempre stata quello.
Quella ragazza senza fronzoli era la mia salvatrice dal primo giorno. Era in parte nativa americana e in parte afroamericana, con una pelle luminosa color cannella e una struttura ossea capace di far interrompere i ragazzi a metà frase. La gente ne era costantemente attratta, ma il suo cuore era appartenuto sempre e solo a una persona: Matt.
Matthew, o «Matt» per chiunque lo conoscesse, era un metro e ottantotto di tentazione ambulante. Un dio muscoloso con riccioli castani ondulati, occhi grigi e penetranti, e una pelle dorata e abbronzata che sembrava baciata dal sole. Stavano insieme da quando avevano diciassette anni ed erano praticamente inseparabili da allora.
Bussai forte alla porta, impaziente di avere la sua opinione sui vestiti che mi aveva dato Lucia. Avevo appena alzato il pugno per bussare di nuovo quando la porta si spalancò, e lì c’era Matt, a torso nudo, lucido di sudore e chiaramente infastidito.
Il che voleva dire una cosa sola: avevo interrotto qualcosa, e non credo che si stesse allenando nel senso più comune del termine.
«Ehi, Aria. Entra», brontolò, facendosi da parte.
Sì. Direi che era il momento sexy.
E infatti, quando Nia comparve, con i capelli scompigliati, la maglietta infilata a metà e senza reggiseno neanche a parlarne, ebbi la conferma. Allenamento, sì. Ma di quelli a sfondo sessuale.
Matt si chinò verso di lei, le afferrò il sedere e le baciò la guancia prima di avviarsi verso il bagno. «Mi faccio una doccia fredda. Più tardi finiamo quello che abbiamo iniziato.»
Nia alzò gli occhi al cielo, divertita. «Che succede, ragazza? Qual è l’emergenza?»
Sollevai il sacco grande di vestiti che mi aveva dato Lucia. «Ragazza, ho bisogno di aiuto.»
Nia strillò. «Finalmente! Possiamo far vedere a questa gente quanto sei bella.»
Feci una smorfia. «Sono troppo grassa per mettermi questa roba, Nia.»
«Ragazza, col cazzo», disse, lanciandomi uno sguardo. «Sì, il tuo corpo è più grande, ma sei formosa nei punti giusti. Hai curve e proporzioni, soprattutto quel culo che nascondi sempre sotto quelle magliette enormi.»
Sospirai. «Va bene… allora, quale proviamo per primo?»
«Andiamo nella stanza degli ospiti. Li provi tutti. Io mi vesto e torno tra cinque minuti.»
Mi cambiai con il primo: un vestitino a bambolina corto, a fiori, con scollo a cuore arricciato e l’orlo a metà coscia. Quando Nia rientrò, ormai più simile alla versione impeccabile di se stessa che non al dopo-tempesta sessuale di categoria cinque, le si illuminarono gli occhi.
«Puttana, è carinissimo!» ansimò. «Prova un altro!»
Mi infilai un vestito-felpa senza maniche color giallo senape, di lunghezza media, sorprendentemente valorizzante. La figlia di Lucia doveva amare quello stile, perché me ne aveva dati cinque in colori diversi.
Poi arrivò il terzo. Un lungo abito nero a portafoglio, aderente. Mi abbracciava le curve nei punti giusti, appiattiva la pancia di cui mi preoccupavo sempre e faceva risaltare il culo.
«Oh, cazzo, ragazza, è proprio il tuo stile», disse Nia, con la mascella che le cadeva.
«Wow», riuscii a dire soltanto.
«Adesso puoi smetterla di vivere in quell’uniforme di jeans e magliette oversize. Almeno ogni tanto.»
Risi, ma decisi di rimettere il giallo.
«Bene. Ora facciamo i capelli. E visto che hai fatto incazzare il mio uomo, torno con te al tuo condominio e ringrazio Lucia di persona, così lui si calma.»
Sogghignai mentre lei iniziava a raccogliere i suoi prodotti per capelli. Nia aveva sempre quel tocco magico con i capelli, letteralmente. Mi serviva qualunque miracolo usasse, perché i miei non stavano mai a posto. Me li raccolse in uno chignon spettinato e carino, con qualche ciocca riccia che sfuggiva nel modo perfetto.
Quando mi guardai allo specchio, a malapena mi riconobbi.
«Visto? Stupenda», disse Nia, fiera. «Ora fai la valigia. Io mi infilo i Crocs, prendo chiavi e telefono, e vado a dire a Matt che torno.»
Risi di nuovo e la raggiunsi alla porta, ancora illuminata dalla sua sicurezza e, forse, finalmente capace di intravedere un po’ di quello che lei vedeva in me.
Mentre ridevamo e tornavamo al mio condominio, notai alcuni ragazzi che ci guardavano dall’altra parte della strada. Probabilmente stavano adocchiando Nia: la maggior parte degli uomini lo faceva. Era bella senza sforzo e si muoveva come se lo sapesse.
Appena aprii la porta d’ingresso ed entrai, ci accolse il caos.
La voce stridula della banshee urlante, alias Talia, rimbombava nello spazio. «Perché non abbiamo il latte di mandorla?!» urlò alla povera Lucia, che sembrava stesse solo cercando di respirare e superare quel momento.
Mi avviai verso la cucina, pronta a calmare le acque, ma poi lo vidi.
Era lì.
Jalen.
Seduto con noncuranza al bancone, che mangiava un panino come se non stesse assistendo a un omicidio verbale. La sua presenza mi spiazzò, non solo perché era lì, ma perché non disse assolutamente nulla. Nemmeno una parola. Né a lei, né a me.
«Cameriera! Sei una cazzo di incapace!» strillò di nuovo Talia.
Mi immobilizzai.
Jalen non batté ciglio.
Era lo stesso ragazzo con cui avevo parlato quasi ogni giorno nelle ultime due settimane? Quello che rideva alle mie battute, si ricordava le piccole cose e mi aveva fatto pensare che forse mi vedeva davvero?
«Scusami, Talia», dissi, cercando di tenere la voce ferma.
Lei si voltò di scatto, con gli occhi in fiamme. «Che vuoi adesso, Plushy?»
La testa di Nia scattò verso di lei. «Come diavolo l’hai chiamata?»
D’istinto afferrai il braccio di Nia prima che esplodesse. «Non farlo», sussurrai. «Non ne vale la pena.»
Poi mi voltai e indicai il frigorifero. «Tony ha lasciato un biglietto. C’è stato un richiamo del latte di mandorla. Ha preso un’alternativa: latte di anacardi.»
Talia marciò fino al frigo, strappò il biglietto, lo lesse e poi alzò gli occhi al cielo in modo plateale.
Si girò verso di me, squadrandomi dalla testa ai piedi. «Allora, Plushy, adesso provi un look nuovo? Carino. Peccato che sei ancora grassa.»
Lo stomaco mi si strinse. Sentii la mia sicurezza sgonfiarsi all’istante, come un palloncino con una perdita lenta.
Guardai di nuovo Jalen.
Ancora niente.
Nessuna difesa. Nessun sorriso. Nessun cenno. Solo… vuoto.
Quel silenzio tagliò più delle sue parole.
Deglutii a fatica, cercando di mantenere un’espressione neutra. «Talia, devi calmarti e lasciare in pace Lucia. Forza, ragazzi. Andiamo in camera mia.»
Senza aggiungere altro, ce ne andammo, con il peso del suo insulto e del suo silenzio più pesante di qualunque cosa stessi indossando.
