Capitolo 5 Pensieri passati

Punto di vista di Aria

Oggi

«Te lo ricordi, ragazza?» dissi, facendo ruotare l’ultimo sorso di succo nel bicchiere mentre sprofondavo ancora di più nell’enorme divano angolare di Nia. «Se n’è stato lì. Al bancone. Come una statua. Non ha detto una stramaledetta parola. Non ha difeso Lucia. Non ha neanche avuto la decenza di presentarsi.»

Nia, raggomitolata accanto a me con un cuscino tra le gambe, mi lanciò quello sguardo: un sopracciglio inarcato, gli occhi che la sapevano lunga. «Oh, me lo ricordo. Però, tesoro… quell’uomo non stava zitto perché non sapeva cosa dire. Ti fissava come se avesse visto un fantasma. O come se gli avessi tolto il fiato.»

Sbatté le palpebre, confusa. «Cosa?»

«Sì, ragazza.» Annuì, abbassando la voce. «Era sotto shock. Come se non ti avesse mai vista prima. Come se non sapesse come elaborare la cosa.»

Lasciai uscire una risata secca. «Forse perché aveva appena capito che il suo ciccione di compagno di progetto era coinquilino della sua fidanzata snob, quella fissata col latte di mandorla.»

«Fidanzata fuori di testa,» mi corresse Nia, gli occhi taglienti. «E lo sai che si sono sposati qualche anno fa, vero?»

Quelle parole mi bloccarono. «Sì, l’ho sentito.»

Lei annuì, bevendo lentamente un sorso del suo succo. «Mmhm. Matrimonio intero a prezzi folli. Foto ovunque. Hashtag coordinati e tutta quella merda finta da “coppia perfetta”.»

Sbuffai. «Lo so che è infelice. Non è possibile che non lo sia. Ben gli sta.»

Risi, ma non suonò allegro; suonò come qualcosa che sputi fuori per non soffocare col nodo in gola. Io sapevo cosa avevo visto, allora. L’avevo sentito. Ma se per lui non significava niente, allora forse me l’ero inventato. Forse volevo soltanto che significasse più di quanto fosse davvero.

Nia emise un gemito e si mosse per alzarsi. «Uff. Questo bambino sta facendo ginnastica tra le mie costole. Sono a pezzi. Finiremo domani la nostra gita nel viale dei ricordi, bellezza.»

Annuii, guardandola mentre si allontanava barcollando verso la sua stanza. «Buonanotte, Mama Nia.»

«Notte, piccola,» rispose piano.

Mi alzai, stirando le braccia sopra la testa, e mi avviai verso la stanza degli ospiti che aveva preparato per me. In casa adesso regnava il silenzio, quel tipo di quiete che ti si avvolge addosso e rende i pensieri più rumorosi di quanto dovrebbero essere.

Mi stava davvero guardando così? Come se mi vedesse per la prima volta?

No.

Scossi la testa. È solo uno stronzo presuntuoso che ha avuto esattamente quello che si meritava.

Eppure… non riuscivo a scrollarmi di dosso quella sensazione. Non riuscivo a cancellare il modo in cui i suoi occhi si erano soffermati su di me. Non riuscivo a dimenticare la fitta che avevo sentito quando non aveva detto niente.

Chiusi la porta alle mie spalle, andai nel bagno privato e aprii l’acqua della doccia. Mentre il vapore cominciava a salire, mi fissai allo specchio.

Sempre io. Sempre quella ragazza che mette in dubbio quello che ha provato.

Espirai forte e sussurrai: «Voltare pagina, Aria», prima di entrare sotto l’acqua e lasciare che il passato mi colasse via dall’anima.

Jalen – Oggi

Mentre finisco di sistemare le ultime cose in ufficio, vedo mio fratello Parker che si dirige verso l’ascensore per il parcheggio.

«Ehi, fratello, dov’è Pat?» chiedo.

«Se n’è andato subito dopo la riunione. Ha detto che doveva correre a un incontro “importante”. Sai com’è fatto,» dice Parker con una risatina.

Camminiamo affiancati verso il garage e vedo la sua ragazza che lo aspetta appena fuori dall’auto di servizio, sorridendo come se avesse appena fatto il colpo grosso.

«Ehi, tesoro,» dice Parker, con un sorriso da un orecchio all’altro, come un idiota innamorato.

«Ciao, bello,» tubò Sybil, correndogli incontro e buttandogli le braccia al collo. Si baciano come se fossero nel finale di una commedia romantica.

Io continuo verso la mia macchina, facendo finta di non vedere tutta quella effusione, quando lei mi chiama: «Jay! Ci vediamo a cena domani sera!»

Alzo una mano in aria senza voltarmi. Parker urla: «Non fare tardi, e dì a tua moglie di comportarsi al meglio!»

Sbuffo, sbloccando la mia BMW X6 tutta nera. Comportarsi al meglio? Che barzelletta. Talia e “comportarsi al meglio” non dovrebbero stare nella stessa dannata frase.

Mentre mi infilo al posto di guida e metto in moto, la sua voce mi rimbomba in testa come una zanzara che non riesco a schiacciare. Ogni volta che penso a Talia, quella iena sotto anfetamine con un complesso di superiorità, in qualche modo finisco sempre per tornare ad Aria.

Aria.

Dopo tutti questi anni, continuo a pensare a lei più di quanto dovrei. Ricordo ancora com’era quel giorno, il giorno in cui qualcosa, dentro di me, si spostò. Non si stava nascondendo e non cercava di sparire sullo sfondo. Era semplicemente… lì. Presente. Sfrontata. Bellissima. E portava quel vestito-felpa giallo come se fosse stato cucito su misura per le sue curve.

Quello fu il giorno in cui scoprii che divideva l’appartamento con Talia, la stessa Talia che, a porte chiuse, la demoliva di continuo, chiamandola “Plushy-Plush” e “la cicciona col culo grosso mantenuta dalla borsa di studio per casi pietosi”. Se non l’avessi sentito con le mie orecchie, non avrei creduto a tanto veleno.

E poi…

Flashback

La cucina di Talia era inutilmente grande per una studentessa universitaria, ma la sua famiglia si era assicurata che avesse tutto ciò che non si era guadagnata. Io ero seduto allo sgabello dell’isola, addentando un panino che la domestica, Lucia, mi aveva preparato. Quella donna sapeva davvero cucinare: pollo alla griglia, Emmental, ciabatta tostata con una maionese all’aglio leggermente acidula perfetta. Lo sceglierei al posto del cibo da coniglio di Talia qualsiasi giorno.

Talia blaterava con la sua solita voce da viziata, gambe accavallate, sgranocchiando una ciotola di frutta come se fosse al di sopra del cibo vero.

«Allora, tuo padre ha detto che per lo spring break possiamo usare una delle navi da crociera più piccole!» esclamò raggiante. «Dovremmo invitare un sacco di gente, tipo farne un evento! Musica, drink, DJ. Sarà epico.»

A malapena registrai le parole. Mio padre possedeva davvero le compagnie di crociera, ma quella era la terza volta in una settimana che lei usava l’espressione “tuo padre ha detto” come se fossimo ancora al liceo a fare i gradassi con la carta di credito di papà. Mi faceva sentire schifoso. Come se non vedesse me, ma solo quello che potevo darle.

Poi lo sentii.

«DOMESTICA! Brutta stronza, dov’è il mio latte di mandorla?! Che cazzo è il latte di anacardi?!»

La sua voce squarciò il silenzio, tagliente e disgustosa. Alzai lo sguardo dal panino giusto in tempo per vedere la povera Lucia sgusciare in cucina, agitata e senza fiato.

«Mi scusi, signora. Tony ha lasciato un biglietto, ha detto che—»

«Be’, Tony non è qui, vero? Portami il mio latte, o giuro che—»

E allora entrò lei.

Aria.

Così, di colpo, tutto si fermò. Non fu la sua voce ad annunciarla. Fu il suo aspetto. Il vestito-felpa giallo che le aderiva a ogni centimetro del corpo, i ricci che le rimbalzavano intorno al viso come un’aureola con carattere. E lei sembrava… viva. Vera. Niente guaine. Niente maschera di trucco. Niente scuse.

Dietro di lei c’era un’altra donna, più bassa, pelle color caramello, formosa, un’enorme coda riccia e fossette così profonde che ci si poteva nuotare dentro. La sua amica sembrava guai e sole, tutto insieme. Ma io non riuscivo a smettere di guardare Aria.

Ero finito. Distrutto. Il panino che avevo in bocca sapeva di cartone.

L’avevo già vista nel campus, ma mai così. Non sicura di sé. Non padrona della stanza. Non mentre entrava come se le spettasse quel posto e facesse sembrare fuori luogo tutti gli altri.

E poi… parlò. Calma. Diretta.

«Lucia, tutto bene? Non lasciare che ti parli così. È latte. Non lingotti d’oro.»

Il cuore mi si fermò. Non riuscivo nemmeno a battere le palpebre. La bocca mi si aprì, e non uscì alcun suono. Per la prima volta da non so quanto tempo, non avevo niente da dire.

Guardò Talia come se non ne avesse paura e se ne andò via come una dea con posti migliori dove stare. Volevo dire qualcosa. Qualsiasi cosa. Ma il mio culo da idiota rimase lì, seduto, duro come una pietra.

Talia non si accorse del cambiamento nell’aria. Non si accorgeva mai di niente al di fuori di se stessa.

«Ugh, capisci cosa intendo? Personale di merda. Giuro che di tutta questa storia ne parlo con mio padre», borbottò, mentre masticava le sue carote come un coniglio dei cartoni animati.

Io potei solo finire il panino e provare a dimenticare come i miei pantaloni si fossero improvvisamente fatti più stretti. Spoiler: non me ne dimenticai.

Fine del flashback

Adesso, mentre entro nel vialetto della tenuta che condivido con l’errore a cui ho messo un anello al dito, mi chiedo che cosa sarebbe successo se quel giorno avessi semplicemente detto qualcosa. Qualcosa di vero.

Saremmo qui, adesso?

Appena entro, non faccio neppure in tempo a sfilarmi la seconda scarpa che la sento.

«Dov’è il cazzo di vino?! Perché nessuno mi risponde? Siete tutti cerebrolesi, qui dentro?»

Talia.

Che urla contro il personale perché la cantina, probabilmente, è vuota visto che se l’è bevuto tutto lei.

Chiudo gli occhi, respiro, e faccio quello che faccio sempre: sto zitto, continuo a camminare e immagino come sarebbe stata la vita se avessi inseguito la ragazza col vestito-felpa giallo.

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