Capitolo 7: Antiche biblioteche
Punto di vista di Jalen
Flashback
Scena in biblioteca
Appena entro in biblioteca, la vedo subito, seduta al nostro tavolo. Sì, il nostro tavolo. Quello verso cui ormai finiamo sempre per gravitare. È già sistemata, il portatile aperto, e i nostri appunti sul progetto sono scarabocchiati su una piccola lavagnetta: idee per il brand, strategie di marketing, perfino un possibile slogan.
Alza lo sguardo come se non si aspettasse che arrivassi già, gli occhi che scattano dallo schermo del telefono al mio. Sta decisamente scrivendo a qualcuno.
«Ehi, Aria,» dico, buttando giù la borsa e infilandomi sulla sedia di fronte a lei.
«Oh, ehi.» Risponde con nonchalance, spegne lo schermo del telefono e lo spinge da parte. «Pronto a cominciare? Io lavoro alle quattro.»
«Sì, certo,» dico, cercando di concentrarmi. Ma, onestamente, sono stupidamente curioso di sapere con chi stesse messaggiando. Era quel coglione di Mike? Giuro, se sta dando corda a quello…
Scaccio il pensiero e tiro fuori portatile e quaderno.
«Ehi, prima di iniziare,» dico, alzando gli occhi su di lei, «volevo chiederti scusa per ieri. Mi hai colto di sorpresa e avrei dovuto intervenire… o almeno dire qualcosa quando Talia si è messa addosso a Lucia in quel modo.»
Lei si ferma, poi mi regala un sorriso piccolo, morbido ma sicuro.
«Grazie,» dice. «Per averlo riconosciuto. Avresti potuto intervenire, però. E quello conta.»
Non ci penso nemmeno: allungo la mano oltre il tavolo e le prendo la sua, stringendola un attimo, in modo rapido e involontario. È istinto, non è una cosa studiata.
I suoi occhi scendono sulle nostre mani, poi risalgono nei miei. Ma non si ritrae.
«Va bene,» dico, schiarendomi la gola e lasciandola andare. «Mettiamoci al lavoro.»
Si sporge in avanti e apre il Google Doc su cui stiamo lavorando, come se quel momento—la mia mano, il modo in cui il suo sguardo è rimasto lì—non pesasse tra noi. Ma pesa. Almeno per me.
«Ok,» dice, scorrendo. «Ieri sera ho lavorato per rifinire la presentazione, rendere più incisiva la mission e aggiungere più dettagli sul nostro target.»
Annuisco, fingendo di seguire lo schermo, ma lo sguardo mi scappa di continuo. Le dita le danzano sulla tastiera come se fosse naturale, e la sua voce è calma, stabile, però vedo come si morde il labbro inferiore quando sta pensando.
Dio, devo darmi una regolata.
«È fatto bene,» dico alla fine, con la voce un po’ roca. «La parte sull’identità del brand? È forte.»
Lei alza gli occhi e sorride. «Grazie. Ho pensato che, se puntiamo su una narrazione vera e intenzionale attraverso il branding, dovremmo cominciare dal nostro.»
Inarco un sopracciglio. «Dal nostro?»
Scrolla le spalle. «Dalle nostre voci. Dal nostro punto di vista. Da ciò che ci rende diversi. Altrimenti siamo solo rumore.»
Accidenti. Lei ragiona sempre così, più in profondità. Più in grande.
«Ti è mai venuto in mente di farlo sul serio?» chiedo prima di riuscire a fermarmi. «Cioè, fuori da questo corso?»
Aria sbatte le palpebre, colta alla sprovvista. «Intendi… aprire un’attività vera?»
«Sì,» dico, appoggiandomi allo schienale. «Sei brava in questo. Siamo bravi in questo.»
I suoi occhi incontrano di nuovo i miei e, per un secondo, qualcosa passa tra noi. Un riconoscimento silenzioso. O forse me lo sono immaginato.
«Non lo so,» dice piano. «Sarebbe bellissimo. Però… la vita è complicata.»
Annuisco. «Già. Non me lo dire.»
Mi guarda per un istante di più, poi riporta l’attenzione alla lavagnetta.
«Ok,» dice, con una voce più leggera adesso, «tu dovevi tirare fuori un’idea per l’angolazione della campagna. Che hai?»
Sorrido di sbieco. «Ah, intendi oltre alle ore che ho passato a chiedermi con chi stessi messaggiando prima che entrassi?»
Lei scatta su con la testa. Le si arrossano le guance e ride, ride davvero.
«Sei assurdo,» dice.
«Ma ho torto?» chiedo, inclinando un sopracciglio.
«Non sono affari tuoi, Jalen.»
Adesso sta sorridendo, ma c’è calore dietro i suoi occhi, e non solo perché è in imbarazzo. È qualcos’altro. Elettrico.
«Io dico solo,» mormoro, tamburellando la penna sul tavolo, «che se era Mike, puoi fare di meglio.»
Lei solleva le sopracciglia. «Ah, sì? E tu come lo sapresti?»
«Ho gli occhi,» dico. «E un discreto istinto. Lui non è il tuo tipo.»
«Ah, no?» Si sporge leggermente in avanti. «E qual è, esattamente, il mio tipo?»
Mi fermo, all’improvviso fin troppo consapevole di quanto sia vicina. Di come l’aria adesso sia diversa, più densa.
«Qualcuno che ti veda davvero,» dico. «Tutta. Non solo la versione che fa bella figura sulla carta.»
Per un secondo lei non dice niente. Mi fissa e basta. Poi, lentamente, si appoggia indietro, l’espressione indecifrabile.
«Finiremo questa campagna,» dice piano.
«Sì,» dico. «Finiremo.»
Ma ormai non sto più pensando al marketing. Neanche lontanamente.
Punto di vista di Aria
Giorno d’oggi
Casa di Nia
Dopo essermi disconnessa dalla riunione su Teams, il silenzio nella stanza è quasi spiazzante. Lo stomaco mi brontola così forte che giurerei faccia eco.
«Ehi, pulcino, hai finito di lavorare così possiamo andare a pranzo mentre Matt guarda i bimbi?» chiama Nia da sotto.
Mi alzo e mi stiracchio, sentendo la schiena rigida. «Sì, andiamo.»
Saliamo sul suo pick-up, i finestrini abbassati quel tanto che basta a far entrare un po’ di brezza, anche se l’aria è ancora densa del caldo di inizio estate. Siamo a metà strada dall’Olive Garden quando lei mi lancia di sbieco quello sguardo.
«Allora, stronza… sputa il rospo. Mi serve il resto della storia» dice, trascinando la parola come fosse vino che si gusta piano.
Sospiro, sapendo già che sto per consegnarle un intero maledetto romanzo. «Dove eravamo rimaste?»
«Mi hai raccontato la prima volta che vi siete conosciuti e di come ti ha fatto incazzare. Poi avete iniziato a lavorare a quel progetto e vi siete riavvicinati, quindi andiamo avanti» dice, buttandosi le trecce dietro la spalla. «Quand’è che avete oltrepassato il limite? Io mi ricordo che è cambiato qualcosa… solo che non capivo cosa.»
Fisso fuori dal finestrino un secondo di troppo, come se la storia potesse cambiare se aspetto. Inspiro. «Ok, ma quando te lo dico non giudicarmi.»
Lei ridacchia, mettendo la freccia. «Tesoro, qui non si giudica nessuno. Sputa fuori.»
Flashback
Ottobre, seconda settimana
Giovedì, ore 22:00
Punto di vista di Aria
La gente pensa che lavorare in biblioteca sia facile. Rilassante. Silenzioso. Col cazzo. È un lavoro fisico e ti prosciuga, e quando torno al condominio il mio corpo è pronto a collassare. Appena entro, mi investe l’odore di cibo fatto in casa e potrei baciare Lucia per avermi lasciato un piatto.
Lo scaldo, prendo un succo e una bottiglia d’acqua, e penso che mangerò e poi crollerò, finché non lo sento.
No. Li sento.
Gemiti. Ansimi senza fiato. Pelle che schiaffeggia contro pelle.
«Sì, Jay, scopami così!» La voce di Talia rimbalza attraverso i muri sottili.
Poi arriva la sua, bassa, roca. «Piccola, cavalcami.»
Mi blocco in cucina, la mascella serrata attorno al cucchiaio. È la terza volta questa settimana. E ogni cazzo di volta sono più forti. Più sfacciati.
Prendo il piatto e vado in camera mia, chiudendo la porta alle spalle come se potesse davvero fermare i suoni di lei che urla il suo nome. Accendo la TV, cercando di coprirli. Sta andando Una poltrona per due. Perfetto. Vorrei poter scambiare posto con lei, adesso.
Jalen e io… ci scriviamo. Tanto. Mi ha parlato di suo padre, Tucker, freddo e spietato negli affari, ma un padre affettuoso e protettivo a casa. Sua madre è calorosa. I fratellini sono scatenati. Io gli ho parlato di mia sorella. Parliamo come… come se fossimo qualcosa di più che due partner di progetto.
Eppure, stasera sono sola. Ad ascoltare lei che se lo sbatte nel materasso.
Dopo cena mi faccio una doccia lunga. Lunghissima. Cerco di non immaginare cosa stiano facendo, ma la mia mente non sta zitta. La voce di Jalen. I gemiti di Talia. La sua resistenza, sì, l’ho sentita. Va avanti per ore. Mi scappa una risata amara. Non ho mai avuto un uomo che durasse più di dieci minuti. Mai avuto uno che provasse davvero a soddisfarmi.
Mi metto una camicia da notte lunga e il mio bonnet e decido di farmi distrarre da Donne mortali su Investigation Discovery. Sono quasi a metà quando mi viene una voglia di gelato. So che al piano di sotto c’è del sorbetto all’arancia e, dannazione, un po’ di felicità me la merito.
Scendo in punta di piedi, sapendo che Lucia probabilmente dorme e che Talia e Jalen, si spera, si sono finalmente stancati. Apro il freezer, prendo la vaschetta e ne metto due cucchiaiate enormi in una ciotola. Sono appoggiata al bancone, mezza svestita e beata mentre lecco il sorbetto, quando sento qualcuno schiarirsi la gola alle mie spalle.
Mi immobilizzo.
Mi giro lentamente, e lui è lì.
Jalen.
Con addosso solo dei pantaloncini da basket. Il petto che luccica. La pelle arrossata. E ha pure la faccia tosta di sorridere.
«Scusa, non volevo spaventarti» dice, avvicinandosi al frigo con nonchalance. «Sono sceso solo per prendere dell’acqua. Talia dorme.»
Deglutisco a fatica. «Ok.»
Apre il frigo, prende l’acqua e poi mi guarda. «Gelato, eh?»
Annuisco, troppo stordita per dire qualsiasi cosa.
Fa un passo più vicino, gli occhi sulle mie labbra. «Allora credo che mi serva un assaggio.»
E così, senza altro, si china e mi lecca il sorbetto dalle labbra.
Resto pietrificata. Il cervello mi urla che cazzo stai facendo?! ma il corpo non si muove.
«Mmm» fa lui. «Buonissimo. Posso assaggiarne ancora?»
Non rispondo.
Allora lo fa di nuovo. E ancora. E la cosa dopo che capisco è che la sua bocca è sulla mia. Mi bacia. Piano. A fondo. Caldo. Come se aspettassimo da settimane. Come se ogni messaggio, ogni sguardo, ogni quasi-tocco ci avesse portati dritti a quell’istante.
Poi si stacca. Il respiro incerto. Gli occhi inchiodati ai miei.
Prende la sua acqua.
E se ne va.
Di nuovo nella sua stanza.
Di nuovo da lei.
Ritorno al presente – Olive Garden
«Stronza, cosa?!» Nia quasi urla, buttando giù il menù. «Non posso credere che sia successo davvero!»
Mi appoggio allo schienale del separé, le mani strette intorno al bicchiere d’acqua. «È successo. E mi sono sentita in colpa… all’inizio. Poi non più. Perché lei è una stronza fuori di testa.»
Scoppiamo a ridere tutte e due mentre arriva il cameriere, che ci squadra di traverso prima di chiederci cosa vogliamo ordinare.
Io rido ancora, ma da qualche parte, in fondo, sento quel dolore familiare. Quello che resta dopo un bacio che non avresti mai dovuto condividere.
