Capitolo 3

Punto di vista di Lina

Il pavimento di pietra mi mordeva le ginocchia attraverso la tunica grigia strappata da guardiana, mentre mi raggomitolavo su me stessa. Il lato sinistro della testa ronzava con quel familiare, nauseante fischio acuto che mi perseguitava dal giorno in cui lei mi aveva colpita per la prima volta proprio lì, e il mondo mi si inclinava in modo tremendo mentre cercavo di mettere a fuoco nonostante il dolore che irradiava dall’orecchio danneggiato.

Isabella incombeva su di me, gli occhi azzurri e rettiliani in fiamme di una furia così viscerale da sembrare capace di deformare l’aria attorno a lei, e lo stivale borchiato si tirò indietro mentre si preparava a sferrarmi un altro calcio feroce alle costole. Ebbi appena il tempo di rannicchiarmi ancora di più, serrando le braccia a protezione del petto e dello stomaco, prima che il suo piede mi colpisse con una forza livida, strappandomi dai polmoni quel poco d’aria che mi restava.

«Spudorata troia bastarda!» La bestemmia le esplose dalla gola con un ringhio gutturale. Lo stivale si sollevò di nuovo, stavolta puntato dritto al petto. «Credi che, aprendoti per Sua Maestà, lui finirà per volerti? Sta’ al tuo posto, schifosa mezzosangue. Non sei altro che un giocattolo da poco che usa e butta—non ti guarderebbe mai, spazzatura come te, come guarda me!»

Nel velo del dolore e nel rintocco ovattato del mio orecchio danneggiato, un solo pensiero mi attraversò con una chiarezza sconvolgente: almeno è qui. Almeno Augustus non mi costringerà mentre lei guarda. La maniacale indulgenza di Augustus verso Isabella, nata dal debito di vita che aveva con suo padre, era leggendaria in tutta la cittadella, e io avevo imparato da tempo che la sua presenza era una delle poche cose capaci di deviare, anche solo per un po’, la sua attenzione dal tormentarmi.

Augustus afferrò il polso di Isabella con una forza disinvolta, senza sforzo. «Piano, mia cara», mormorò, con voce morbida e compiacente. «Non lasciare che questa creatura inutile ti rovini l’umore. Non merita la tua rabbia.»

La sua mano le sfiorò il braccio in una carezza rassicurante, poi lo sguardo scivolò su di me—e tutto quel calore svanì come una candela spenta. «Fuori», disse secco, con gli occhi dorati e rettiliani freddi e annoiati. «Stai offendendo la vista di Lady Isabella.»

Isabella si chinò, il suo respiro caldo contro il mio orecchio destro, e abbassò la voce in un sussurro che grondava una promessa maligna. «Se osi sedurre di nuovo Sua Maestà, farò in modo che tu muoia nell’Abisso senza Sole. Lentamente.»

Non dissi nulla, tenendo la testa china e il corpo perfettamente immobile, perché in dieci anni avevo imparato che qualunque risposta—qualunque difesa, qualunque supplica—avrebbe soltanto alimentato la sua furia e attirato una punizione peggiore. Il silenzio e la sottomissione erano gli unici scudi che mi restavano.

Premetti la fronte sulla pietra fredda nel più profondo inchino che riuscissi a fare con il corpo martoriato, aspettando che Augustus agitasse la mano per congedarmi prima di osare muovermi. Mi tremavano le mani mentre mi rimettevo in piedi, e barcollai verso le porte imponenti su gambe che a stento reggevano il mio peso.

Il corridoio fuori era provvidenzialmente deserto, rischiarato appena dal bagliore tremolante delle torce incantate. Avevo fatto a malapena tre passi quando un pesante mantello nero mi si posò sulle spalle, facendomi trasalire. Voltai con cautela la testa a destra e trovai Selas Ironclaw, il capo delle guardie di Augustus, accanto a me, con un’espressione che su un volto meno temprato dalla guerra sarebbe potuta sembrare pietà.

«L’inverno è arrivato», disse piano, e i suoi occhi color ambra scivolarono sui lividi che già mi fiorivano sul viso e sul sangue che ancora filtrava dal labbro spaccato. «Le notti sono fredde. Torna nei tuoi alloggi e cura quelle ferite.»

La sua gentilezza era una cosa rara, in quel posto, e mi fece stringere la gola di emozioni che non potevo permettermi di provare. «Grazie», sussurrai, serrando il mantello attorno a me. Lui annuì una sola volta, poi tornò al suo posto.

Mi costrinsi a camminare lentamente lungo il corridoio, anche se ogni istinto mi urlava di correre, di nascondermi, di raggomitolarmi da qualche parte al buio, al sicuro, finché il dolore non si fosse placato. Quando passai davanti a uno dei dormitori degli schiavi, colsi il suono di voci attraverso la sottile porta di legno: sussurri smorzati che mi fecero rallentare, nonostante la stanchezza mi trascinasse nelle ossa.

«—quella ragazza mezzosangue della Camera del Fuoco di Drago», stava dicendo qualcuno. «È la bastarda dei Valerian, vero? Quella che Lord Horace offrì a Sua Maestà dieci anni fa come capro espiatorio.»

«Poveretta», rispose un’altra voce, più giovane, velata di sincera compassione. «Ho sentito che Sua Maestà era innamorato della sorella purosangue, Lydia, ma Lord Horace l’ha data in sposa all’ex Principe della Corona. Quando Sua Maestà ha preso il trono, ha fatto pagare a tutta la famiglia Valerian quell’insulto. Ha perfino privato Lord Horace del titolo di Duca, retrocedendolo a semplice Marchese.»

Il cuore mi si contrasse dolorosamente nel petto e mi appiattii contro il muro accanto alla porta, sforzandomi di sentire di più nonostante il ronzio nell’orecchio lesionato.

«Pensi che riuscirà davvero a uscire?» chiese scettica la prima voce. «Il suo decreto dice che tra altri quattro giorni sarà libera, ma tutti sanno che Sua Maestà non vuole lasciarla andare. Se decidesse di tenerla—»

«Allora quel decreto è solo pergamena costosa», concluse cupamente la seconda. «La parola del Re Drago è legge. Se vuole che resti, resta.»

Mi allontanai barcollando dalla porta prima di sentire altro, con il petto serrato da una paura così profonda da sembrare annegare. Sapevo che la mia libertà non era mai stata davvero garantita, che Augustus deteneva tutto il potere e io non ero che una pedina in qualunque gioco contorto stesse conducendo con l’eredità della mia famiglia.

Ma sentirlo dire ad alta voce, sentire in quelle voci di schiavi la certezza distratta che il mio decennio di sofferenza potesse non finire mai, fece sembrare uno scherzo crudele la fragile speranza a cui mi ero aggrappata.

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