Capitolo 5 Ci incontriamo di nuovo

Punto di vista di Briar

Mi svegliai in un letto vuoto. Le lenzuola dall’altra parte erano fredde. Julian se n’era andato senza una parola. Mi sollevai a sedere e me ne pentii subito, quando una fitta mi attraversò il collo, proprio dove la notte prima i suoi denti mi avevano lacerata. I segni del morso pulsavano a ogni battito del cuore, un promemoria feroce della sua pretesa.

Mi costrinsi ad alzarmi, con le gambe instabili mentre mi dirigevo verso il bagno. Sul comodino, lo schermo del telefono si illuminò: tre chiamate perse di Rowan Ashford. La mia migliore amica.

Presi il telefono e la richiamai. Rispose al primo squillo.

«Briar Thorne! Dove sei stata ieri notte? Perché non rispondevi alle mie chiamate?!» La sua voce era tagliente, impastata di preoccupazione e rabbia in egual misura.

Esitai, con la gola stretta, poi le raccontai in breve cos’era successo la notte prima.

Il silenzio dall’altra parte durò esattamente tre secondi, poi Rowan esplose. «Julian Sterling, quel grandissimo pezzo di merda! Con che diritto ti tratta così? Solo perché è un Alpha non significa che possa torturare chi gli pare!»

«Rowan—»

«No, parlo sul serio, Briar. È andata avanti fin troppo. Devi—» Si interruppe di colpo. «Aspetta, stai bene? Ti ha fatto male?»

Esitai, mentre la mano, senza che me ne accorgessi, salì a sfiorarmi il collo, dove i segni del morso ancora pulsavano. «No. Sto bene.»

Rowan non sembrò convinta, ma lasciò cadere l’argomento. Parlammo ancora per qualche minuto di nulla in particolare, solo il suono della sua voce a riportarmi con i piedi per terra. Quando infine riagganciai, entrai in bagno e accesi le luci.

Lo specchio mostrò esattamente ciò che mi aspettavo. Il collo era un disastro di segni violacei e rossi, alcuni già in procinto di scurirsi in lividi profondi. I morsi erano i peggiori: incrostati, ma ancora rabbiosi e infiammati. Altri lividi punteggiavano la clavicola e le spalle, impronte di dita dove Julian mi aveva stretto troppo forte mentre cercava prove del contatto di un altro uomo.

Rimasi a fissare il mio riflesso a lungo, poi allungai la mano verso il beauty. Fondotinta, correttore, correttore cromatico. In quell’ultimo anno ero diventata brava, a stratificare un prodotto dopo l’altro finché le prove della violenza di Julian sparivano sotto una maschera di normalità. Quando ebbi finito, allo specchio la pelle appariva impeccabile, i lividi completamente nascosti sotto strati sfumati con cura.

Presi un pranzo veloce al ristorante dell’hotel, mandando giù a forza un panino che riuscivo a malapena a sentire, poi mi diressi in ufficio. Il lavoro era l’unica cosa che mi sembrasse ancora mia, l’unico posto in cui potevo fingere di avere il controllo su qualcosa della mia vita.

Mi ero appena seduta alla scrivania e avevo aperto i file per la riunione del pomeriggio quando il telefono vibrò. Sullo schermo comparve un messaggio di Julian.

[Stasera alle 20. Asta di Mezzanotte. Ti mando un vestito in ufficio. Se vuoi quel posto al Brand Exchange Summit, sarai lì puntuale. Non farmelo ripetere.]

Le mani mi si serrarono attorno al telefono con tanta forza da sbiancarmi le nocche. Il Brand Exchange Summit era un progetto su cui il mio team lavorava da tre mesi. Era la nostra occasione per fare rete con i grandi marchi, per assicurare partnership capaci di trasformare la Vance Enterprises da azienda in affanno in qualcosa di di nuovo sostenibile. Julian sapeva benissimo quanto contasse per me, conosceva esattamente il punto su cui premere per garantire la mia obbedienza.

Scrissi una risposta con le dita tremanti. [Sarò lì puntuale.]

Non appena inviai, avrei voluto scagliare il telefono dall’altra parte della stanza. Invece lo posai con attenzione sulla scrivania e cercai di concentrarmi sui documenti davanti a me. Le parole si impastarono, diventando una macchia indistinta.

Alle tre e mezza la mia assistente, Lily, bussò alla porta del mio ufficio ed entrò con in braccio una scatola grande, con il logo di Maison Éclat in rilievo sul fianco. Il marchio di lusso era noto per l’alta moda su misura.

«Briar, è appena arrivato per te,» disse Lily con cautela, appoggiando la scatola sulla scrivania. «Il corriere ha detto che è per l’asta di stasera.»

Feci un respiro profondo e aprii la scatola. Dentro c’era un abito di velluto blu profondo, con scollatura a spalle scoperte; la vita era tagliata in modo impeccabile e la gonna ricamata con motivi di stelle d’argento che catturavano la luce. Era splendido, costoso, e io odiavo tutto ciò che rappresentava.

«Grazie, Lily», riuscii a dire. Lei annuì e se ne andò in silenzio, probabilmente intuendo il mio umore.

Portai a termine il resto del pomeriggio in pilota automatico, rispondendo alle e-mail e rivedendo contratti senza assimilare davvero nulla. Alle sette tornai a casa per farmi una doccia e cambiarmi. L’abito mi calzava alla perfezione, naturalmente. Julian si ricordava le mie misure a memoria. Stesi un altro strato di trucco per coprire i lividi, sistemai i capelli in onde morbide e chiamai un taxi.

L’Asta di Mezzanotte si teneva in un maniero classico ristrutturato ai margini della città, tutto luci tremolanti ed eleganza da vecchi soldi. Pagai l’autista e scesi sul tappeto rosso che conduceva all’ingresso. Altri ospiti arrivavano in auto di lusso, grondanti gioielli e vestiti firmati.

Avevo appena varcato le porte quando qualcuno mi sbarrò la strada. Chad Wilson, playboy di fama, mi squadrò dalla testa ai piedi con un ghigno che mi fece strisciare la pelle.

«Ma guarda un po’, se non è il grazioso animaletto di Julian», strascicò, con lo sguardo che indugiava sulla mia scollatura. «Bel vestito. Te l’ha scelto il tuo padrone? È una specie di uniforme o che?»

Alcune persone lì vicino si girarono a guardare; sui loro volti si leggevano espressioni che andavano dal divertito allo scandalizzato. Sentivo già partire i sussurri.

Chad fece un passo avanti, chiaramente godendosela. «Che c’è, non parli? Ah già, ho sentito che gli animaletti come te devono restare zitti e obbedienti. Fa parte dell’accordo?»

Mi fermai e incrociai il suo sguardo con un sorriso gelido. «Chad Wilson. Ho sentito che il mese scorso hai perso centottantamila in borsa. Poi sei andato a piangere da tuo padre per farti dare dei soldi e lui ti ha detto di no, così hai passato due ore in ginocchio fuori dal suo ufficio a supplicarlo. È vero?»

Il ghigno di Chad svanì. «Come hai fatto a—»

«E ieri sera al Sapphire Club hai accumulato trecentocinquantamila di debiti di gioco. I creditori ti stanno già cercando.» Inclinai la testa. «Vuoi che li contatti per impostare un piano di rientro? Sono certa che potremmo trovare un accordo.»

Chad impallidì. Le persone che ridevano di me adesso fissavano lui, e le loro espressioni viravano verso lo scherno. Gli passai accanto senza aggiungere una parola ed entrai nella sala principale.

Lo spazio dell’asta era mozzafiato, tra lampadari di cristallo e pavimenti di marmo. Ma lo notai a malapena, perché i miei occhi andarono dritti al centro della sala, dove Julian stava in piedi con un completo tre pezzi blu profondo che si intonava al mio abito quasi alla perfezione. Accanto a lui, Chloe Davenport indossava un vestito color champagne, la mano appoggiata al suo braccio mentre la gente si congratulava con loro per il fidanzamento.

Insieme erano perfetti. Una coppia abbinata. E io ero lì, con addosso un abito che urlava appartengo a Julian Sterling a chiunque avesse occhi per vedere.

Sentivo già i bisbigli, vedevo gli sguardi scivolare da me a Julian. Lo sguardo di Chloe si agganciò al mio come un sistema di puntamento, gli occhi che bruciavano di gelosia e rabbia.

Mi voltai e mi diressi verso un posto a sedere in un angolo, cercando di rendermi invisibile. Un attimo dopo comparve Rowan, che si lasciò cadere sulla sedia accanto alla mia.

«Oddio, Briar», sussurrò. «Tu e Julian avete addosso outfit abbinati. È roba da coppia.»

«Non ricordarmelo», borbottai. «In questo momento vorrei sparire.»

Rowan lanciò un’occhiata verso il palco. «Chloe ti sta fulminando con lo sguardo da cinque minuti. Credo che stia per venire qui.»

Lo stomaco mi precipitò. Alzai lo sguardo giusto in tempo per vedere Chloe staccare la mano dal braccio di Julian e mettersi a camminare nella mia direzione, con un’espressione omicida.

«Devo cambiarmi», dissi alzandomi in fretta. «Subito.»

Rowan stava già tirando fuori il telefono. «Ho un abito couture bianco in macchina. Faccio portarlo dentro dalla mia assistente. Dove ci vediamo?»

«Bagno del primo piano. Il più in fretta possibile.»

«Ricevuto. Tre minuti.» Rowan inviò un messaggio rapidissimo alla sua assistente.

Mi girai e mi avviai verso l’uscita, cercando di non correre. Sentivo tacchi alti battere sul marmo alle mie spalle. Chloe mi stava seguendo.

Spinsi una porta laterale ed entrai nella tromba delle scale, disperata di scappare, e quasi andai a sbattere contro qualcuno fermo nell’ombra. Una voce profonda, familiare, mi gelò sul posto.

«Ci incontriamo di nuovo.»

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