Capitolo 6 Aiutami
Punto di vista di Briar
Alzai lo sguardo e il cuore mi ebbe un sussulto. Era lui. L’uomo del bar, la notte scorsa.
Se ne stava appoggiato al muro con le mani in tasca, vestito con un impeccabile completo nero che lo faceva sembrare uno che apparteneva a una sala riunioni o a un servizio fotografico. I suoi occhi scuri mi scrutavano con la stessa inquietante intensità di prima.
Alle mie spalle sentii girare la maniglia della porta. Stava arrivando Chloe. Senza pensarci, mi portai un dito alle labbra, supplicandolo in silenzio di restare zitto.
Lui sollevò un sopracciglio, ma non disse nulla. Invece tese una mano, con un gesto che sembrava chiedermi il nome.
«Briar Vance», sussurrai in fretta.
La porta cominciò ad aprirsi. Si mosse più in fretta di quanto mi aspettassi: mi tirò dietro di sé e poi si girò, tornando ad appoggiarsi al muro con aria disinvolta, bloccandomi alla vista. Le sue spalle larghe crearono uno scudo tra me e l’ingresso.
«Lucian Kincaid», disse piano, con una voce così bassa che quasi non la colsi.
Sentii i passi di Chloe fermarsi nel vano delle scale, poi proseguire oltre noi e svanire lungo il corridoio. Non mi aveva vista.
Lasciai uscire un respiro che non mi ero accorta di trattenere. «Grazie. Di nuovo.»
Lucian si voltò verso di me, divertito. «Allora chi ti sta dando la caccia, stavolta? Ieri sera era un appuntamento andato male. Stasera cos’è, un ex arrabbiato?»
«Un rancore personale», dissi con cautela.
«Dev’essere un bel rancore.» I suoi occhi scivolarono sul mio vestito, poi tornarono al mio viso. «Ieri sera annegavi i dispiaceri in un bar. Stasera stai scappando da un’asta dell’alta società. Sembri attirare i guai.»
Prima che potessi rispondere, inclinò appena il capo e aggiunse: «A proposito di ieri sera, avevi detto che mi dovevi da bere. Ti ricordi?»
Sbatté le palpebre. «Cosa?»
«Ci tenevi parecchio, prima di svenire», disse Lucian con tono leggero. «Hai detto che volevi offrirmi un drink per ringraziarmi di averti aiutata.»
Il calore mi salì alle guance. «Non mi ricordo di averlo detto.»
«Va bene. Me lo ricordo io per entrambi.» Accennò un sorriso. «Ti prenderò in parola.»
Il telefono vibrò prima che potessi replicare. Un messaggio di Rowan: [Julian ha appena lasciato la sala principale. Sta cercando qualcuno. Fai attenzione.]
Il sangue mi si gelò. Lanciai un’occhiata verso la porta delle scale, aspettandomi quasi che Julian la attraversasse da un momento all’altro.
«Devo andare», dissi.
Lucian annuì e si fece da parte. Gli scivolai accanto e spinsi la porta, controllando con attenzione il corridoio prima di uscire. In lontananza, vidi Julian vicino alle finestre a tutta altezza, con il telefono premuto all’orecchio. La sua postura era rigida, pericolosa, e avvertii la tensione irradiarsi da lui persino da quella distanza.
Mi girai e mi affrettai nella direzione opposta, verso il bagno delle donne. Dentro mi aspettava l’assistente di Rowan, con in mano una sacca porta abiti.
«Grazie», dissi prendendola. Lei annuì e se ne andò.
Mi chiusi in uno stallo e aprii la sacca. Dentro c’era uno splendido abito bianco monospalla, lineare ed elegante, niente a che vedere con il sensuale vestito blu che Julian aveva scelto. Mi cambiai in fretta, infilando il vestito blu nella sacca, poi uscii per controllare il mio riflesso nello specchio.
Il bianco mi faceva sembrare fredda e inavvicinabile, completamente diversa da prima. Bene. Non volevo sembrare di appartenere a qualcuno, stasera.
Stavo per uscire quando la porta del bagno si aprì ed entrò Chloe. Aveva gli occhi arrossati, il trucco sbavato. Aveva pianto.
Ci fissammo. Mi preparai a un attacco, ma Chloe rimase lì, immobile, con addosso l’aria di qualcuno a pezzi.
«Perché?» chiese, con la voce che si spezzava. «Perché dovevi venire qui? Perché indossi vestiti abbinati ai suoi?»
Sbatté le palpebre, colta alla sprovvista. «Chloe, non l’ho pianificato. Quel vestito me l’ha mandato Julian. Non avevo idea di che colore fosse il suo completo.»
Lei mi fissò. «Cosa?»
«E non mi interessa Julian», continuai, mantenendo la voce ferma. «Non lo voglio. Non l’ho mai voluto.»
Il volto di Chloe si contrasse. «Ma con te è così diverso. Non mi guarda mai come guarda te.»
«Il modo in cui mi guarda non è amore», dissi piano. «È controllo. Possesso. Dovresti essere grata che non ti tratti come tratta me. Suo padre mi odia, disprezza le mie origini, la mia famiglia. Io non sono qualcuno che Julian possa portare nel suo mondo per restarci, in modo definitivo.»
«Però almeno hai la sua attenzione», sussurrò Chloe. «Almeno per lui conti in qualche modo. A malapena riconosce che esisto, se non quando ci sono delle telecamere.»
Provai un’improvvisa fitta di compassione per quella donna che avrebbe dovuto essere mia nemica. «Se davvero vuoi tenertelo, smetti di sprecare energie a combattere con me. Renditi insostituibile. Fai in modo che abbia bisogno di te per qualcosa che solo tu puoi dargli.»
Chloe alzò lo sguardo; qualcosa le cambiò nell’espressione, mentre assimilava le mie parole.
«Non desidero altro che tu riesca a legare Julian così bene che non abbia mai più tempo di venirmi a tormentare», dissi. «Credimi: voglio uscirne quanto tu vuoi che io sparisca.»
Chloe si raddrizzò, asciugandosi le lacrime con dita attente per non sbavare ancora di più il trucco. Annuì una sola volta, la mascella serrata da una nuova determinazione, poi si voltò e uscì dal bagno a testa alta.
Aspettai un momento, lasciando che il cuore impazzito rallentasse, poi la seguii. Avevo fatto a malapena tre passi nel corridoio quando vidi Lucian appoggiato al muro vicino all’ingresso del bagno delle donne, fin troppo rilassato per uno che stava aspettando in un posto tanto imbarazzante.
«Finito?» chiese, con un tono divertito mentre gli occhi gli scivolavano sul mio nuovo abito bianco.
«Che ci fai qui?» domandai, incapace di trattenere l’esasperazione nella voce.
«Passavo. Mi assicuravo che non ti facessero a pezzi.» Si staccò dal muro. «Da qui fuori la conversazione è sembrata abbastanza civile, quindi immagino tu sia sopravvissuta.»
Stavo per rispondere quando scorsi la sagoma di Julian in fondo al corridoio. Si stava voltando nella nostra direzione, il telefono ormai abbassato, l’attenzione che setacciava il passaggio con una concentrazione predatoria.
Il panico mi attraversò come una scarica. Senza pensare, mi girai verso Lucian e afferrai il davanti della sua giacca, aprendola di strappo e premendomi contro il suo petto. Il suo corpo si irrigidì per la sorpresa, le mani sospese incerte vicino alle mie spalle.
«Aiutami», sussurrai, disperata. «Ti prego. Un’altra volta.»
Sentivo i passi di Julian avvicinarsi, ognuno come un colpo di tamburo contro le costole. Lucian rimase lì come una statua, senza muoversi, senza aiutarmi, a fissarmi soltanto con quegli occhi scuri indecifrabili, e io sentivo Julian farsi più vicino a ogni secondo che passava. In preda alla disperazione, allungai una mano dietro Lucian e gli pizzicai forte il sedere.
Lucian inspirò bruscamente e poi si mosse. Un braccio mi si agganciò alla vita e mi tirò stretta a sé, mentre con l’altra mano sollevò la giacca per schermarci alla vista. Mi spinse contro il muro, il suo corpo a coprirmi del tutto, il viso inclinato verso il mio come se stessimo avendo una conversazione intima.
Sentivo il suo profumo tenue di cedro e qualcosa di più scuro; percepivo il suo calore attraverso i vestiti, nonostante la frescura del corridoio. Il cuore mi martellava così forte che pensavo potesse sfondarmi la gabbia toracica. Tenni il viso rivolto contro il petto di Lucian, nascosta sotto l’ombra della sua giacca e il riparo della sua corporatura.
I passi di Julian si fermarono lì vicino. Troppo vicino. Trattenni il respiro e mi feci più piccola contro Lucian, che rimase perfettamente immobile, a parte una lieve tensione nelle spalle.
«Muoviti.» La voce di Julian tagliò l’aria come una lama, fredda e autoritaria, intrisa di una rabbia a stento controllata.
