Ricordando

Il punto di vista di Ashlyn

Fuori, nell’aria gelida, guardai dalla finestra Lucifer impegnato in una lotta contro uno dei membri del suo branco, mentre gli altri assistevano.

Dal giorno in cui mi avevano portata qui, avevo capito che era per mostrare quanto fosse forte l’alpha e con quanta facilità potesse abbattere i suoi nemici.

Lo scontro durò poco: Lucifer scaraventò a terra il suo avversario e lo immobilizzò. Il resto degli spettatori esplose in un coro di esultanza, lo sollevò di peso e cominciò a scandire il suo soprannome.

«Lucifer! Il cane dell’inferno!» continuavano a gridare.

Mi staccai dalla finestra e sospirai. Speravo, pregavo, che stanotte si dimenticasse di me. Speravo che la sua vittoria gli occupasse la mente, ma mi sbagliavo.

Pochi minuti dopo, l’immagine stessa del mio pensiero entrò nella mia stanza con passo tranquillo, come se gli appartenesse.

«Girati», mi ordinò Lucifer con quella sua voce da maschio alpha e, senza opporre molta resistenza, obbedii. Mi diressi verso il letto, voltandogli le spalle, il viso lontano dal suo. Lucifer Saunron è l’alpha dei Lycan e il mio padrone.

Mi aveva ordinato di girarmi per appagare i suoi desideri e poi liberarsi di me. Era una vita alla quale, a forza, stavo imparando ad abituarmi.

Non perse tempo a divorarmi e a cercare il proprio piacere.

Mi baciò con rudezza mentre lo sentivo venire dentro di me.

Con altre due spinte si sfilò e mi gettò via. Per poco non sbattei la testa contro il comodino.

Non mi presi nemmeno la briga di alzare lo sguardo. Sapevo già che espressione avrebbe avuto: una ripugnante. Dopo il sesso era sempre disgustato da me. Il sesso era l’unico momento in cui era meno ostile. Che cosa sto dicendo? Anche a letto era una bestia. Non ero altro che la sua schiava sessuale. La sua puttana. E non ero questa, prima; ma mi ero rassegnata al fatto che quella fosse la mia nuova vita.

Mi raggomitolai sul letto, i capelli a coprirmi il viso, e poi sentii la porta sbattere. Se n’era andato.

Mi scostai i capelli dal volto e, per la prima volta da quando quell’assalto era cominciato, stanotte non versai nemmeno una lacrima.

Mi sollevai dal letto e andai a lavarmi in bagno, lasciando che l’acqua scorresse sulla pelle. Per quanto ci provassi, il suo tocco restava per sempre inciso addosso.

Qualche minuto dopo uscii dal bagno e indossai una semplice camicia da notte. Raccolsi quella che aveva buttato via poco prima e la misi da parte. Poi, in cielo, brontolò un tuono e il vento gonfiò le tende. Mi avvicinai alla finestra, perdendomi nel buio mentre la pioggia cominciava a cadere.

I tuoni che rimbombavano mi fecero venire la pelle d’oca e rabbrividii di paura; eppure non mi mossi. Continuai a guardare tra le pieghe della tenda, osservando gocce enormi che scivolavano giù lungo il vetro.

Questa stessa notte mi ricordò la notte in cui mi sentii tradita dalla mia famiglia. Soprattutto da mio padre, che avevo sempre creduto capace di qualunque cosa pur di liberarsi di me.

Quella notte conobbi quello che pensavo fosse il destino più brutale della mia vita. Un destino che, in passato, avrei dato qualsiasi cosa per cambiare. Un destino per cui avrei preferito essere impiccata piuttosto che viverci dentro.

Il buio è sempre stato il luogo in cui trovo conforto e pace. Passo le notti a ricordare, al buio, e spesso piango fino a consumarmi. Lui mi consolava sempre. Ho imparato ad amare l’oscurità più perfino della luce. Forse era uno dei vantaggi di essere un vampiro. Ma ne dubitavo. Cominciavo a pensare di trovare il buio esaltante da quando il mio destino aveva deciso di cambiare.

Sorrisi. Ciao, oscurità, mia vecchia amica, sono venuta a fare di nuovo due chiacchiere con te. Il vento freddo e silenzioso che mi sfiorò, come sempre quando avevo bisogno di svuotarmi, mi assicurò che stava ascoltando.

Da dove cominciare? Ho sempre cominciato dal mio nome. A volte ho l’impressione che lo dimentichi e io debba ricordarglielo… o forse ricordarlo a me stessa, chi ero.

Oscurità, amica mia, io sono Ashlyn Ambrosia e questa è la mia storia.

Non sono il tipo di ragazza comune. Sono una vampira, nata tale, in una famiglia di vampiri maestri capaci di controllare chiunque fosse legato a loro, o perfino tramite un giuramento di sangue. I vampiri non si riproducono, ma io ero tutt’altra razza. Sono un’ibrida. Mio padre era in parte vampiro e in parte lupo mannaro.

Mia madre era umana, finché lui non la trasformò dopo la nascita del mio fratellino.

In una città dove comandano i vampiri, era facile vivere ed essere liberi di mostrare i mostri che avevamo dentro. I terreni di caccia di solito non erano lontani da casa nostra, ma io non ero portata a cacciare. Per tutta la vita ho avuto paura di spezzare la vita alle persone. Ero l’unica debole della mia famiglia, e i miei fratelli ne approfittavano per prendermi in giro. Ero il pagliaccio di casa, quello di cui si rideva più spesso.

Per me non era affatto una cosa piacevole, perché finivo sempre in lacrime, e questo li spingeva a deridermi ancora di più. Una volta, durante una battuta di caccia, ci provai davvero, con tutta me stessa, ma non ci riuscii. Neanche la vista del sangue o il suo odore riuscivano a inebriarmi come succedeva a loro. Non mi smuovevano nemmeno i polsi che correvano, i battiti impazziti.

E quello era solo uno degli episodi. Un’altra volta mi portarono una umana già morsa, con il sangue che le colava dal collo. I miei occhi diventarono rossi, i canini si allungarono. La bestia in me minacciò di venire a galla e io mi aspettai che sarebbe successo, ma lei si ritrasse, impaurita.

Non riuscii a divorarmela come facevano tutti gli altri con il proprio pasto. Scappai, incapace di compiere il compito che avevo davanti, e da quel momento i miei fratelli non mi lasciarono più in pace. I miei genitori a volte partecipavano alle loro prese in giro, altre volte li rimproveravano.

Papà diceva sempre: «I vampiri non hanno paura di uccidere, e nemmeno i lupi.» E tutti gli davano ragione, mia madre compresa.

A volte mi chiedo se sia stata davvero umana, prima. La sua smania di nutrirsi di altri esseri umani mi faceva pensare il contrario. Le mancava una grande parte di compassione quando li divorava o li prosciugava della vita.

Chiariamo una cosa. Io sono una vampira e non mi nutro di esseri umani. Non vuol dire che non beva sangue. Lo bevo. Sono pur sempre una vampira, e dentro di noi c’è una fame cruda che va placata. Dovevo sostenermi. Eppure, per un periodo, mi sono astenuta dal sangue, e non so nemmeno perché.

Le sacche di sangue di solito vengono messe da parte per i periodi in cui è difficile nutrirsi, ed è da lì che prendo il mio. Papà le recuperava sempre dagli ospedali, e non ho capito come facesse se non molto più tardi.

In città avevano perfino aperto un negozio dove il sangue veniva venduto, e non mancava mai. Era una città strana per i viaggiatori, ma normale per noi.

La maggior parte dei vampiri in questa città non era imparentata. La maggior parte dei figli non era stata concepita dai propri genitori. Quelli che potevano concepire e procreare erano quelli che mio padre aveva generato. E comunque, vampiri e ibridi erano tutti sotto il comando e il controllo totale di papà.

Mio padre, Khalid Ambrosia, era il re della nostra città. La sua parola era legge e non lo si poteva rifiutare. Come un uomo brutale come lui avesse incontrato mia madre e se ne fosse innamorato era un mistero che non sono mai riuscita a comprendere. Da re vampiro egocentrico com’era, aveva molti nemici e poche alleanze.

Il suo nemico più grande sono i licantropi. Anzi, mi correggo: il nostro nemico più grande erano i licantropi. Da quando noi vampiri ci eravamo spostati e avevamo messo radici in quelle terre, era stata una minaccia dopo l’altra, una lettera dopo l’altra. Sostenevano che la terra fosse loro e che papà non avesse mai chiesto il permesso prima di stabilirsi lì. Dicevano che avrebbe dovuto compiere certi riti prima di poter rivendicare definitivamente quel territorio come suo.

Ma papà, orgoglioso e testardo com’era, non ci badò. Per anni le lettere continuarono ad arrivare, poi qualcosa cambiò. Non volevano più che mio padre chiedesse il loro permesso, né che compisse alcun rito. Volevano che lui e tutti i vampiri della città lasciassero quelle terre. Quella lettera fu inviata come avvertimento, ma lui li prese in giro.

Arrivò la lettera successiva e papà rifiutò di nuovo. Non credeva che i licantropi avrebbero messo in pratica le minacce. Se per un decennio avevano spedito lettere senza fare nulla, allora erano solo cani che abbaiano, pensava: barili vuoti che fanno un gran rumore.

Io, però, non potevo sapere che la battaglia in arrivo avrebbe cambiato la mia vita e il corso del mio destino per sempre.

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