Le lettere
Royal mile, Edinburgh 1925
«I Licantropi hanno mandato un altro messaggio.» disse a mio padre una delle guardie. Ebbi la fortuna di trovarmi al suo cospetto. Mio padre si vedeva a malapena, se non quando lo desiderava lui.
Mi aveva convocata, e sapevo che quella discussione avrebbe riguardato la mia debolezza nel far scorrere il sangue.
Un’ombra di disappunto gli solcò il volto mentre prendeva la lettera dalle mani della guardia. Strappò la busta e ne scorse il contenuto. Poi ridusse il foglio in minuscoli brandelli e distolse lo sguardo dalla sentinella.
«Allestite una difesa e innalzate una barriera per impedire ai Licani di entrare in questa città.» ordinò, con il fuoco negli occhi.
«Sì, mio signore.» rispose la guardia, e se ne andò.
«Ma, padre… perché non cedete alle loro richieste?» gli chiesi, con le labbra tremanti.
Lui mi rivolse uno sguardo tagliente. Sapevo che intromettermi nella politica era quanto di più sgradito potessi fare a mio padre, eppure non riuscivo a trattenermi.
«Un vampiro non si inchina davanti a nessuno.» disse.
«Preferite lasciare che i sudditi che avete giurato di proteggere muoiano, piuttosto che chinare il capo davanti a una minaccia che si può facilmente arginare?» osai ribattere.
«Ecco la parola, Ashlyn: “arginare”. Si può semplicemente arginare. Non ho bisogno di inchinarmi davanti a dei licantropi da quattro soldi.» rispose, con voce ferma e orgogliosa. Ma non sapeva ciò che stava per arrivare. Nessuno di noi lo sapeva.
«Ma, padre…» cominciai, e lui mi zittì con uno sguardo furente. Si infiammava in un attimo.
«Basta!» tuonò. «Non ti ho convocata per questo. Gli affari politici del regno non ti riguardano in alcun modo.» disse, e io abbassai il capo.
«Sì, padre.» mormorai, mortificata.
Lui fece un gesto come a scacciare la cosa. «Tuo fratello mi dice che hai fallito ancora una volta un compito che ti è stato assegnato. È vero?» domandò con autorità, fissandomi negli occhi pur sapendo già quale sarebbe stata la risposta. Stare ogni giorno nella sala del trono gli aveva forse intaccato la memoria?
Cominciava a irritarsi per la mia incapacità di nutrirmi di esseri umani, e lo sospettavo da tempo: la sua pazienza, con me, si era consumata fino a sparire.
Sospirai. «Credetemi, non è colpa mia, padre. Ci ho provato…» iniziai, ma lui intervenne di nuovo.
«Non ci provi abbastanza!» alzò la voce, e sentii il cuore spezzarsi.
«Ma, padre…» tentai di difendermi.
«Niente “ma”, Ashlyn, niente “ma”. Gli Ambrosias non accampano scuse.» disse, e io annuii.
Proprio allora, mia madre apparve sulla soglia. Poteva essere lì per una sola ragione: o raffreddare gli animi, o gettare altra legna sul fuoco.
«Non urlare contro la povera bambina.» disse, con quella sua voce piena e ricca. La fissai, sorpresa. Che cos’era, oggi, quel cambiamento improvviso? mi chiesi.
«Ha bisogno del pugno di ferro. Sono stata troppo indulgente con lei su questa faccenda. Io genero vampiri feroci, col fuoco del sangue nelle vene. Io genero divinità omega, non recipienti deboli come questo.» disse, con una durezza spietata, senza la minima considerazione del fatto che io fossi lì, davanti a lui, ad ascoltare ogni parola. Cercai di trattenere le lacrime, ma stavo cedendo.
«Khalid, smettila. La farai piangere.» disse lei, notando le mie labbra tremanti. Non capivo se provasse compassione o se stesse deridendo la mia fragilità. Questa era mia madre: qualcuno a cui avrei dovuto sentirmi vicina. Qualcuno di cui avrei dovuto fidarmi, e invece non lo facevo. In famiglia non mi fidavo di nessuno, tranne che di Darius, il mio fratello maggiore.
«Che cosa ti ho sempre detto sui vampiri?» mi chiese.
«I vampiri…» le labbra mi tremarono. «I vampiri non hanno paura di uccidere.» dissi, e lui annuì.
«Eccellente. Ora siediti, medita su quelle parole e lascia che ti entrino bene in quella testa.» disse, e io annuii; poi una lacrima mi tradì, scivolandomi lungo la guancia.
«E asciugati quella lacrima dalla faccia. Ti fa sembrare ancora più patetica.» disse, distogliendo lo sguardo da me.
«Sì, padre», risposi con un lieve inchino e mi sottrassi alla sua presenza. Con l’indice tamponai in fretta la lacrima che mi era scivolata dagli occhi; e molte altre minacciavano di affiorare mentre uscivo di casa.
Perché ero l’unica, in famiglia, a non riuscire a nutrirmi di esseri umani? La domanda mi perseguitava da sempre e tuttavia non trovavo risposta. A volte mi chiedevo se fossi davvero figlia di mia madre o se mi avessero adottata. Ma la somiglianza netta dei miei lineamenti con i suoi dimostrava che appartenevo a quella famiglia. E allora perché?
Perché non Joshua, Otis, o persino Darius? Perché io? Continuavo a chiedermelo e, come al solito, alle mie domande non arrivava nessuna risposta.
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In un caso più unico che raro, padre si unì a noi per cena: mi sorprese, e sperai e pregai di non diventare l’argomento della serata. Davanti a noi c’erano vassoi di cervo, agnello arrosto e haggis. E anche una bottiglia di whiskey, una di vodka e una brocca di sangue, a fare da contrappeso. Erano i vantaggi di essere un ibrido: potevamo mangiare quello che volevamo, ma a volte la parte vampira era più dominante di quella da licantropo e finivamo per rigettare qualunque cosa avessimo messo in bocca, sangue escluso.
Vidi Joshua avvicinarsi con le labbra e la camicia macchiate di sangue. Era uscito per la giornata e stava rientrando solo allora. Era un vampiro spietato: le sue vittime non sopravvivevano mai al suo assalto. A volte suo padre lo rimproverava, ma sapevo che, sotto quelle ammonizioni, ne andava fiero. Josh era la sua copia esatta. La divinità che aveva generato.
«Ehi, famiglia», disse con noncuranza, trascinando una sedia per sedersi.
«Quante volte devo dirtelo, Joshua? Prima di metterti a tavola indossa sempre una camicia pulita.» Lo sgridò.
Lui sogghignò e liquidò la cosa con una scrollata di spalle. «A che serve? Tanto me la macchierò di nuovo.» E aveva ragione: avrebbe fatto di nuovo un disastro. Joshua era fatto così.
«Ha ragione, Lucienne. Lascia respirare un po’ il ragazzo», intervenne padre.
Darius scese le scale con il suo solito portamento da gentiluomo. Era il cervo nobile della famiglia e stava sempre dalla mia parte. Riservato, eppure letale.
Poi, dietro di lui, arrivò anche Otis. Il vampiro più giovane di casa. Spericolato quanto Josh, ma con una sfumatura diversa: era un donnaiolo incallito e aveva solo due anni meno di me.
Solo padre era un vampiro millenario; in quella casa era lui quello con mille anni sulle spalle, e probabilmente il più anziano della città.
«Perché siamo tutti riuniti così presto?» chiese Darius, con quella sua voce vellutata. Lo ammiravo molto. A volte avrei voluto che non fosse mio fratello. Avrei voluto che tra noi non ci fosse un legame di sangue, ma qualcosa di più rovente. E invece eravamo quello che eravamo: un fratello e una sorella. E, guardandola da questo punto di vista, forse ero fortunata ad averlo così. Un fratello. Un fratello che proteggeva la sorellina.
Il colpo di tosse di madre mi strappò alla mia fantasticheria.
«Tuo padre e io abbiamo pensato a una cosa», cominciò.
«Per fermare la guerra imminente?» la interruppi, con gli occhi che mi si accesero mentre guardavo entrambi.
Padre e Josh aggrottarono la fronte e mi lanciarono sguardi affilati come lame.
«Padre non si piegherà mai ai Lycans. Noi siamo vampiri e non ci sottomettiamo a nessuno», disse Joshua. Ho dimenticato di dire che aveva ereditato anche l’atteggiamento egocentrico di padre?
«Non ci siamo riuniti per questo, Ashlyn. Siamo qui per te», disse madre, e io mi immobilizzai proprio mentre stavo allungando la mano verso un bicchiere di vodka. Ebbi la sensazione che stessi per sentire brutte notizie.
