Pan to fire

Mi trascinai in ginocchio verso Darius. «Ti prego, non lasciare che mi portino via. Ti prego, te ne supplico.» Lo implorai, le lacrime che mi colavano dagli occhi mentre piangevo ai suoi piedi.

Lui non si mosse di un centimetro e quando alzai lo sguardo su di lui, aveva gli occhi arrossati e dentro ci vidi la resa. Questa volta non poteva salvarmi.

Uno dei licantropi mi strappò da terra. Le sue zampe enormi mi cinsero la vita e mi caricò sulla spalla irsuta come un agnello destinato al sacrificio.

Guardai la mia famiglia e nel petto mi montò un disgusto feroce, soprattutto per mio padre. L’odio per lui mi si allargava dentro come un incendio. Darius distolse gli occhi, incapace di reggere il mio sguardo. Mi aveva salvata dalle mani di Eli, ma adesso non poteva salvarmi dalle mani di quel mostro barbaro. Nessuno poteva. Capii qual era il mio destino e scoppiai a piangere.

Cardonald, Glasgow

Una lacrima mi scivolò finalmente dagli occhi, mentre il tamburellare della pioggia sul tetto, alla fine, si placava. Non piangevo perché ero stata separata dalla mia famiglia. Piangevo perché nessuno poteva salvarmi dalle mani del mio nuovo aguzzino. Lucifer.

Il suo nome lo seppi proprio quella notte, quando mi riportò qui. I membri del suo branco lo avevano scandito senza tregua, e fu quella stessa notte che cominciai ad adempiere agli obblighi che avevo come sua amante.

Mi aveva spogliata della mia purezza e del mio onore. Mi aveva strappato quel poco di dignità che mi restava, trasformandomi in una puttana.

Era ora di smetterla di rivivere il passato. Il presente era già abbastanza duro. E il futuro, allora, che cosa sarebbe stato?

Mi allontanai dalla finestra e mi stesi sul letto che Lucifer mi aveva lasciato poche ore prima, con le lenzuola impregnate del suo odore.

Chiusi gli occhi, scacciando altri pensieri su di lui e su quella notte in cui mi portò via e mi rese sua. Non per amarmi, solo per portarmi a letto.

Per me la mia famiglia non mi aveva mai amata, a parte Darius. Non c’era motivo di aspettarsi amore da un uomo volgare come Lucifer. Il suo nome era la sua definizione esatta. Era il diavolo in persona.

Il punto di vista di Lucifer

I raggi del mattino che mi battevano sul viso mi costrinsero ad alzarmi. Mugugnai mentre mi mettevo seduto. Stavo cominciando a odiare il mattino, e anche la notte.

Di notte non riuscivo a dormire tranquillo dopo essere uscito dalla stanza di Ash, e odiavo il mattino perché quando finalmente riuscivo a chiudere gli occhi, il sole me li spalancava e non avevo altra scelta che svegliarmi.

Era tutta colpa sua. Di notte mi intasava la testa, e adesso anche al mattino. Era colpa anche della dea per averla fatta diventare la mia compagna.

Ma ormai era così. La dea me l’aveva proposta come compagna e io me l’ero presa come puttana.

La dea poteva scegliere chi sarebbe stata la mia compagna, ma di certo non poteva dirmi che cosa farne.

Quella notte avrei voluto rifiutarla all’istante, ma Steel aveva altre idee. Eravamo furiosi entrambi per il fatto che ci fosse toccata una vampira. Tra tutte le creature del soprannaturale, la dea doveva proprio darci una vampira come compagna! Era ripugnante.

Però era dannatamente attraente. Pallida e fragile, non il mio tipo di donna, ma era attraente. Abbastanza da averla nel mio letto, farle gridare il mio nome e guardarla mentre rovesciava gli occhi, avanti e indietro, nell’estasi.

Volevo solo il suo corpo e, per essere una vampira, ne aveva uno così seducente da mandare segnali dritti all’inguine anche senza un solo tocco.

Invece di lasciar scappare una bellezza del genere senza assaggiarla solo perché disprezzavo la sua razza, io e Steel ci accordammo per tenerla come amante. Ci avrebbe soddisfatti e poi sarebbe finita lì.

Il fatto che continuasse a infestarmi la mente era ciò che proprio non riuscivo a mandare giù.

«Non tormentarti troppo, Helldog. Ce l’hai avuta stanotte.» mi disse Steel.

Scrollai le spalle, annuendo. «Hai ragione, Steel. Stanotte era parecchio brava.» gli risposi con un ghigno.

Lui ridacchiò. «E tu l’hai allontanata come se avessi passato la notte peggiore della tua vita.»

Mi alzai dal letto stirandomi. «Non ho nessuna intenzione di farle capire quanto mi soddisfi. Voglio che creda di non valere niente a letto.» risposi, infilandomi una camicia.

Scoppiò a ridere. «Siamo proprio uguali.»

Sorrisi tra me. «Dopotutto, condividiamo la stessa mente.» gli dissi, e uscii dalla stanza.

«Alpha.» mi chiamò Killian, il mio secondo, appena mi vide scendere le scale.

«Killian.» risposi entrando in salotto. «Novità sulle terre che Cromwell possedeva?» gli chiesi.

Annuì. «Quelle terre ci sono state sottratte con la forza, ai Lycanthropes, sotto il regno di tuo padre. Il branco di Cromwell crede che siano di loro diritto.»

Quelle terre erano nostre. Tutte le città dal Royal Mile di Edinburgh giù fino a Glasgow appartenevano solo a noi, ai Lycanthropes. Che altre creature del soprannaturale provassero piacere a rivendicare le nostre proprietà mi dava ai nervi e mi accendeva sempre la rabbia.

Il branco di Cromwell era un branco fragile di signori della guerra, che avrei potuto ridurre in polvere senza sforzo. Io non ero mio padre, che agiva con indulgenza. Io avvertivo solo due volte, e la terza era azione.

«Hai spedito la mia lettera?» gli chiesi.

«Sì, Lucifer. L’ha rimandata indietro. A pezzi, dentro la busta.» rispose, e in me montò la furia. Quei signori della guerra non sapevano di che cosa fossi capace.

«La notizia dei miei accordi con i vampiri deve non essere arrivata alle loro orecchie.» dissi con un sorriso storto. Quanto avrei voluto vedere la sorpresa e l’orrore sulle loro facce quando ci saremmo ripresi la nostra terra.

«Non dargli un altro avvertimento, Kill. È l’insulto più grande che un Lycan possa subire.» gli dissi. Lui annuì e si allontanò.

Fu allora che vidi Ash scendere le scale. Sentivo le sue emozioni, e capii che era triste. Non me ne importa niente, mi dissi.

«Stai cercando di prenderti un’altra città, vedo.» mi disse.

«Chi ti ha detto che potevi uscire dalla tua stanza?» ringhiai, ignorando la domanda.

«Ogni muro è una prigione per me. Non importa se là sopra o quaggiù.» rispose, con quell’audacia che avevo sentito la prima volta, la notte in cui l’avevo portata via con me.

«Quella stanza è la tua prigione.» le dissi, corrugando la fronte.

«Sì, è la mia prigione. Dove fai di me ciò che vuoi.» ribatté, sollevando il mento.

Sorrisi. «Ti sei iscritta a questo.» le dissi.

«Non avevo scelta, e non ho detto sì.» rispose con un’espressione dura, e io colmai lo spazio fra noi.

Le afferrai la vita con forza mentre lei si premeva contro di me. I suoi occhi si spalancarono per lo shock.

«Tecnicamente, con i tuoi gemiti hai detto sì. Ti porto a vette di piacere, e non puoi negarlo, mia bella.» le sussurrai, tracciandole una linea lungo il braccio. Perché stavo parlando così? Mi schiarii la gola e la respinsi lontano da me.

Era qui da pochi giorni e io stavo già perdendo il controllo. Perché la dea della luna mi avrebbe dato un’anima morta come compagna? Perché? Non ero stato così crudele da meritarmi un destino del genere, vero?

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