Capitolo 5
Punto di vista di Cassandra
Nel momento in cui uscii dallo studio, l’aria gelida del corridoio mi avvolse all’istante. Mi appoggiai alla pesante porta di noce, ansimando, cercando di calmare il cuore che mi martellava nel petto.
Il segno del morso sul collo pulsava ancora di un dolore sordo, e la falsa euforia portata dal veleno del vampiro stava svanendo a poco a poco, sostituita da un freddo che arrivava alle ossa e da una stanchezza senza più maschere.
Abbassai lo sguardo sulla camicia da notte sgualcita, macchiata perfino da una o due gocce di sangue versato con noncuranza, quasi a schernire la totale mancanza di dignità di pochi istanti prima.
«Madam, sta bene?»
In fondo al corridoio comparve il vecchio maggiordomo Ilias, silenzioso come un fantasma. Il suo sguardo scivolò sul mio colletto stropicciato e sul viso pallido senza la minima increspatura, come se in quella dimora tutto ciò fosse ordinaria amministrazione.
«Sto bene, Ilias.» Mi raddrizzai, cercando di rendere la voce meno tremante. «Alexander… ormai dovrebbe essersi calmato. Non c’è bisogno di mandare altro vino.»
«Benissimo, madam. Buona notte.» Ilias accennò un inchino e si ritirò nell’oscurità.
Buona notte? Sorrisi amaramente. In quella dimora piena di gelo e di istinto assetato di sangue, come avrei potuto, io che ero umana, riposare davvero?
Trascinai i passi pesanti fino alla mia stanza. Passando davanti alla suite di Serena, notai che lì era già tornato il silenzio. Adesso lei giaceva accanto al camino acceso, godendosi i privilegi di una vampira appena trasformata e del favore di Alexander.
E io potevo soltanto rientrare in quella camera vuota, a leccarmi le ferite da sola.
Mi lasciai cadere sul letto con tutto il peso del corpo e mi tirai le coperte fin sopra la testa. Chiudendo gli occhi, nella mente vedevo solo i suoi occhi cremisi nello studio, poco prima, e quella frase gelida: «Non importunarmi con lei.»
Questo era il mio matrimonio, ed era anche la mia gabbia. E non sapevo per quanto ancora sarei riuscita a dibattermi in quella rete senza aria.
......
Serena, negli ultimi giorni, era stata piuttosto docile. Proprio quando pensavo che quella quiete sarebbe durata, accadde di nuovo l’imprevisto.
Di notte.
«Ahhh—! Aiuto!»
All’improvviso, un urlo acuto e stridente squarciò la notte mortalmente silenziosa della dimora.
Mi svegliai di soprassalto, il cuore in corsa. Quella voce era piena di terrore e proveniva dal corridoio dell’ala est.
La stanza di Serena.
Quasi d’istinto balzai giù dal letto. Non ebbi nemmeno il tempo di infilarmi una vestaglia: con addosso solo quella sottile camicia da notte, a piedi nudi, mi precipitai fuori dalla camera.
Nel corridoio dell’ala est, le lampade a parete, già fioche, sembravano ora sinistramente inquietanti. Corsi verso il punto da cui proveniva il grido e vidi che le due pesanti porte di quercia della suite di Serena erano spalancate.
Da dentro usciva un forte odore di sangue, intriso di panico.
«Lasciala andare!» Mi lanciai sulla soglia, e la scena davanti a me mi fece mancare il respiro.
Era Martha, una giovane domestica umana incaricata delle pulizie dell’ala est. In quel momento Serena la stava schiacciando con forza contro la parete di marmo accanto al camino.
Serena non somigliava più per niente alla figura composta ed elegante della cena. I suoi capelli biondi, un tempo sistemati con cura meticolosa, erano ora arruffati e sparsi; quegli occhi grigi si erano fatti del tutto opachi, cremisi. Le labbra erano retratte, a scoprire due zanne affilate che tremavano perfino.
Era come una bestia ridotta alla fame più estrema: affondò il viso nel collo di Martha, e dalla gola le uscì un sibilo raggelante, da far gelare il sangue.
«La prego… signorina Serena, no…» gridò Martha, con le lacrime che le rigavano il volto mortalmente pallido. Tentò di respingerla, ma come avrebbe potuto un essere umano qualunque muovere anche solo una vampira appena trasformata?
«Serena, fermati! La ucciderai!» urlai e mi lanciai avanti, avventatamente.
Le afferrai la spalla, cercando di tirarla indietro.
Il suo corpo era freddo come marmo, e incredibilmente duro. Nell’istante in cui la toccai, Serena scattò con la testa di lato. I suoi occhi cremisi si piantarono nei miei e l’angolo della bocca si incurvò davvero in uno strano sorriso freddo, provocatorio.
Non era affatto lo sguardo di qualcuno fuori controllo. Era cosciente.
Ma un attimo dopo, quel sorriso gelido le svanì dal volto. Serena lanciò un urlo doloroso e folle, si strinse la testa fra le mani, come se stesse resistendo disperatamente a una forza terribile che le si agitava dentro.
«Sangue… ho tanta sete… non riesco a controllarmi!» gemette, in preda all’agonia, e si scagliò di nuovo sulla cameriera tremante.
«Fermati!»
Proprio mentre stavo per usare tutta la mia forza per fare scudo a Martha, un soffio di vento freddo, tagliente fino alle ossa, attraversò all’improvviso il corridoio.
Quell’odore familiare di legno di cedro, con la sua presenza intensa e opprimente, riempì all’istante l’intera stanza.
Era Alexander.
Apparve quasi dal nulla al centro della stanza, così veloce che non si vide nemmeno un’ombra del suo passaggio. Aveva le sopracciglia serrate, e addosso portava ancora il gelo del temporale là fuori: era evidente che fosse appena rientrato dopo essersi occupato degli affari del territorio.
«Alexander! Salva Martha, Serena ha perso il controllo!» Mi voltai come se avessi afferrato un’ancora di salvezza, chiedendo aiuto con urgenza.
Feci un passo verso di lui, allungando la mano per afferrargli il braccio; volevo dirgli quanto fosse critica la situazione, volevo dirgli quanto fosse sbagliato lo sguardo che Serena mi aveva rivolto.
Ma non lo toccai mai.
«Togliti di mezzo.»
Una sillaba gelida gli scivolò dalle labbra sottili.
Subito dopo, una forza enorme e irresistibile mi si abbatté sulla spalla.
Alexander non mi degnò nemmeno di uno sguardo. Si limitò ad agitare il braccio con impazienza. Per raggiungere Serena il più in fretta possibile, mi spinse via senza pietà, io che gli stavo davanti, come si spazza via un rifiuto d’intralcio.
«Ah!»
Persi completamente l’equilibrio, volando all’indietro come un aquilone con il filo spezzato.
Un tonfo sordo.
Caddi pesantemente sul pavimento di legno, freddo e duro. Il gomito strisciò brutalmente contro lo spigolo del tavolino da tè in ghisa accanto al camino, poi scivolai per un tratto sul pavimento ruvido prima di fermarmi.
Un dolore lancinante mi attraversò all’istante il braccio e si propagò in tutto il corpo. Era come se le ossa mi si stessero disfacendo.
Mi raggomitolai a terra, ansimando per l’agonia, stringendomi il gomito escoriato. Il sangue caldo zampillò subito fuori, colandomi lungo l’avambraccio e gocciolando sul tappeto scuro.
