Capitolo 8

Punto di vista di Cassandra

Un ronzio mi riempì la testa e, in un istante, la mente mi si svuotò.

Le parole di Serena sembravano un modo per tirarmi fuori da una situazione imbarazzante, ma in realtà stava annunciando all’intera famiglia Alexander, a ogni vampiro presente: Cassandra non è la padrona di questa casa — è soltanto un’umile, sacrificabile “sacca di sangue”.

«Ben detto, cara Serena.» Zia Eleanor rise, posando su Serena uno sguardo compiaciuto. «Ti sei adattata così in fretta. In effetti, solo chi ha sangue Alexander che gli scorre nelle vene è degno di una simile eleganza. Non come certa gente che, anche vestita di velluto, non riesce a nascondere la bassezza che ha nelle ossa.»

Le risate di scherno intorno a me si fecero più forti. Quegli sguardi freddi e maligni sembravano lame vere, che mi tagliavano il rispetto per me stessa fetta dopo fetta.

Provai a liberare il braccio dalla presa di Serena, ma la sua forza era sconcertante: le sue dita gelide si serrarono come ceppi di ferro, inchiodandomi al posto. Lei voltò la testa verso di me; i suoi occhi grigi brillavano di trionfo e cattiveria, mentre sulle labbra le restava quel sorriso innocente.

«Sorella, perché sei così pallida? Ti senti male? I corpi umani sono così fragili,» sussurrò, scandendo ogni parola con una crudeltà studiata, in una voce che solo noi due potevamo sentire.

La ignorai e alzai invece il mento di scatto, puntando lo sguardo verso il capotavola.

Alexander sedeva lì, come un imperatore oscuro sul suo trono, con in mano un calice di cristallo colmo di sangue; i suoi occhi azzurro ghiaccio erano profondi e indecifrabili.

Aveva sentito tutto. L’udito dei vampiri poteva cogliere un battito cardiaco a centinaia di metri di distanza: non c’era modo che non avesse udito gli insulti di Eleanor, né che gli fosse sfuggito lo scherno velato nelle parole di Serena.

Io ero sua moglie. In piedi lì, rappresentavo la sua dignità, il suo onore.

Alexander, ti prego, dì qualcosa. Pregai disperatamente dentro di me, senza distogliere gli occhi da lui. Una sola parola. Riconosci soltanto che sono tua moglie…

Lo sguardo di Alexander scivolò sulla folla e, da lontano, incontrò il mio.

In quell’istante, il tempo parve fermarsi.

Ma in quei suoi occhi freddi non vidi rabbia, né difesa, neppure la più piccola increspatura di emozione. Mi guardò e basta, con indifferenza, come se fossi un ornamento insignificante. Poi distolse lo sguardo, sollevò con elegante grazia il calice di cristallo e bevve un sorso di sangue; il suo pomo d’Adamo si mosse appena mentre deglutiva.

«Sedetevi,» risuonò nella sala la sua voce bassa, priva di emozione.

Quelle due parole frantumarono l’ultimo brandello di speranza.

Non avrebbe parlato in mia difesa. Aveva approvato tacitamente la mia umiliazione, aveva lasciato che Serena mi calpestasse, e aveva confermato il fatto che, in questa famiglia, non ero altro che una “sacca di sangue” che cammina.

La folla si disperse, ognuno dirigendosi verso il tavolo. Serena finalmente mi lasciò andare; i suoi tacchi alti ticchettarono con aria trionfante mentre si avviava verso il posto che avrebbe dovuto essere mio — alla destra di Alexander — e si sedette sotto lo sguardo soddisfatto di zia Eleanor.

Rimasi lì da sola, come un burattino a cui avessero prosciugato l’anima. Intorno a me c’erano mostri vestiti con eleganza, che facevano tintinnare i bicchieri e conversavano, mentre io restavo la barzelletta più fuori posto di tutta quella dimora.

Freddo. Un freddo che mi penetrava fin nel midollo.

Non so come riuscii ad arrivare al posto in fondo al lungo tavolo, la posizione più lontana e insignificante. Una cameriera mi posò davanti un piatto di squisito foie gras francese, ma io provai soltanto nausea.

«Alla notte, e alla nostra nuova consanguinea, Serena.» Alexander alzò il bicchiere, annunciando l’inizio del banchetto.

«A Serena!» Decine di vampiri levarono i calici all’unisono.

Il liquido cremisi oscillava nei calici di cristallo sotto la luce del lampadario, pungendomi gli occhi. Io non alzai il bicchiere. Tenni la testa china, fissando il cibo umano davanti a me, sbattendo le palpebre con furia per ricacciare indietro le lacrime che minacciavano di traboccare.

In quella sala da pranzo piena di mostri, non avevo nemmeno il diritto di piangere. Perché se avessero sentito l’odore salmastro delle lacrime, l’avrebbero trovato solo un condimento ridicolo e patetico.

Ero completamente sola. E colui che mi aveva spinta in quell’abisso era mio marito, solo di nome.


Il banchetto, alla fine, terminò.

Quando Alexander lasciò il tavolo con Serena per discutere alcune questioni con diversi vampiri anziani, io fuggii come una disertora, senza voltarmi mentre scappavo da quella soffocante sala di decadenza.

Rientrata nella mia stanza, chiusi a chiave la porta e mi spogliai fino a restare con addosso solo un completo di lingerie di pizzo nero. Gettai sul tappeto l’abito di velluto verde scuro come fosse spazzatura. Puzzava del freddo sentore di marcio di quei vampiri, insieme a un’umiliazione senza fine.

Entrai nel bagno spazioso.

Lì dentro era tutto in costoso marmo nero: freddo e duro, proprio come il padrone di quella dimora. Aprii la doccia, portai la temperatura al massimo e lasciai che l’acqua bollente riempisse la vasca. In pochi istanti il bagno si saturò di vapore bianco.

Mi avvicinai all’ampio lavabo, puntellando le mani sul bordo di marmo gelido, e fissai nello specchio la donna pallida, dagli occhi vuoti.

Non avevo più nemmeno la forza di piangere.

Bam!

All’improvviso la porta del bagno venne sfondata con una forza tremenda. La pesante porta di vetro satinato sbatté violentemente contro il muro con un fragore da far gelare il sangue.

Scattai a voltarmi.

Alexander era sulla soglia. Si era già tolto la giacca da sera e indossava solo una camicia nera; la cravatta allentata gli pendeva storta, i primi tre bottoni slacciati a scoprire un’ampia distesa di petto pallido e muscoloso.

I suoi occhi non erano più quel blu freddo e trattenuto: ribollivano di un cremisi violento, come lava. Mi fissava, il torace che si alzava e abbassava in respiri furiosi, come una bestia divorata dalla rabbia.

«Che cosa ci fai qui?» Istintivamente feci un passo indietro, la parte bassa della schiena che urtò il marmo gelido del lavabo. «Hai finito con la riunione degli anziani?»

«Perché?» Non rispose alla mia domanda; invece entrò a grandi passi nel bagno e chiuse la porta a chiave dietro di sé con un secco scatto.

Si avvicinò fino a incombere su di me, la sua figura imponente che creava una pressione soffocante, rendendo difficile respirare.

«Perché cosa?» Mi morsi il labbro, cercando di conservare l’ultimo brandello di autocontrollo rimastomi.

«Al banchetto te ne stavi lì seduta come un cadavere in putrefazione!» All’improvviso allungò una mano e mi afferrò il mento, costringendomi ad alzare il viso e a incontrare quegli occhi cremisi. «Seduta lì, senza dire una parola, senza nemmeno alzare la testa! Pensi che sederti allo stesso tavolo con me sia al di sotto di te?»

Lo fissai, incredula.

«Al di sotto di me? Alexander, avrei dovuto alzarmi e sorridere ringraziando tua zia per avermi chiamata “bestiame allevato in cattività”?» Alla fine non riuscii più a trattenermi e alzai la voce, rabbia e amarezza che mi esplodevano nel petto. «Avrei dovuto scodinzolare e fare la servile con quei mostri che non desiderano altro che prosciugarmi fino all’ultima goccia, proprio come ha fatto Serena?!»

«Avresti potuto chiedermelo.» Le sue dita si strinsero, la voce bassa e roca, come se stesse masticando schegge di vetro. «Se solo mi avessi guardato, se mi avessi chiesto aiuto, avrei potuto far tacere Eleanor. Ma non l’hai fatto. Preferivi startene lì con la testa china come un cadavere piuttosto che guardarmi anche solo una volta!»

«Chiedertelo? Mi avresti aiutata davvero?» Risi amaramente, e le lacrime finalmente mi scivolarono dagli occhi. «Alexander, smettila di mentire a te stesso! Non ti importa se vivo o muoio: non sopporti soltanto che io non ti abbia supplicato come un cane che scodinzola!»

Quella frase fece esplodere del tutto la polveriera.

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