Capitolo 3: Il punto di vista di Sebastian
Le notti nella terra desolata al confine erano più fredde di quanto avessi immaginato.
Il mio lupo, Knox, ringhiò furioso dalle profondità della mia mente: «Ha tradito la testimonianza della Dea della Luna, ha abbandonato te — il suo compagno predestinato. È imperdonabile! La farò a pezzi. Gliela farò pagare per questo…»
«Basta.» Lo interruppi nella mia testa.
Eppure non riuscivo a smettere di pensare al volto di Joanna.
Pensai a come i suoi capelli castani brillassero di riflessi ramati alla luce del sole. Pensai al calore del suo corpo quando si appoggiava alla mia spalla.
Pensai alle sue labbra incredibilmente morbide che si posavano sul lato del mio collo, appena sotto la mascella — quel punto che aveva rivendicato come suo soltanto — e alla sensazione di quel bacio lieve che vi lasciava.
Pensai a lei che al mattino apriva quegli occhi verdi, sollevava la testa dal mio cuscino per guardarmi, lo sguardo colmo di tenerezza e amore. Pensai a lei che mi sussurrava «ti amo» all’orecchio.
Anche a Knox mancava. Nonostante tutte le sue parole di vendetta, due notti fa, con la luna piena, aveva preso il controllo del mio corpo e aveva gettato indietro la testa per lasciare uscire un unico ululato, mesto e straziato dal dolore.
Il tormento del legame di compagno spezzato mi dilaniava più di quanto questa maledetta desolazione avrebbe mai potuto fare.
Perché l’aveva fatto? La domanda era un coltello, e continuavo a tagliarmi con quello, ancora e ancora.
Perché aveva reso falsa testimonianza davanti al tribunale del Consiglio? Perché mi aveva accusato di aver venduto il branco? Perché mi aveva consegnato di persona in questa maledetta gabbia con le sue stesse mani?
La notte del quindici novembre eravamo a letto. La sua pelle contro il mio corpo, lo scivolare della sua pelle sotto i miei palmi, il modo in cui il respiro le si spezzava, acuto, quando baciavo l’incavo della sua clavicola.
Dal crepuscolo fino a notte fonda eravamo rimasti avvinghiati, il suo profumo così vicino che ogni respiro me la riempiva nei polmoni, il suo battito premuto contro il mio petto finché non riuscivo più a capire dove finissi io e dove cominciasse lei.
Si era addormentata tra le mie braccia dopo le due, le dita ancora agganciate con noncuranza al mio polso, le labbra appena dischiuse, il viso così sereno che mi faceva venire voglia di non chiudere mai gli occhi — di continuare a guardarla così per sempre.
Lei lo sapeva. Sapeva con assoluta chiarezza che non ero mai andato a nessun molo abbandonato, che non avevo mai incontrato nessuno del Branco del Nord, che non avevo nemmeno lasciato quel letto caldo prima che il sole filtrasse dalle tende la mattina dopo.
Sapeva che ero innocente, eppure era salita su quel banco dei testimoni, mi aveva guardato con quegli occhi che un tempo erano stati pieni d’amore e aveva pronunciato, con calma, quelle menzogne.
Chiusi gli occhi, e il volto ipocrita di Roger Ashford affiorò nella mia mente senza che lo volessi — il padre di Joanna, l’Alpha del Branco dell’Ombra, un uomo che sopra ogni cosa dava valore al potere e al profitto.
Avevo capito fin dall’inizio come mi vedeva.
Ai suoi occhi non ero altro che un Beta orfano che aveva perso i genitori.
Anche dopo essere diventato un soldato d’élite della pattuglia di confine, anche dopo essermi distinto con diverse encomi e riconoscimenti, per lui restavo soltanto un licantropo indegno di sua figlia.
Ma Joanna mi aveva preso il viso tra le mani e mi aveva detto: «Non mi importa cosa pensa lui, Sebastian. A me importi tu. Solo tu.»
Le avevo creduto.
Quando la Dea della Luna aveva intrecciato le nostre anime, quando il legame di compagni si era stabilito tra noi in quell’unico istante, avevo pensato di aver finalmente trovato una casa tutta mia.
Avevo pensato che lei sarebbe stata la persona che mi sarebbe rimasta accanto, qualunque cosa accadesse, qualunque difficoltà avessimo affrontato.
E invece la realtà?
La realtà mi aveva schiaffeggiato in pieno volto. Era ipocrita quanto suo padre, e nei suoi occhi non c’era altro che l’interesse della famiglia e il potere.
Quando aveva dovuto scegliere tra me e la famiglia Ashford, aveva scelto la seconda senza un attimo di esitazione.
Odiavo il suo tradimento.
Ogni volta che ripensavo a come mi aveva guardato in quell’aula, ogni volta che ricordavo l’espressione sul suo viso mentre pronunciava quelle menzogne, desideravo soltanto una cosa: uscire subito da questa maledetta desolazione, tornare al Branco dell’Ombra e far pagare a Joanna, a Roger e all’intero branco il prezzo.
No. Non potevo restare intrappolato qui. Dovevo uscire.
Quel pensiero mi lacerò la coscienza, ancora e ancora, nei giorni che seguirono.
Oggi era il quinto giorno nella desolazione. Cinque giorni interi, e non avevo chiuso occhio nemmeno una volta.
Il mio corpo era stato spinto al limite estremo; le palpebre mi pesavano tanto che pareva mi avessero colato del piombo dentro. Solo pochi istanti prima mi ero finalmente appoggiato a quel muro gelido e avevo sentito la sonnolenza farsi strada.
«Oh, guarda un po’. Quindi questo è il Beta che si è fatto vendere dalla sua stessa donna?» Una voce ruvida, stridente, spezzò quel breve silenzio.
Aprii gli occhi. Davanti a me c’era un Beta dalla faccia larga e dai tratti brutali, con un ghigno maligno stampato addosso.
Lo riconobbi: Garrett, esiliato perché si divertiva a trasformarsi e a massacrare gli umani. Era uno dei bulli di questa terra desolata, con tre o quattro scagnozzi altrettanto feroci alle sue spalle.
Nella landa, i Beta si raggruppavano per dare la caccia ai nuovi arrivati isolati e indifesi, appena scaraventati lì dentro.
Era la legge della sopravvivenza, qui. Mangiare o essere mangiati. Nessuna pietà.
Non avevo voglia di perder tempo con provocazioni così inutili. Richiusi gli occhi e cercai di lasciarmi scivolare di nuovo nel sonno.
Ma Garrett, chiaramente, non aveva alcuna intenzione di lasciarmi andare così.
«Tsk, tsk, tsk.» Schioccò la lingua, accompagnando il gesto con un umido schiocco di labbra. «Che pena. Un soldato d’élite della pattuglia di confine, buttato nella landa dalla sua stessa donna. Come si chiamava quella figlia dell’Alpha, eh? Joanna? Una principessina tanto preziosa.»
Si leccò le labbra, e la sua voce grondava volgarità. «A quest’ora sarà già tra le braccia di qualcun altro, non credi? Quei figli di Alpha… di sicuro la puntavano da un pezzo. Dopotutto, con una stirpe così, uno status così…»
Le dita mi si serrarono contro le cosce, ma tenni gli occhi chiusi e il respiro regolare.
Dentro di me il mio lupo, Knox, cominciò ad agitarsi, irrequieto. Voleva fare a pezzi quell’idiota. Ma lo trattenni. Non adesso.
Garrett continuò: «Dimmi, perché credi che ti abbia tradito? Perché a letto non eri capace… non riuscivi a soddisfare la principessina? Ah ah ah ah—»
Dietro di lui gli scagnozzi scoppiarono a ridere, un suono che rimbalzò nell’angolo angusto, tagliente e velenoso.
Io non reagii.
La mia indifferenza parve mandare Garrett fuori di sé. All’improvviso rovesciò con un calcio la ciotola d’acqua davanti a me, e l’acqua sporca mi schizzò sui pantaloni.
«Pensi che se fai il morto me ne vado?» Si chinò e mi portò la faccia a pochi centimetri dalla mia. «Qui dentro, i mollaccioni come te farebbero meglio a pregare che oggi io sia di buon umore, altrimenti—»
La saliva che sputacchiò mi finì addosso, portandosi dietro la puzza di alcol scadente e cibo marcio. Mi venne la nausea.
Aprii lentamente gli occhi e lo guardai con calma. «Sparisci.»
Garrett rimase interdetto per un istante, poi esplose in una risata ancora più sguaiata. «Avete sentito, ragazzi? Questo rifiuto scaricato dalla sua donna ha davvero osato dirmi di sparire?»
Si raddrizzò; il ghigno gli svanì dal volto, sostituito da una malizia nuda. «Oggi ti insegno quali sono le regole, qui.»
Il suo pugno mi arrivò addosso, diretto al viso. L’istinto mi spinse a reagire. Gli afferrai il polso, sfruttai il suo slancio per torcergli il braccio e gli scaraventai tutto il corpo a terra con violenza.
Bang—
Garrett si schiantò sul cemento, lasciandosi sfuggire un gemito di dolore.
Ma gli altri mi piombarono addosso subito.
Tre o quattro lupi mannari mi attaccarono insieme: pugni, gomitate, musi ringhianti che arrivavano da ogni lato.
Afferrai il Beta più vicino per il colletto, lo tirai verso di me e gli piantai il pugno dritto al centro della faccia. Sangue bollente mi schizzò sulle dita.
Prima ancora che finisse di cadere, mi ero già girato e avevo piantato il tallone sul ginocchio di quello alla mia sinistra. Urlò e crollò a terra, stringendosi la gamba con entrambe le mani.
«Colpitelo! Ammazzatelo di botte!» Garrett si rialzò barcollando, tenendosi la spalla livida, urlando come un ossesso.
Mi colava sangue dall’angolo della bocca e dai fianchi mi si irradiava un dolore bruciante.
Ma non smisi di combattere. Il mio lupo ruggì, e una forza senza fine si riversò nei muscoli.
Mi lanciai contro Garrett. Una mano gli afferrò la camicia sul petto; con l’altra tirai un gancio furioso che lo centrò in piena bocca.
Sentii i suoi incisivi frantumarsi sotto le nocche.
Il suo corpo barcollò all’indietro; sangue e denti spezzati gli colarono tra le labbra. Sputò a terra una boccata di liquido rosso.
«Sei finito,» rantolò, con la voce impastata dalla mancanza dei denti davanti. «Sei fottutamente finito.»
Poi lo vidi portare la mano dietro la cintura e tirare fuori un coltello. Un coltello d’argento.
