Capitolo 3
Dalla finestra del secondo piano guardai Isabelle singhiozzare contro il petto di Gabriel, mentre lui le accarezzava piano la schiena. Una tenerezza che da lui non avevo mai conosciuto.
Mi tornò in mente quando, nella mia vita precedente, Gabriel mi aveva detto di «essere la persona più matura». Io l’avevo amato, mi ero fidata, mi ero bevuta tutte le sue stronzate sul fatto che Isabelle fosse «solo una sorellina». E così, sotto la copertura della mia generosità e della mia fiducia, lui era finito a letto con lei.
Buttai qualche cosa in una valigia, afferrai le chiavi della mia BMW impolverata e me ne andai. Questo divorzio si sarebbe fatto, gli piacesse o no.
I Guanlan Apartments: un monolocale che i miei avevano comprato vicino al campus quando ero al college, perché temevano le condizioni dei dormitori. Non venivo qui da una vita. Adesso era il mio rifugio. Appena mi sistemai, chiamai Ceria.
Meno di trenta minuti dopo, si presentò alla mia porta con delle borse piene di alcolici.
«Ti va di bere?» Ceria scosse le borse. «Ho perfino annullato lo shooting di oggi per sbronzarmi come si deve con te.»
«Sei la migliore.» Mi strofinai contro la sua spalla con affetto.
Lei alzò gli occhi al cielo. «Guardati: a pezzi per un tipo. Sei bellissima e hai i soldi: potresti avere qualsiasi uomo tu voglia. Perché impiccarti a un solo albero? Tesoro, quando si parla di appuntamenti, potrei insegnarti un sacco di cose...»
La lasciai parlare senza contraddirla. In quel momento Ceria si stava godendo la sua vita spensierata al massimo. Chi avrebbe mai detto che di lì a poco questa famigerata mangiauomini sarebbe caduta perdutamente per un fidanzatino cucciolo, più giovane di lei di parecchi anni...
Ceria colse il mio sorriso. «Che c’è da ridere?»
Feci un gesto per liquidarla. «Sono solo felice che tu sia qui a bere con me.»
Dopo diversi giri eravamo entrambe piacevolmente alticce. Ceria tirò fuori il telefono. «Ember, stasera ti trovo un uomo...»
All’improvviso qualcuno prese a tempestare la porta di colpi.
«Accidenti, che rapidità.» Lanciai a Ceria uno sguardo sospettoso e, barcollando, andai ad aprire.
La porta si spalancò e mia madre irruppe dentro, stringendomi in un abbraccio, il mio corpo che puzzava d’alcol schiacciato contro di lei. «Ember, mi hai spaventata a morte! Lo sai che ti cerco da tutta la notte?»
«Mamma...»
Rimasi immobile, il naso che bruciava mentre lacrime grosse mi scendevano sulle guance. Nella mia vita precedente, i miei avevano osteggiato il mio matrimonio con Gabriel. Io ero stata testarda, impulsiva. E loro avevano pagato la mia scelta terribile con la vita.
Grazie a Dio mi era stata concessa un’altra possibilità. Potevo ancora cambiare tutto...
«Hai litigato con Gabriel?» Vedendomi piangere, anche gli occhi di mamma si arrossarono. In fondo mi aveva cresciuta per tutti quegli anni e non mi aveva mai lasciata piangere.
Mi rannicchiai tra le sue braccia come un gattino, assorbendo quel calore che mi era mancato così tanto. Alla fine riuscii a parlare. «Che cosa ti ha detto Gabriel?»
«Che avete litigato e che tu te ne sei andata furiosa. Che non riusciva a trovarti da nessuna parte.» Mamma mi accarezzò piano la schiena mentre parlava.
«Solo questo?»
Alzai lo sguardo su di lei. Mio padre, rimasto in silenzio fino a quel momento, parlò finalmente. «Gabriel ha fatto qualcosa?»
«Nel nostro anniversario... la persona con cui ha passato tutta la giornata è stata Isabelle.»
«La figlia della governante?» La voce di mamma si fece gelida.
«Sì.»
«Che cosa interessante. Gabriel tiene sua moglie a distanza, però si sbraccia per la figlia della servitù...» Mamma tirò fuori il telefono, pronta a chiamare Gabriel e pretendere spiegazioni.
La fermai. «Mamma, voglio il divorzio. Non mi biasimerai, vero?»
«Divorzia da lui!» Papà non esitò nemmeno un secondo. «La nostra preziosa figlia potrebbe restare single per tutta la vita e noi ci prenderemmo comunque cura di te.»
«E... voglio tornare a lavorare in azienda.»
Per tre anni, con Gabriel, ero stata una casalinga a tempo pieno, riversando ogni energia nell’organizzare la sua vita di tutti i giorni.
«Fatto.» Papà annuì senza pensarci due volte.
Il team legale dell’azienda redasse il mio accordo di divorzio. La receptionist della reception lo spedì per me. In quei giorni, con mia sorpresa, era stato tutto tranquillo: solo io nel mio piccolo appartamento. Mamma continuava a portarmi da mangiare cose fatte in casa, si fermava a chiacchierare un po’ e poi se ne andava, così non mi sentivo soffocare.
Una settimana dopo, si presentò Gabriel.
«Posso aiutarti?» Mi piazzai sulla soglia, sbarrandogli il passaggio.
Sotto la visiera abbassata del cappellino, occhiaie scure gli ombreggiavano gli occhi.
«Hai finito di fare i capricci? Torna a casa.» La sua voce era roca.
«Qui sto benissimo. Se hai problemi con l’accordo di divorzio, contatta direttamente il mio avvocato.»
«Ember, io proprio non capisco. Che diavolo ti ha fatto Belle per offenderti? È solo una ragazzina.»
Gabriel mi afferrò per un braccio.
«Quindi lei è la principessa e io la strega cattiva?»
Lo fissai incredula.
«Ember, ho i miei motivi per occuparmi di Belle. Motivi che non posso spiegare. Se ti dà fastidio, posso farmi perdonare in altri modi. Dimmi tu cosa vuoi.»
Gabriel scendeva a compromessi con me di rado. E l’unica volta che lo faceva era per Isabelle. Patetico.
«Il divorzio. I miei genitori hanno già accettato.»
«Complimenti: adesso puoi dedicarti completamente a Isabelle senza preoccuparti dei miei sentimenti. Ah, già—non te ne sei mai preoccupato comunque.»
Gli sbattei la porta in faccia.
Gabriel, da adesso in poi siamo estranei.
In preda all’irrequietezza, mi raggomitolai sul divano a scorrere il telefono. L’ultimo post era di Isabelle: una foto di lei con Gabriel, con la didascalia «Spero che il nuovo drama mio e di mio fratello sia un successone.»
In realtà, Isabelle aveva solo poche scene nella serie. Ma, sfruttando la scia di Gabriel, sul set l’avevano viziata. Un attimo dopo comparve una notifica: a Gabriel era piaciuto il post. Era appena andato via da qui.
Il telefono squillò. Ceria. «Ember, l’hai visto? È troppo. Quella stronza la faccio a pezzi.»
Sembrava più agitata di me.
«Quell’offerta di presentarmi dei bei ragazzi—è ancora valida?»
Lo chiesi con noncuranza, senza dare al post il minimo peso.
«Oddio, Ember, finalmente ci sei arrivata!» L’eccitazione di Ceria crepitava dalla cornetta. «Sì! Assolutamente! Sto chiamando gente proprio adesso. Passo a prenderti tra trenta minuti. Stasera te la sistemo per bene. Ci divertiamo un mondo...»
