Capitolo 7
Dopo che la crisi di pubbliche relazioni si fu placata, quella sera Ceria mi scrisse.
[Ember, ho visto quelle foto. Scandalo a parte, quel Vic? Il suo viso e il suo fisico fanno impallidire di brutto quel verme di Gabriel.]
Pensare a Victor mi fece ricordare i duecentomila che gli avevo trasferito d’impulso. Il portafoglio mi doleva un po’. Stavo perfino valutando di chiederglieli indietro.
Sentendomi sospirare, Ceria capì male. Il suo messaggio successivo arrivò con un’esasperazione evidente. [Se quella notte non fossi stata così testarda a non farti riaccompagnare a casa da lui, voi due avreste potuto già concludere. Che incantesimo ti ha lanciato Gabriel? Dormire con un uomo solo per tutta la vita e pensare che sia normale? Ragazza...]
[La prossima volta, la prossima volta...] risposi, impacciata.
Ceria non ci stava. [Anzi, quella notte Vic sembrava davvero protettivo con te. Non è che ti sei fatta dare il suo numero di nascosto senza dirmelo, vero? Ember, parlo sul serio: hai dei gusti pessimi in fatto di uomini. Chiunque ti interessi devo passarlo al setaccio io...]
Annuii davanti al telefono come se potesse vedermi. [Quindi... mi aiuti a riprendermi quei duecentomila?]
[Quali duecentomila? Ember, non dirmi che l’hai davvero contattato alle mie spalle!]
Persino via messaggio, sentivo la furia di Ceria irradiarsi dallo schermo.
[Non proprio...] Le spiegai com’era andata.
[Ma mi stai prendendo in giro?! Gli hai bonificato duecentomila prima ancora di tastargli quegli addominali?!]
[Lo so, lo so. È stato un impulso.]
Alla fine, scattò l’istinto protettivo di Ceria. [Va bene. Me ne occupo io. Se non restituisce i soldi, gliela faremo pagare in altri modi.] Le sue parole mi diedero un po’ di sollievo. Avevo già visto Ceria gestire gli uomini: aveva i suoi metodi.
Con lo scandalo alle spalle, mi rimisi in sesto e mi preparai a iniziare a lavorare in azienda. Mamma e papà erano entusiasti. Dopo tutto quello che era successo di recente, speravano che il lavoro mi aiutasse a distrarmi.
In quel periodo, Gabriel aveva chiamato diverse volte. Ignorai ogni singola chiamata. Non serviva essere un genio per capire che stava di nuovo supplicando per Isabelle. Non volevo sentire Gabriel difenderla. Mi dava la nausea.
Nel reparto di design di gioielli, la mia segretaria Nancy mi accompagnò nel mio ufficio, già pronto. Era giovane, ma in azienda era una veterana: mamma l’aveva assegnata apposta come mia assistente per via della sua affidabilità.
"Ms. Blake, questo è il suo ufficio. Se le serve qualcosa, chiami pure il mio interno." Nancy mi fece un orientamento accurato.
Annuii e aprii sul computer i file condivisi del flusso di lavoro del reparto. Alzando lo sguardo verso Nancy, chiesi: "Oggi c’è uno shooting di gioielli?"
Nancy esitò, poi annuì, con un’espressione complicata.
"Vieni con me allo shooting oggi pomeriggio." Chiusi l’email con nonchalance.
"Ms. Blake, è il suo primo giorno. Forse dovrebbe prendere confidenza con l’ufficio? Posso occuparmi da sola dello shooting del pomeriggio." Il tono di Nancy era diventato cauto, quasi nervoso.
La fissai, aggrottando la fronte. "Va bene. Dimmi pure quello che devi dirmi. E chiamami Ember."
«Ms. Bl... Ember, il volto contrattuale della nostra linea di gioielli è sempre stato Mr. Sinclair. Il suo contratto non è ancora scaduto, quindi questo pomeriggio…» Nancy si interruppe.
Visto che per il divorzio mi ero servita dell’ufficio legale dell’azienda, non era certo un segreto. Con lo scandalo che impazzava online, tutti stavano molto attenti a evitare di nominare Gabriel davanti a me.
Nella mia vita precedente avevo lottato con le unghie e con i denti per procurare a Gabriel risorse e opportunità. Prima di diventare famoso, mentre i suoi coetanei arrancavano, lui si era assicurato collaborazioni con Blake Jewelry. La famiglia Blake aveva investito ogni cosa per promuoverlo, perché io lo amavo. Lui aveva sfruttato le nostre risorse per affermarsi in fretta nel settore. Quanto al fatto che Isabelle fosse arrivata a sponsorizzare Blake Jewelry… quello era soltanto il risultato della mia stupidissima generosità con chiunque fosse legato a lui.
«Va bene. Lavora e basta. Mandami il programma.» Sfogliai i fascicoli sulla scrivania come se non fosse nulla.
«Va bene!» Nancy smise di ribattere e mi sincronizzò il programma in un attimo.
Quel pomeriggio, nello studio di Blake Jewelry, Gabriel sedeva sotto un ombrellone, circondato dai suoi assistenti. Accanto a lui, appiccicata come un’eruzione che non passa, c’era Isabelle.
Accorgendosi del mio sguardo, Isabelle gli porse premurosa la sua bottiglietta d’acqua. «Gab, bevi un po’.»
Gabriel la prese e alzò gli occhi, individuandomi subito. La mano gli rimase sospesa a mezz’aria.
Dopo un istante si alzò e mi venne incontro. Isabelle lo seguì come un’ombra.
«Perché non rispondi alle mie chiamate?» Il viso di Gabriel era tirato e stanco, ma questo non gli impediva di venirmi a cercare.
Non dissi nulla; mi limitai a guardare Isabelle al suo fianco. Un lampo di speranza gli accese gli occhi: probabilmente pensava che fossi gelosa della presenza di Isabelle, la prova che per lui provavo ancora qualcosa.
«Questo shooting richiede coppie uomo-donna.» La sua spiegazione, detta con noncuranza, aveva comunque quel tono liquidatorio.
«E allora perché Isabelle?» Alzai un sopracciglio.
«Ember, per favore non arrabbiarti. Ho supplicato Gab di portarmi. Lui… lui si sentiva in colpa per il fatto che l’ultima volta tu mi abbia colpita, quindi…» intervenne Isabelle con quella sua vocina infantile, insopportabile.
Sapevo benissimo che non stava difendendo Gabriel: stava tirando fuori apposta lo schiaffo per farlo intenerire.
«Ma a me non dà affatto fastidio. Finché tu e Gab siete felici, io sono felice.»
Senza voler ascoltare altro della finta sincerità di Isabelle, feci un cenno al regista. Isabelle e Gabriel seguirono l’assistente guardaroba per cambiarsi.
«Ember, vuoi che contatti la loro agenzia per sostituirla? Non è nessuno: la penale per l’annullamento sarebbe minima.» Nancy parlò finalmente, dopo che se ne furono andati.
«Non serve.» Accennai un sorriso.
Tutti vedevano che Isabelle era falsa come una moneta da tre soldi. Tutti tranne Gabriel, che sceglieva di restare cieco. Non puoi svegliare qualcuno che finge di dormire.
Poco dopo Gabriel e Isabelle rientrarono nello studio in costume. Il primo gioiello erano degli anelli. Gabriel si inginocchiò su un ginocchio e, con delicatezza, infilò l’anello al dito di Isabelle.
Filò tutto liscio finché il regista non urlò lo stop. In quell’ultimo secondo, Isabelle, che era in piano, in qualche modo si storse miracolosamente la caviglia e cadde dritta tra le braccia di Gabriel, le loro labbra che si urtarono. Come in uno sdolcinato drama romantico.
