Capitolo 1 1.Impegno
Il punto di vista di Tabitha
Un pallone da calcio mi piomba addosso come un proiettile proprio mentre sono a metà di un passaggio, sdraiata a gambe incrociate in mezzo al campo aperto, con il libro comodamente appoggiato sulle cosce. Alzo lo sguardo e lo vedo sfrecciare dritto verso la mia faccia.
Merda!
Il cuore mi salta in gola e chiudo il libro di scatto. Mi butto di lato, piantando le mani nell’erba mentre torco il busto per scansarmi.
«Attenta!»
Prima che la palla possa raggiungermi, Andrew appare in un lampo. Scatta in avanti e si piazza davanti a me, inclinando la testa quel tanto che basta per intercettarla. Il pallone rimbalza con un tonfo sordo e rotola via sull’erba.
«Tutto a posto?» chiede, riprendendo fiato mentre si raddrizza al mio fianco.
Mi premo una mano sul petto, sentendo il battito impazzito sotto le dita. Per un soffio.
«Sì. Anche se quel pallone stava per spaccarmi gli occhiali.» Mi risistemo la montatura storta sul naso. «Ti avrei chiesto di ricomprarmeli, ma oggi è il tuo giorno fortunato, Kingston.»
Andrew si lascia scappare un risolino.
«Scusa. Ray si è fatto prendere un po’ troppo.» Fa un cenno verso Ray che sta correndo attraverso il campo. «Sai com’è quando entra nel vivo della partita.»
Ray, il capitano della squadra di calcio dell’università, mi saluta con un gesto di scuse e intima ad Andrew di ridargli la palla.
«Magari la prossima volta di’ ai tuoi amici di lavorare sulla mira. E cercate di non rifilare un occhio nero a noi poveracci sulle gradinate prima delle vacanze estive.»
Ride di nuovo e con un calcio secco rimanda il pallone ai compagni, poi esce dal campo per raggiungermi. Andrew fa segno che entrerà nella prossima partita. Ray e gli altri annuiscono e riprendono l’allenamento.
«Perché vi state allenando oggi?» chiedo, risistemandomi a sedere e riprendendo il libro. «Le vacanze estive cominciano tra tre giorni. La stagione della squadra è finita.»
Andrew scrolla le spalle.
«Non è sempre una questione di competizione. Il calcio è solo un gioco divertente. Però Ray è ossessionato dagli allenamenti da quando abbiamo perso in finale… quindi c’è anche quello.»
Andrew afferra la borraccia e beve un lungo sorso. Il suo sguardo scivola più in basso, e lo becco a fissarmi il ginocchio. Inclina appena la testa.
«Volevo chiederti di quella cicatrice. Come te la sei fatta?» domanda.
Abbasso gli occhi, e le dita mi sfiorano la linea pallida e frastagliata appena sotto la rotula. È vecchia, ma sulla pelle si vede ancora bene.
«Sono caduta da una scogliera cinque anni fa. Mi inseguiva un branco di idioti del liceo che mi facevano i bulli addosso. Sono inciampata, ho rotolato, mi sono sbucciata le ginocchia e ho sbattuto la testa parecchio forte», dico, voltando pagina.
Andrew fa una smorfia. «Cavolo. Lo so che i ragazzi possono essere degli stronzi, ma così è pesante. Non pensavo che al liceo potessero essere tanto spietati.»
Mi esce una risata secca. «Già… non hai idea.»
Se solo sapesse. Soprattutto se cresci circondata da licantropi che mutano apposta per terrorizzare a morte gli umani come me. Meno male che adesso sono a chilometri e chilometri da quel buco d’inferno. Non dovrò più vedere le facce compiaciute dei miei bulli… soprattutto quelle di quei quattro fratelli in particolare, che mi hanno reso la vita un inferno.
Notando il cambio d’umore, cambia argomento in fretta. «Comunque, che programmi hai per l’estate?» chiede, asciugandosi le labbra.
Richiudo il libro tenendo il segno col pollice e lo appoggio sul ginocchio. Programmi per l’estate, eh?
«Probabilmente mi prenderò qualche turno in più al bar. Come al solito», dico, stringendo le spalle.
Lui annuisce.
«Dannazione, lavori sempre come una dannata. Se vuoi cambiare, l’azienda di mio padre sta assumendo. Posso mettere una buona parola.»
Sorrido e scuoto appena la testa.
«Grazie, ma mi piace il lavoro al bar. Anche se la paga non è chissà cosa, almeno posso stare immersa tutto il giorno nel profumo del caffè. E poi il capo è così gentile da darmi i dolci avanzati a ogni turno.»
È gentile a offrirmelo, ma preferisco restare con il mio part-time. E non c’entra l’orgoglio; si tratta solo di costruirmi qualcosa da sola. Forse accetterò la sua offerta quando mi sentirò abbastanza sicura di poter fare un buon lavoro… dopo la laurea. Si spera.
«Be’, se lo dici tu…» Andrew rimette il tumbler nello zaino e si sistema sulle gradinate accanto a me. «Sai una cosa? Sei la persona più stacanovista che conosca. Non riesco a credere che tu stia passando tutta la pausa estiva a… lavorare. Non hai nemmeno un piano per andare in vacanza? Prendere un po’ di sole? Fare trekking? Visitare qualcosa? Spiaggia?»
Spiaggia. Un ricordo improvviso mi solletica in fondo alla mente. L’odore dell’aria salmastra, la sensazione della sabbia bianca e ruvida sulla pelle… e l’acqua blu cristallina che mi accoglieva gli occhi ogni mattina. Già. Ho vissuto su una spiaggia, eccome. E mi basta e avanza per tutta la vita. Non mi entusiasma affatto l’idea di tornarci.
«No. Sto bene così. Anche lavorare al bar è una bella fuga.» Respiro a fondo e faccio scorrere il segnalibro sulla pagina, poi infilo il libro nella borsa. In questo momento non ho davvero la concentrazione per leggere.
«Non è quello che dicevi il mese scorso quando quel tizio ti ha chiesto di rifargli il latte perché il cuore di schiuma gli sembrava venuto male.»
Sbuffo, ripensando alla scena. «Già. A quanto pare lo stava ordinando per la sua ragazza, ma lei l’ha mollato lo stesso giorno. Hanno fatto un casino al bar, quel giorno. Poveretto, ha dovuto ordinare un’altra bevanda. Però bisogna dargliene atto: si è preso una camomilla per calmarsi un po’.»
Andrew ridacchia. «Sì, e—» Si interrompe, gli occhi che scivolano oltre me e si stringono appena.
«Che c’è?»
Seguo il suo sguardo e vedo un uomo in un completo nero impeccabile che ci viene incontro. Sembra totalmente fuori posto in un’università piena di studenti che si ammazzano sugli ultimi progetti e giocatori di calcio che cazzeggiano in campo. Non ha l’aria di un docente né di qualcuno anche solo vagamente legato alla scuola, e quello che mi inquieta è il modo in cui continua a fissarmi, come se non stesse semplicemente passando, ma fosse venuto qui per qualcosa di preciso.
Sarà solo un genitore o qualcosa del genere… o magari un investitore dell’università. Non può certo essere venuto per me. Giusto?
No. L’uomo sta decisamente camminando nella nostra direzione e continua, senza smettere, a guardare me.
«Lo conosci?» sussurra Andrew, corrugando la fronte.
«No.»
L’uomo si ferma finalmente proprio davanti a noi. Squadra Andrew per un istante, poi riporta gli occhi su di me.
«Lei è Tabitha Huxley?» chiede l’uomo in completo.
«Eh… sì—»
«E lei chi sarebbe?» Andrew si alza di scatto, bloccandogli la visuale su di me.
L’uomo ignora Andrew come se non esistesse e si sposta di lato, inclinando la testa quel tanto che basta per guardare oltre la sua figura imponente e incrociare di nuovo i miei occhi.
«Madam Isla la sta aspettando nel parcheggio del campus. Mi ha chiesto di venire a cercarla, Tabitha», dice, con un tono calmo e allenato.
Mia madre ha fatto che cosa? Aspetta nel parcheggio del campus? Ma noi non abbiamo nemmeno una macchina!
Do un’altra occhiata all’uomo. Ha un’espressione perennemente seria stampata in faccia. Sembra sulla fine dei quarant’anni, di sicuro qualche anno più grande di mia madre. E per quanto io mi sforzi di scrutarlo, so che è la prima volta che lo incontro. Quindi non può essere un amico di mia madre.
Andrew si avvicina di lato e mi sussurra, senza staccare gli occhi taglienti dall’uomo. «Pensi che sia un nuovo tipo di truffa?»
Be’, se lo è, hanno scelto la persona peggiore possibile, perché siamo al verde. L’unica cosa che potrebbero riuscire a estorcerci è la padella di seconda mano che ho comprato al mercatino due settimane fa. Io e mia madre riusciamo a malapena a tirare avanti, soprattutto con le sue abitudini di spesa incontrollabili che ogni tanto ci costringono ad attingere a quei pochi risparmi che siamo riuscite a mettere insieme negli ultimi cinque anni.
«Credo che sua madre le abbia mandato un messaggio a riguardo, poco fa» dice l’uomo, lanciando ad Andrew un’occhiata di traverso, come se il ragazzo gli stesse già facendo perdere la pazienza.
Esito, e allungo lentamente la mano verso il telefono, come se potesse mordermi. Lo schermo si accende: un solo messaggio non letto, arrivato quindici minuti fa.
Mamma:
Ehi tesoro. Non andare nel panico, ma puoi venire al parcheggio? Ho bisogno di te per una cosa. È... una specie di sorpresa. Fidati e basta, ok? :))
Ma che… È serio?
Aggrotto la fronte fissando lo schermo, cercando di dare un senso a quel messaggio. Poi alzo di nuovo gli occhi sull’uomo, che è ancora lì impalato come se fosse tutto assolutamente normale, come se io dovessi semplicemente seguirlo senza fare domande.
Non so che diavolo stia succedendo. Però l’istinto mi dice di assecondare la cosa e chiuderla in fretta. Ho lo spray al peperoncino nello zaino, se la situazione dovesse mettersi male—non che serva a buttare giù un uomo grande così. Ma, insomma, mia madre mi ha scritto davvero e, per quanto a volte possa essere fuori di testa, non manderebbe uno sconosciuto a rapirmi in mezzo a un prato se non fosse una cosa seria. Probabilmente. Spero. In ogni caso raddrizzo le spalle, mi metto la borsa su un braccio e mi avvio verso di lui, fingendo che per me sia normale fare questo genere di cose.
La mano di Andrew mi sfiora il gomito e mi trattiene piano. «Aspetta. Sei sicura?»
«Sì. Ti scrivo dopo.» Gli accenno un sorriso secco.
La sua mano si ritrae e io riprendo a camminare verso l’uomo in giacca e cravatta.
Mentre ci dirigiamo verso il parcheggio del campus, lo sguardo mi scivola sul polso dell’uomo e si ferma su qualcosa di familiare. I gemelli: ovali, d’argento, con inciso un profilo minimale di catena montuosa. Quello… lo conosco.
Sono passati cinque anni dall’ultima volta che ho visto quel simbolo. E c’è una sola famiglia che io sappia i cui dipendenti lo portano.
No. Impossibile. Dev’essere solo lo stesso disegno.
Sto ancora fissando i gemelli quando mi accorgo che siamo già arrivati. L’uomo fa un passo avanti e apre la portiera di un’auto nera, lucida. Dentro vedo mia madre seduta comoda sul sedile posteriore, perfettamente a suo agio, che mi saluta e mi fa cenno di entrare. Bene. Non mi stavano truffando, alla fine. È davvero qui.
«Grazie per avermi riportato mia figlia tutta intera, Gerald.» Gli regala un sorriso incantevole.
Gerald china leggermente il capo. «Di nulla, Madam.»
Poi lui gira intorno all’auto e va a mettersi al posto di guida. Gerald avvia il motore e, prima ancora che me ne renda conto, stiamo già uscendo dal campus universitario. Va bene, sono ancora confusa.
«Per favore, dimmi cosa sta succedendo, mamma. Da dove salta fuori questa macchina? E lui chi sarebbe, poi?»
«È da un po’ che volevo dirtelo.» Sorride raggiante e mi prende la mano. «E adesso finalmente posso.»
«Mi stai mettendo ansia…»
«Oh, no, tesoro. Sono notizie bellissime!»
Solleva l’altra mano e, con orgoglio, mi mostra un anello enorme: un diamante gigantesco su una fascia di platino tempestata di pietre.
«Tesoro, mi sposo!» strilla.
Mi si spalanca la bocca. Si sposa. Cosa?
Mamma ha le guance arrossate come un’adolescente in preda all’euforia. È così emozionata che devo richiudere la bocca per evitare che mi scappi qualcosa capace di rovinarle l’umore. Mamma si sposa? Voglio dire, sì, anche a quarant’anni passati è ancora splendida. Gli uomini la guardano ancora, la desiderano, si consumano per lei. Però non avevo mai davvero pensato che si sarebbe sistemata con qualcun altro dopo la morte di papà.
«Che ne dici? È stupendo, vero?» Accarezza la gemma enorme dell’anello di fidanzamento e io annuisco distrattamente.
Sembra costosissimo. Chiunque sia il suo futuro marito, deve essere pieno di soldi.
«Sì, cioè… fantastico. Però, mamma, non mi hai mai detto che frequentavi qualcuno.»
«Oh, tesoro. Ho cercato di tenerlo nascosto per un po’. Ultimamente avevi già tantissimo da fare con l’università e il lavoro e non volevo distrarti. E poi, be’… è successo tutto piuttosto in fretta. All’inizio non sapevamo nemmeno quanto fosse serio, e non volevo tirarmela addosso parlandone troppo.» Fa una risatina lieve e lancia un’occhiata all’anello. «Ma adesso è ufficiale. Mi ha chiesto di sposarlo ieri sera e non riuscivo più ad aspettare. Dovevo dirtelo.»
«Quindi… chi è?»
«Lo vedrai.» Mamma mi sorride e mi dà un colpetto sul ginocchio. «Oggi lo incontriamo. Ha insistito per un pranzo come si deve, tutti e due insieme. Ha detto che è ora di rendere le cose ufficiali.»
«Io ancora non riesco a farmi entrare in testa tutta questa storia…»
«È un uomo meraviglioso, Tabitha. Uno di quelli che non incontri due volte. E io credo davvero che tu e io… da adesso in poi avremo una bella vita.»
Come a comando, l’auto si ferma. Gerald scende e ci apre la portiera. Io esco e mi si schiudono le labbra per lo stupore.
Siamo davanti a uno dei ristoranti più costosi della città. Uno di quei posti con il parcheggiatore, ascensori privati e menù con le scritte in oro. Uno di quei posti dove Andrew Kingston potrebbe passare per una bistecca come se niente fosse. Non un posto in cui una come me si sogna perfino di mettere piede.
Ma… chi diavolo è il fidanzato di mia madre?
Ho mille domande, eppure non dico nulla mentre seguo mamma oltre l’ingresso monumentale. Ci accompagnano subito a un tavolo privato VIP in fondo al locale. Lì, seduto in attesa, con una postura regale e un’espressione indecifrabile, c’è un uomo. Mamma non esita: gli va dritta incontro e gli posa un bacio sulla guancia come se l’avesse già fatto cento volte.
L’uomo si volta verso di me e mi offre un sorriso gentile. Ma le labbra mi si irrigidiscono dallo shock, prima ancora che io riesca a ricambiare la sua cortesia.
«Tesoro, voglio presentarti il mio fidanzato, Emery Aldair» annuncia mamma, sorridendo.
Non è possibile.
Il fidanzato di mia madre è Emery Aldair… il padre dei bulli che mi tormentavano al liceo?!
