I Fratelli Varkas e la Loro Principessa

I Fratelli Varkas e la Loro Principessa

Succy · In corso · 284.6k Parole

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Introduzione

«Dillo come se lo pensassi davvero, tesoro» sussurrò, avvicinandosi per leccarmi il collo, «e forse la smetto».

Mia madre si è risposata... e nel farlo mi ha maledetta. Credevo che trasferirmi in questa villa sarebbe stata la parte peggiore. Mi sbagliavo. Perché vivere qui significa vivere sotto lo stesso tetto con loro. I fratelli Varkas. Belli. Pericolosi. Possessivi. E assolutamente, devastantemente proibiti. Mi chiamano "sorellastra".
Ma il modo in cui mi guardano? Il modo in cui mi toccano? È tutto fuorché fraterno. C'è qualcosa di sbagliato in loro. Qualcosa di non... umano. Lo sento nel modo in cui i loro occhi lampeggiano quando sono arrabbiati. Nel modo in cui i loro corpi bruciano più del dovuto. Nel modo in cui si muovono, come predatori nell'oscurità. Non so cosa siano. Ma so una cosa... qualunque cosa mi stia dando la caccia adesso, non le sopravviverò. Non se continuo a lasciarli avvicinare. Non se continuo a lasciare che mi rovinino con le loro mani, le loro bocche, le loro parole sporche.
Dovrei scappare. Dovrei lottare. Ma la verità è che... una parte di me non vuole fuggire. Perché qualunque cosa siano... la desidero ardentemente. E una volta che mi avranno reclamata, non si tornerà più indietro. Un'ultima cosa... Tutti e tre mi toccano, tutti e tre mi fanno provare certe cose, ma ce n'è uno in particolare... Uno...

NOTA DELL'AUTRICE: Un piccolo avvertimento prima di aprire questo libro: non è il tipo di romanzo dolce e romantico. È dark, pieno di fantasie sensuali, desideri carnali, riflessioni erotiche e tanto, tanto sesso esplicito. Quindi, se questo è il vostro genere, «Benvenute, principesse, e assicuratevi di allacciare le cinture». Ma se non lo è, allora...

Capitolo 1

Non avevo mai capito come facessero le persone a entusiasmarsi, a essere felici o tristi. Non avevo mai capito come potessero ridere così forte da avere le lacrime agli occhi, o come potessero piangere con la stessa intensità fino ad avere gli occhi tutti gonfi.

Non credo di aver mai provato quelle emozioni, neanche da bambina.

Penso che... qualunque cosa permetta alle persone di provare sentimenti come la gioia, l'entusiasmo o persino la tristezza, forse in me non sia mai stata integrata. Come un gruppo di cellule mancanti. O forse si è semplicemente bruciata prima che potessi mai usarla.

Le uniche emozioni che avevo mai provato, quelle che mi erano familiari come vecchi amici, erano l'odio, la rabbia, la paura e la lussuria — quest'ultima si era sviluppata con la pubertà, mentre le altre tre... be', c'erano da che ho memoria.

E in quel momento ciò che provavo era rabbia. Rabbia pura che mi faceva tremare.

«Cosa?» chiesi a mia madre, stringendo i pugni così forte che le unghie mi si conficcarono nei palmi, perforandomi la pelle. «Ti sposi?»

«Già,» rispose lei, con un sorriso da un orecchio all'altro mentre ammirava l'anello di diamanti che portava al dito: il suo anello di fidanzamento. Il diamante, colpito dal sole, rifletteva la luce brillando. «Oh! Guarda qua!»

«È passato a malapena un mese,» le ricordai, con la voce che tremava. «Il suo corpo è stato appena sepolto e tu ti sposi di nuovo?»

La relazione dei miei genitori non era mai stata dolce, mai come quella di tutte le altre persone che avevo visto e che si amavano. Litigavano e discutevano in continuazione e io finivo sempre per esserci trascinata in mezzo. Finiva sempre con me coperta di lividi.

Li odiavo entrambi. Un tempo li temevo, ma un giorno mi sono semplicemente svegliata e ho deciso: «Mai più». Che non avrei mai più avuto paura di loro, li avrei solo odiati e avrei provato per sempre rabbia nei loro confronti.

Quindi, in realtà, non me ne fregava un cazzo che si sposasse a malapena un mese dopo la morte di suo marito. Quello di cui mi fregava, però, era che avrebbe potuto almeno fingere di essere in lutto per lui. La gente avrebbe guardato e avrebbe parlato.

Mia madre si limitò a stringere le spalle, distogliendo lo sguardo dalla finestra per guardarmi come faceva sempre: come se fossi stupida e non meritassi il suo tempo.

«Pensavo che, diventando alta e formosa, saresti anche guarita dalla tua stupidità,» ringhiò, «ma mi sbagliavo. Quando la vita ti offre un'opportunità, Rosette, cara, la afferri con entrambe le mani. E al diavolo le conseguenze.» Mi passò accanto, dirigendosi verso la porta. «Vendo la casa. Ci trasferiremo da lui non appena avremo pronunciato le promesse.»

Non andai al matrimonio. Mamma mi tempestò il telefono di chiamate, ma non risposi a una sola. Non tornai a casa e rimasi da un'amica, andando da lì al mio lavoro part-time. Ma la generosità della mia amica non poteva durare in eterno e non potei restare oltre.

Così, una settimana dopo il matrimonio, finalmente risposi a una chiamata di mamma.

«Stupida ragazzina,» furono le prime parole che sputò, con la voce aspra. «Hai idea delle bugie che ho dovuto inventare? Dovevamo mostrare il volto di una famiglia amorevole. Dovevamo mostrare al mio nuovo marito e alla sua famiglia un fronte unito!»

«Sono sicura che ti sei inventata una bugia convincente» dissi, con la voce piatta. «Mandami l'indirizzo. Vengo subito lì appena stacco da lavoro.»

«Tu e quel...»

Il telefono emise un segnale acustico mentre terminavo la chiamata, gettandolo nella borsa e tornando al lavoro.

Non volevo andarci. Non volevo dare a mia madre la soddisfazione di averla vinta, o di avere ancora un qualche controllo su di me, ma non avevo scelta. Non potevo permettermi un appartamento perché stavo risparmiando per andare al college.

Quindi sarei andata, ma non avrei recitato la parte della sua stupida famiglia unita. Avrei semplicemente ingoiato qualunque cosa mi avesse scagliato contro. Si trattava solo di aspettare la fine dell'anno, e poi me ne sarei andata. Sarei finalmente andata al college.

Appena vidi l'indirizzo che mi mandò mamma, capii che non si era sposata con un uomo d'affari qualunque. Quando arrivai alla villa, ne ebbi solo la conferma.

Era enorme, un vero e proprio castello, con mura imponenti e grandi cancelli. Non appena scesi dal taxi, qualcuno era già lì per prendere le mie valigie e accompagnarmi dentro.

«Benvenuta, signorina Rosette» mi salutò un uomo in abito elegante, con spessi occhiali poggiati sul naso, mentre mi portavano via i bagagli. «Sono Gabriel, il maggiordomo. Per qualsiasi necessità, potrà rivolgersi a me.»

«Piacere di conoscerla» dissi con un leggero cenno del capo.

Fui condotta all'interno della villa, attraverso un lungo corridoio, finché non entrai in una stanza dove si trovava mia madre, e poi fui lasciata sola con lei. Si alzò in piedi non appena mi vide, marciando verso di me con le mani sui fianchi e il viso rosso di rabbia.

«Non ti permetterò di rovinarmi anche questo, Rose» sibilò a un soffio dal mio viso. «Ti comporterai bene. Farai la parte della figlia perfetta, sorriderai quando dovrai farlo e parlerai con gentilezza.»

«E se decidessi di non farlo?» domandai, solo per provocarla. «Cosa farai, mamma? Mi picchierai? Non mi darai da mangiare per una settimana? O forse ricorrerai al tuo metodo di punizione preferito: chiudermi in un armadio buio senza cibo né acqua?» Il suo viso si fece ancora più rosso mentre parlavo, il respiro affannoso. «Non puoi più fare nessuna di queste cose. Non hai più alcun controllo su di me, e io mi comporterò come voglio. Sorriderò quando ne avrò voglia, parlerò con gentilezza o sarò sgarbata, se così deciderò. Sappiamo entrambe che non riusciremmo a fingere di essere una famiglia adorabile quando proviamo così tanto odio l'una per l'altra, così tanto veleno. È solo questione di tempo prima che il tuo nuovo marito scopra che sei tutta una farsa. E allora cosa farai? Salterai addosso al prossimo che ti degnerà di uno sguardo?»

Ormai era rossa fino al collo, il respiro un rantolo affannato. «Ingrata che non sei al...»

L'avevo già previsto prima ancora che alzasse la mano, ma lasciai comunque che lo schiaffo arrivasse. Il suono risuonò nella grande stanza, rimbalzandomi contro, ma non lo sentii nemmeno.

Mi indicai la guancia, nel punto in cui ero sicura che si stesse già formando un livido. «Uniti un cazzo.»

Fece un passo verso di me, ma si bloccò quando si sentì una nuova voce.

«Va tutto bene?»

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