CAPITOLO 3
Rimasi lì appoggiata al muro di mattoni per un po’, asciugandomi le lacrime e cercando di non scoppiare in un pianto troppo forte, altrimenti dentro se ne sarebbero accorti tutti. Sapevo, però, che non potevo restare lì fuori per sempre.
Mi decisi a rientrare nell'edificio. Nel corridoio non c'era nessuno, così tornai al mio armadietto e, quando lo aprii, ci trovai dentro un biglietto. Lo raccolsi.
Faccio sul serio, stronza. Vattene da questa scuola prima di pentirtene davvero.
Rimasi lì a tremare per un istante, guardandomi intorno per vedere se qualcuno mi stesse osservando.
Non sapevo dove fossero Madison e Grace. Erano famose per saltare le lezioni, ma non ero sicura che l'avrebbero fatto anche adesso che sembrava avessero preso a seguire ovunque i ragazzi nuovi.
Mi appoggiai all'armadietto quando sentii dei passi avvicinarsi lungo il corridoio e cominciai a tremare, non sapendo a chi appartenessero.
Mi voltai a guardare: era uno dei professori.
Si fermò a fissarmi per un momento e io mi assicurai che i capelli mi coprissero la guancia gonfia.
Sembrava sul punto di venire verso di me, ma poi gli squillò il telefono e dovette rispondere. Così, si incamminò di nuovo verso la presidenza.
Capii che, dopo quell'episodio, non potevo più restare a scuola. Lasciai tutto lì, uscii di nuovo da quella porta laterale, corsi fuori dal perimetro della scuola e mi avviai verso casa.
Vidi che di fianco a me c'era un parco, così mi fermai e mi sedetti sull'altalena, cominciando a dondolare piano e ricordando alcuni bei momenti che avevo passato lì.
Probabilmente l'unico posto in cui avessi mai avuto dei bei momenti.
Rimasi lì più a lungo che potei, finché una Rolls Royce non accostò sulla strada, proprio di fronte a me.
Il finestrino posteriore si abbassò e capii che era uno degli amici di mio padre. Uno che, tra l'altro, mi si era avvicinato parecchio.
Non sapevo cosa fare. Mi spaventai da morire. Il cuore prese a battermi all'impazzata e le mani cominciarono a sudarmi.
Mi guardai intorno. Lui restava seduto in macchina, senza scendere. Si aspettava che andassi io da lui. Ma di certo non sarei salita in quella macchina.
Mi alzai dall'altalena, mi voltai e corsi verso il bosco che si trovava dietro il parco, lontano da quell'uomo.
Non lo sentii chiamarmi né niente del genere. Sapevo che avrebbe telefonato a mio padre ma, in quel momento, era l'opzione migliore rispetto a salire in macchina con lui.
Cominciai a schivare i rami bassi e a scavalcare tronchi caduti, cercando di allontanarmi.
Non appena fui abbastanza addentro nel bosco, seppi di essere al sicuro. Non mi avrebbe seguita fin lì.
Così smisi di correre e mi sedetti su un tronco caduto, stringendomi le braccia al petto. Cominciai a dondolarmi avanti e indietro, consapevole di cosa mi aspettava una volta a casa.
Non volevo tornarci. Non volevo tornare a scuola. Non avevo soldi.
Non avevo un posto dove andare. Mentre le nuvole annerite cominciavano ad addensarsi, portando con sé lampi e tuoni, capii che non potevo restare lì a lungo.
Sentii le prime goccioline filtrare tra gli alberi e colpirmi la testa, e avrei anche potuto sopportarle, se non fosse che iniziò a piovere molto più forte.
Fui fradicio in pochi secondi, così mi alzai e cominciai a camminare verso casa, rimanendo però nel bosco.
Non volevo rischiare che quell'uomo mi stesse ancora aspettando fuori dal parco.
Perché diavolo non potevano lasciarmi in pace e basta?
«Sono solo invidiosi di te». La voce di mia madre mi risuonò nella testa.
Mi mancava così tanto, quella donna. Avevo solo cinque anni quando era morta, ma avevo fatto di tutto per assicurarmi di ricordare ogni cosa di lei.
Papà si era liberato di tutte le sue cose subito dopo la sua morte, quindi mi restavano solo i ricordi. L'unica cosa che non era riuscito a portarmi via.
Ma temevo che avrei cominciato a perderli molto presto.
Stavo iniziando a dimenticare l'odore del suo profumo. Però non avrei mai potuto dimenticare il suo sorriso. O la sua risata. Almeno, spero di non dimenticarli mai.
Lei c'era sempre per me. Quando avevo una giornata no. Quando ero triste. Non permetteva mai a nessuno di farmi del male.
Da quando è morta, la mia vita è stata solo un'enorme ferita. Senza fine.
Se fosse qui adesso, so che le cose sarebbero diverse. Papà non trattava bene neanche lei.
Provo a immaginare che a quest'ora lo avrebbe già lasciato e che noi due staremmo vivendo da qualche parte, felici e insieme. A papà non importerebbe se vivessi con lei. Sono stato solo un peso per lui da quando è morta. Qualcuno di cui si è dovuto prendere cura. Non che l'abbia fatto davvero.
Ma riuscivo a immaginarci in una piccola baita da qualche parte in campagna. A vivere insieme la nostra perfetta e tranquilla vita.
Comunque è solo un sogno. Un sogno che so non si avvererà mai, ma che credo si sarebbe realizzato, se lei non fosse morta.
Alla fine arrivai a casa e, mentre me ne stavo lì davanti sotto la pioggia battente, alzai lo sguardo verso l'enorme edificio a due piani e cominciai a valutare le mie opzioni.
Poi mi resi conto di non averne.
Mi avvicinai lentamente alla porta d'ingresso, entrai e me la richiusi alle spalle.
Appena misi piede nell'atrio, mi bloccai di colpo, incrociando lo sguardo glaciale di mio padre, che mi fissava tutt'altro che felice.
