Capitolo 10 Qualcosa nell'aria
Il punto di vista di Cassian
Oggi il campo d’addestramento era gremito. C’era stata un’affluenza enorme. Non so perché, ma non si trovava quasi un angolo libero per allenarsi.
Io e Atlas ci giravamo intorno, i muscoli tesi, lo sguardo affilato. A ogni passo affondavamo appena nella terra morbida sotto gli stivali. Il sole del mattino picchiava dall’alto, brillando sul sudore che ci lucidava la pelle, come faceva sempre, ricordandomi perché amavo incrociare i colpi con lui. Nessun altro riusciva a starmi dietro, nessun altro gli si avvicinava neppure.
«Troppo lento», disse Atlas, spingendomi indietro di due passi con una spallata, con quel sorrisetto di sempre.
«Vaffanculo», borbottai, sciogliendo le spalle e cambiando guardia.
Poco più in là, Evander e Alaric si allenavano, e le loro voci arrivavano fino a noi mentre ridevano e si insultavano a vicenda. Più giù nel campo, Orion e Theron si lanciavano come stracci, cercando di superare la forza dei loro padri. Il caos dei guerrieri in addestramento ci circondava, ma noi vedevamo solo noi due.
Accennai un diretto a sinistra; Atlas si abbassò e rispose con una spallata che quasi mi fece perdere l’equilibrio. Mi ripresi, lasciai uscire un gemito basso e ricominciai a girargli intorno. Ogni movimento era preciso, controllato: una danza che avevamo perfezionato in anni.
Poi mi arrivò addosso.
Un fremito nell’aria, così lieve che quasi non lo si afferrava, ma abbastanza da farmi scattare i sensi in allerta. Era caldo e dolce. E talmente sottile che, per un istante, pensai di essermelo immaginato.
Mi bloccai a metà passo. Atlas si irrigidì accanto a me.
«Che c’è?» chiese, socchiudendo gli occhi color nocciola e oro.
«Aspetta», dissi, la voce bassa. Inspirai lentamente. Eccolo di nuovo. Quel profumo, portato piano dalla brezza che attraversava il campo d’addestramento. Non avevo bisogno di vederla: lo sapevo. Il richiamo era lieve, delicato, eppure innegabile.
Gli occhi di Atlas si spalancarono appena; un lampo d’incredulità gli attraversò il viso. «Lo senti anche tu?»
Annuii piano. Draven si mosse dentro di me, inquieto. Non aggressivo, non possessivo. Semplicemente consapevole. La sua attenzione era agganciata a qualcosa che non riuscivo ancora a vedere. Draco gli fece eco, premendo contro la mente di Atlas con la stessa intensità. Entrambi i lupi erano in allerta, percependo qualcosa. No, qualcuno, lì vicino.
Gli altri guerrieri continuarono come se niente fosse. Evander si lanciò su Alaric, ghignando quando piazzò un colpo pulito. Orion e Theron si urlavano addosso, cercando di dominare lo scontro. Nessun altro se ne accorse. Solo io e Atlas riuscivamo a sentirlo. E questo mi diceva una cosa soltanto. Compagna.
La voce di Atlas si abbassò, quasi un sussurro. «Cass, stai pensando quello che penso io?»
Deglutii, il battito che accelerava. «Sì. Credo che la stiamo sentendo.»
Scosse la testa, sbalordito. «Già? Così presto?»
Mi scappò una risata breve. «Noi non siamo normali. Siamo sempre stati avanti al branco.»
Atlas accennò un sorriso, ma dietro c’era tensione, la consapevolezza che quell’attimo contava. «È fottutamente assurdo», mormorò, scuotendo di nuovo la testa.
«Non è assurdo», dissi. «È reale.»
Inspirammo entrambi ancora, lasciando che quella fragranza tenue ci scivolasse addosso, riempiendoci i sensi. Il vento cambiò, ci provocò con quel profumo, come se ci invitasse a inseguirlo, a cercarlo. Draven mi diede una spinta gentile ma insistente, mentre Draco premeva più vicino alla mente di Atlas, altrettanto incuriosito.
Guardai Atlas. «Lo senti anche tu, vero?»
Lui annuì, gli occhi fissi verso il giardino lontano da cui sembrava arrivare la brezza. «Sì. Non è fortissimo, ma è abbastanza. Più di qualsiasi cosa abbia mai sentito prima.»
Sorrisi di traverso, scuotendo la testa. «E non lo sa nemmeno, per adesso. Neanche un sospetto.» Il sorriso di Atlas si fece più tagliente, a metà tra l’esasperazione e l’euforia. «Cass, questa è follia. Se è nostra.»
«La nostra piccola,» conclusi per lui, lasciando che le parole mi scivolassero dalla lingua. Anche solo pronunciarle ad alta voce suonava strano.
Draven mi diede un’altra spinta, ora leggermente impaziente, ma non aggressiva. Solo fin troppo presente. Come se sapesse che quello era qualcosa di più di una semplice sessione di allenamento. Draco reagì allo stesso modo: un lieve mutamento nella sua presenza che sfiorò anche Atlas.
Feci un passo verso Atlas. «Non possiamo ignorarlo. Non adesso. Mai.»
Espìro lentamente. «Hai ragione. Ma non sappiamo nemmeno dove sia. Cosa stia facendo. O chi la stia proteggendo.»
Inclinai il capo verso il palazzo, poi di nuovo verso il giardino. «Non importa. Lo scopriremo. Presto.»
Atlas incrociò le braccia, lo sguardo ancora fisso sul tenue movimento delle ombre vicino agli alberi. «Cass, e se fosse già qui?»
Mi lasciai affiorare un sorriso. «Allora siamo nei guai. O nei guai più interessanti in cui siamo mai finiti.» Atlas ridacchiò piano, un suono impastato di incredulità e aspettativa. «Tu non hai proprio freni, eh?» Sospirò, lasciando uscire un lungo respiro.
«Non quando si tratta di questo,» dissi. Il suo profumo mi stuzzicava la mente, tirando un filo dentro di me che non sapevo nemmeno esistesse. Il battito mi accelerò, regolare e imperioso. Mi resi conto, con un misto di stupore e cautela, che quell’attrazione — il legame del compagno — era più forte di qualsiasi addestramento, più forte di qualunque cosa avessi mai incontrato.
La voce di Atlas si abbassò, quasi reverente. «Dovremmo aspettare il ballo, giusto?»
Scossi la testa. «E chi dice che dobbiamo aspettare?» Alzai le spalle. Nessuno ci aveva detto quella parte. Quindi, se è una regola, semplicemente non lo sapevamo.
Lui sogghignò, come se la cosa non lo sorprendesse affatto. «Audace e pericoloso. Mi piace.»
«Esatto,» dissi, annuendo, mentre un sorriso mi risaliva sul viso.
Draven si mosse di nuovo, sfiorandomi i sensi con leggerezza. Curioso, irrequieto, quasi a mettermi in guardia: procedi con cautela. Draco rispecchiò la reazione, sottile ma insistente. I nostri lupi lo sapevano. Sentivano il richiamo.
Inspirai ancora la brezza. Il profumo era sempre lì: tenue, dolce, esasperatamente leggero, eppure inconfondibile.
Cannella e zucchero di canna.
E poi un pensiero mi colpì, netto come una lama. Il ballo non conta più.
Sapevamo già dov’era. Sapevamo già che esisteva. Sapevamo già che era nostra.
Il sogghigno di Atlas si spense, lasciando spazio a una rara serietà. «Cass, che facciamo adesso?»
Lasciai che le parole restassero sospese un istante, lasciando che il peso si posasse tra noi. «Osserviamo. Aspettiamo. E ci assicuriamo che nessun altro la tocchi prima di noi.»
Per un attimo, negli occhi di Atlas guizzò l’oro: un avvertimento e una promessa insieme. «Nessuno,» ripeté.
Annuii piano. Draven, di nuovo in subbuglio, irrequieto ma pronto. Il legame, il richiamo, il profumo. Tutto ci chiamava in avanti, eppure pretendeva pazienza.
E quando l’angolo dell’occhio colse il più lieve movimento nel giardino, il polso mi balzò in gola.
Era lei. O forse no.
In ogni caso, una cosa la sapevo. Quello era solo l’inizio. E la domanda che avevamo entrambi in testa rimase sospesa, pesante, nell’aria calda dell’estate.
Chi diavolo è?
