Capitolo 2
Punto di vista di Serena Sterling
Le imprecazioni di Victor riecheggiarono lungo il corridoio per quello che mi parve un’eternità.
Mi appiattii con la schiena contro la porta, trattenendo il respiro, immobile. La moquette spessa sotto i piedi nudi era fredda: quel lieve gelo era l’unica sensazione normale rimasta nel mio corpo.
«Aspetta solo un po’ di più. Quando se ne sarà andato, potrò uscire.»
I passi, le imprecazioni: sparirono insieme, nello stesso istante.
Il corridoio ripiombò nel silenzio.
Espirai piano… e mi accorsi che quel fiato era attraversato da un tremito strano.
La droga stava accelerando.
Quello che era iniziato come un calore che mi montava dal ventre adesso si stava diffondendo nelle vene fino alle estremità. Abbassai lo sguardo sulle mani: i polpastrelli erano arrossati di un rosso innaturale, come se qualcosa sotto la pelle stesse brillando.
Strinsi le dita, tentando di spegnere quella sensazione di bruciore. Inutile.
Acqua fredda. Bagno. Resisti.
Nel buio mi reggesi al muro e mi alzai lentamente. Il tessuto leggero del vestito mi sfiorò le ginocchia: quel contatto delicato, amplificato dieci volte dalla droga, diventò di un’intensità innaturale. Digrignai i denti e, con una mano sul muro, mi feci strada più a fondo nella stanza.
Le luci della città, filtrando dagli spiragli tra le tende davanti alle finestre a tutta altezza, tracciavano una striscia sottile sul tappeto: non abbastanza per vedere bene, quanto bastava per capire che non stavo camminando verso un precipizio.
Il bagno doveva essere sulla destra. Le dita trovarono una porta socchiusa.
Poi mi fermai.
Da oltre la soglia arrivò un gemito basso, soffocato.
Non un lamento, non un grido di dolore: quel tipo di suono che uno si costringe in gola con ogni briciolo di forza, come una corda tirata al limite, che rifiuta di spezzarsi ma già vibra.
Il cuore mi si strinse di colpo.
C’era qualcuno nella stanza.
La parte razionale di me impartì ordini immediati: girati, vattene, non ti riguarda.
Ma c’era qualcosa, in quel suono, che mi inchiodò al pavimento. Quella repressione, quel controllo disperato sul punto di cedere… l’avevo appena provato anch’io nel mio corpo.
Spinsi la porta, come posseduta.
Alla luce che filtrava dalle finestre riuscivo a distinguere solo una sagoma.
Un uomo alto, mezzo appoggiato alla testiera del letto, la camicia stropicciata e aperta con due bottoni mancanti. La fronte segnata da un solco profondo, tutto il corpo come arso dall’interno: riconobbi quella postura. Era qualcuno che usava l’ultima stilla di volontà per combattere il proprio corpo.
Avevano drogato anche lui.
Mi chinai, cercando di vederne meglio il volto.
La sua mano scattò e mi afferrò il polso.
Una presa di ferro, senza appello, che mi strattonò in avanti con violenza: persi l’equilibrio e caddi dritta nel suo abbraccio rovente, la nuca che gli urtò la spalla, i denti che scattarono lievemente per l’impatto.
Il suo respiro mi colpì la sommità del capo; la voce, rauca e distorta dalla febbre, portava però una furia lucida e pericolosa:
«Sei tu… sei stata tu a drogarmi? Che cosa vuoi? Qual è il tuo scopo?»
«Non sono stata io.» risposi subito, puntando i palmi sul suo petto per respingerlo. «Ascoltami, hanno drogato anche me, mi sono solo nascosta qui dentro per evitare…»
Il suo bacio mi tagliò le parole.
Nessuna domanda. Con una forza che sfiorava la rabbia, come per schiacciare ogni interrogatorio e ricacciarlo giù. La sua temperatura attraversò il tessuto del mio vestito, bruciandomi addosso, bollente in un modo che nessun essere vivente dovrebbe avere.
I palmi mi restavano sul suo torace, sentendone il battito.
Veloce e caotico.
Esattamente come il mio.
Spingilo via.
La mia mente razionale lottava ancora: le mani premute con forza contro il suo petto, nel tentativo di conservare anche solo un centimetro di distanza fra noi.
Inutile.
La sua mano scivolò dal mio polso alla nuca, i polpastrelli premuti sulla curva delle vertebre cervicali: non pesante, ma preciso, come se stesse trovando un interruttore.
Il bacio scivolò dall’angolo delle mie labbra alla linea della mandibola, poi alla clavicola.
Ogni punto in cui si posava era come una scintilla che cade su cotone intriso d’olio: mi sentii ansimare, un suono spezzato e soffocato, così estraneo che pareva uscire dalla gola di un’altra.
Le dita mi si strinsero d’istinto attorno alla sua camicia.
È solo la droga che mi controlla. Non è quello che voglio.
Ma la droga stava già incendiando ogni nervo, e il calore del suo corpo era come una chiave, precisa, che s’incastrava nel varco che aveva scardinato dentro di me.
L’ultima porta della ragione crollò con un boato, prima ancora che potessi chiedergli come si chiamasse.
Mi spinse a fondo nel materasso, la sua figura alta mi avvolse completamente, come l’intero cielo notturno di Manhattan.
Provai a divincolarmi di nuovo. Mi immobilizzò entrambe le mani sopra la testa con più forza, dita intrecciate, i palmi in fiamme, senza lasciarmi alcuno spazio per muovermi.
I suoi baci non seguivano uno schema, eppure arrivavano con precisione su ogni punto che mi rendeva indifesa: la nuca, dietro l’orecchio, la clavicola. A ogni contatto seguiva una resa più profonda.
La collana di zaffiro alla gola si spostò nella lotta, la gemma fredda che premeva contro la clavicola: quel pizzico di gelo fu l’ultimo filo di lucidità che riuscii a percepire in tutta la lunga notte, e poi anche quel freddo venne sommerso.
La sua camicia nera si accartocciò in un mucchio e scivolò giù dal bordo del letto.
Dopo innumerevoli flussi e riflussi, sentii la sua forza allentare a poco a poco.
Quella temperatura rovente, a un certo punto prima dell’alba, cominciò a placarsi, come un incendio che finalmente esaurisce il combustibile. Si accasciò pesantemente accanto a me, il respiro lungo e greve, come di qualcuno completamente svuotato.
Anche la mia coscienza stava scivolando via.
Su una soglia confusa, persi del tutto il controllo di me stessa.
La luce dell’alba filtrò dai bordi delle vetrate a tutta altezza.
Fui strappata dal sonno da un’ondata di panico a brandelli: il respiro di qualcuno, profondo e regolare, proprio accanto al mio orecchio.
Mi immobilizzai.
Per tre lunghi secondi rimasi a fissare il soffitto senza muovermi, ascoltando quel respiro costante al mio fianco, la mente completamente vuota.
Poi prese il sopravvento l’istinto.
Con una cautela quasi assurda, sfilai il corpo centimetro dopo centimetro da sotto le coperte che lui schiacciava. Per tutto il tempo tenni lo sguardo inchiodato al soffitto, senza deviarlo di un solo grado. Senza guardare quel volto sul cuscino.
Non volevo sapere chi fosse.
Se l’avessi saputo, forse non sarei mai riuscita a fingere che quella notte non fosse mai esistita.
Il vestito era lì, stropicciato sul tappeto. Lo infilai quasi tastando a tentoni. Trovai i tacchi; mi tremavano troppo le mani per chiudere i cinturini, così li presi e basta.
Nel momento in cui spalancai la porta della suite, l’aria fredda del corridoio mi colpì come una secchiata d’acqua ghiacciata.
Mi precipitai verso l’ascensore, con un solo pensiero in testa: lasciare New York.
Il loro piano non era riuscito la notte scorsa. Restare a New York avrebbe soltanto trascinato me ancora più a fondo nell’abisso.
Ma prima dovevo tornare a Sterling Estate. Il mio passaporto era ancora lì.
A Sterling Estate, controllai per prima cosa se ci fosse qualcuno in casa. Non volevo incrociarli adesso—altrimenti sarebbe stato difficile assicurarmi che non provassero a consegnarmi di nuovo a Victor.
Per fortuna, a quell’ora erano già tutti al lavoro. Mi fiondai in camera mia e presi i documenti e la carta di credito che mi aveva lasciato mia madre.
Stavo per uscire quando sentii il rumore della porta d’ingresso che si apriva.
Cosa? Erano tornati?
Non osai perdere tempo. Saltai in fretta dalla finestra del secondo piano. La collana mi cadde per sbaglio in camera, facendo rumore.
«Chi c’è? Serena, sei tornata?»
Riconobbi la voce di Vivian. Non osai indugiare: corsi via più in fretta che potevo.
