Capitolo 2 2

Punto di vista di Annabeth:

«No, ascolta, te lo giuro» disse Mara in vivavoce mentre guidavo lungo la strada deserta, cercando di non perdermi, perché questa città era un labirinto tremendo di vie tutte uguali. Per quanto ci avessi vissuto, non ci ero mai riuscita ad abituare. «Mia cugina l’ha visto con i suoi occhi. Un tipo con gli occhi color argento che… non so, insomma, brillavano davvero.»

Scoppiai a ridere. Non riuscivo a trattenermi.

«Mara, tua cugina l’anno scorso ha anche detto di aver visto un fantasma nel bagno del distributore.»

«Ma stavolta è diverso!» insistette, e dall’altra parte sentii che masticava qualcosa di croccante. «L’hanno visto anche altre persone. Nella città accanto, Benton o come diavolo si chiama. Dicono che il tipo sia comparso dal nulla e abbia salvato un cane dall’essere investito, a velocità sovrumana.»

«Ah, certo. E poi è volato via dentro l’arcobaleno su un unicorno?»

«Annabeth, sei insopportabile. Perché devi sempre essere così… così… così scientifica su tutto? Ugh!»

«Perché studio biologia, Mara. È praticamente il mio lavoro non credere alle fiabe.»

Girai l’angolo che mia zia mi aveva indicato quella mattina e passai davanti a un negozio chiuso, con l’insegna al neon rotta.

Emberdale era pittoresca, immagino, se ti piaceva quel genere di paesino in cui chiude tutto alle otto e l’emozione più grande è quando apre un nuovo bar.

«Non è una fiaba» ribatté Mara, sinceramente offesa. «È… non lo so, qualcosa di paranormale. Magia. Perché per te dev’essere tutto così noioso?»

«La scienza non è noiosa. La scienza è incredibile. Hai idea di quanti processi debbano avvenire contemporaneamente nel tuo corpo, proprio adesso, perché tu possa parlare al telefono mentre mangi quelle patatine che so benissimo che stai mangiando?»

«Non sono patatine, sono salatini.»

«Il concetto non cambia.»

Mara sospirò in modo plateale.

«Va bene, va bene. Sei sempre una guastafeste. Però quando scopriranno che i vampiri o che so io esistono davvero, non venire a piangere da me.»

«Se scoprissero che esistono i vampiri, sarebbe letteralmente la cosa più eccitante capitata alla biologia da decenni. Studieremmo la loro fisiologia, la loro…» Mi interruppi a metà frase.

Più avanti, sotto un lampione che funzionava a malapena, vidi un gruppo di ragazzi circondare qualcuno a terra. Uno sollevò la gamba per tirare un calcio.

«Merda.»

«Che c’è? Cosa succede?»

«Devo andare.»

«Ma non hai finito di spiegare dei vam…»

Riattaccai e schiacciai l’acceleratore.

Il cuore mi martellava, ma la testa era lucida: calcolava distanze e angoli mentre mi avvicinavo. Quattro contro uno. Il ragazzo a terra non si stava difendendo, cercava solo di proteggersi. Gli altri erano troppo occupati a prenderlo a calci per accorgersi della mia macchina.

Girando di colpo il volante, frenai a meno di due metri da loro, facendo stridere le gomme sull’asfalto. Due di quei tipi balzarono indietro urlando. Perfetto.

Aprii la portiera e scesi prima ancora di pensare davvero a quello che stavo facendo. L’adrenalina mi faceva sentire più alta, più forte, anche se probabilmente ero sempre la stessa ragazza alta un metro e cinquanta che senza aiuto riusciva a malapena ad aprire i barattoli.

«Andatevene subito o chiamo la polizia!» urlai, tirando fuori il telefono dalla tasca e sollevandolo bene in vista. «Ho il telefono in mano, pezzi di merda!»

Il più alto del gruppo, un bestione con una macchia disgustosa sulla maglietta, fece un passo verso di me.

«Stavamo solo scherzando» disse, biascicando. Sentivo l’odore di alcol perfino da lì.

«Allora scherzate da un’altra parte. Fuori dai piedi!»

Ci fu un momento, forse due secondi, in cui non fui sicura che avrebbe funzionato. Quello mi fissava con gli occhi appannati da ubriaco, e gli vedevo l’indecisione in faccia. Poi uno dei suoi amici lo tirò via per un braccio.

«Dai, non ne vale la pena» borbottò, e si avviò per andarsene.

Gli altri lo seguirono, lanciando insulti a metà tra l’imbarazzo e la rabbia, ma se ne andarono. Li guardai svoltare l’angolo e sparire, poi rimisi via il telefono e mi voltai verso il ragazzo a terra.

«Stai bene?»

Mi mossi in fretta e mi inginocchiai accanto a lui. Era raggomitolato, ansimava, con il sangue che gli colava dal mento.

Dio, l’avevano colpito forte.

«Riesci ad alzarti?» chiesi, appoggiandogli una mano sulla spalla per aiutarlo a mettersi seduto.

Nel momento in cui lo toccai, successe qualcosa di strano.

Non so come descriverlo. Era come… come una lieve corrente elettrica, o calore, o entrambe le cose. Qualcosa che non avrei dovuto sentire solo sfiorando la spalla di qualcuno attraverso una giacca.

Lui sollevò la testa e i nostri sguardi si incrociarono.

E per un secondo, forse anche meno di un secondo, avrei giurato che i suoi occhi brillassero d’oro. Non come se riflettessero la luce del lampione, ma come se quella luce venisse da dentro. Come metallo fuso o… o fuoco liquido, se una cosa del genere fosse possibile.

Sbatté le palpebre.

Quando guardai di nuovo, i suoi occhi erano verde-azzurri, normali, solo un po’ velati dal dolore. Belli, sì, ma normali.

Mi convinsi che fosse stata la stanchezza, o l’adrenalina, o qualche strano effetto ottico dovuto al lampione morente. Doveva essere così. Gli occhi della gente non brillavano.

«Riesci ad alzarti?» ripetei, perché lui mi fissava con un’espressione strana.

Annuì, e lo aiutai a tirarsi su. Era più alto di quanto pensassi, e più pesante: muscoli puri sotto i vestiti. Quando fu in piedi, si ritrasse in fretta, come se il mio tocco lo mettesse a disagio.

Mi feci indietro anch’io, all’improvviso consapevole del fatto che avevo appena soccorso un perfetto sconosciuto coperto di sangue, in mezzo a una strada buia. Mia zia mi avrebbe ammazzata, se lo avesse saputo.

«Dovresti andare in ospedale» dissi, valutando i danni visibili. Labbro spaccato, quello che sembrava l’inizio di un occhio nero, probabilmente costole ammaccate da come si muoveva. «Quei tipi ti hanno conciato male.»

«Sto bene» rispose, passandosi una mano sulla bocca. Le dita gli rimasero macchiate di rosso, ma sembrò quasi non farci caso. «Devo solo… tornare a casa.»

«Non sembri affatto a posto.»

«Sono stato peggio.»

Gli lanciai quello sguardo che so di avere quando qualcuno dice una cosa palesemente stupida ma sono troppo educata per dirglielo in faccia. Be’, di solito troppo educata. A volte mi scappa.

«Almeno lasciami accompagnarti. Non dovresti camminare in quello stato.»

«No, grazie. Sul serio. Hai già fatto abbastanza.»

La sua voce era ferma, ma non scortese. C’era qualcosa nel modo in cui parlava, come se scegliesse ogni parola con cura, che mi fece pensare che difficilmente avrebbe cambiato idea.

Sospirai.

«Come vuoi» dissi, e ripresi a camminare verso la macchina. A metà strada mi voltai. «Stai più attento, d’accordo? Non tutti gli ubriachi scappano quando arriva un’auto.»

«Lo farò» rispose.

Salii in macchina e misi in moto, gettandogli un’ultima occhiata nello specchietto retrovisore. Era accovacciato a raccattare alcune borse da terra, muovendosi con più agilità di quanta dovrebbe averne qualcuno che è appena stato usato come sacco da boxe.

Strano.

E anche strano: quel momento in cui i suoi occhi avevano brillato. O in cui avevo creduto che brillassero. Perché ovviamente non brillavano davvero. Era impossibile.

Giusto?

Scossi la testa e accesi la radio. Stavo dicendo assurdità. Troppe conversazioni con Mara e le sue teorie sul paranormale mi stavano dando alla testa. Gli occhi non brillano, la magia non esiste, e quel tizio era solo… un tizio. Un tizio bello e misterioso che era appena stato picchiato, sì, ma pur sempre un tizio.

Domani iniziava l’università, e avevo bisogno di dormire, non di restare sveglia a pensare a sconosciuti con occhi che sicuramente non avevano brillato d’oro.

Sicuramente no.

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