Capitolo 3
Aprii gli occhi in una stanza bianca e sterile, e il primo spruzzo di colore che vidi fu una massa di capelli biondo sabbia.
«Jackson…» gracchiai, con la gola che mi bruciava mentre parlavo.
«Luna, sei sveglia.» Il proprietario di quella massa di capelli biondo sabbia, simile a quella del mio compagno, mi rivolse un sorriso impacciato. La donna accanto a lui gli fece eco. «Sono il dottor Fabian. Ci siamo già incontrati, se ti ricordi» disse.
«Il mio compagno?» Mi guardai intorno: la stanza era vuota, a parte il medico e l’infermiera che mi sorridevano in modo innaturale.
«Abbiamo contattato l’Alpha. Verrà appena possibile» mi assicurò il dottore. «Lo abbiamo chiamato qualche ora fa, quindi dovrebbe arrivare presto» aggiunse.
«Per quanto tempo sono rimasta fuori?» chiesi.
«Da circa quattro ore. Sembra che tu soffra sia di stanchezza sia di un’intossicazione alimentare. Posso chiederti che cosa hai mangiato nelle ultime ventiquattr’ore? Ricordi? Hai cambiato qualcosa nella dieta?» Evitai il suo sguardo e deglutii.
Il calore mi risalì lungo il collo mentre ripensavo al giorno prima. Le mani si strinsero lungo i fianchi, come se potessi schiacciare la mia mortificazione. Come potevo raccontare a un medico le bravate in cui mi ero cacciata ieri? Come mi avrebbe guardata se avesse saputo che avevo bevuto il sangue di un animale ucciso con le mie mani? E magari non era nemmeno quella la causa dell’intossicazione, considerati gli intrugli che avevo preso per tutta la settimana.
«Ho preso solo… un po’ di cose» borbottai, con un filo di voce.
«Ho bisogno che tu sia un po’ più precisa, per favore» insistette il dottore, e così, a denti stretti e con voce piccola, confessai tutte le stupidaggini fatte nell’ultima settimana.
Quando finii, azzardai uno sguardo: il volto del dottore era inespressivo, ma l’infermiera non era abile quanto lui a mantenere una faccia neutra. Aveva le labbra socchiuse e negli occhi un’incredulità che mi fece arrossire ancora di più.
Dopo la mia confessione, il dottore decise di tenermi sotto osservazione per le successive quarantotto ore. Dal momento che non sapevo che cosa ci fosse dentro agli intrugli che avevo preso, c’era la possibilità che alcune sostanze fossero pericolose e dovevano monitorarmi.
Quando il medico se ne andò, scorsi il telefono in attesa di una chiamata o di un messaggio dal mio compagno. Una parte di me sapeva che non sarebbe venuto, ma l’altra parte — la parte più grande, quella innamorata di lui, quella che credeva ancora che la nostra relazione si potesse salvare — lo aspettava, immaginandolo arrivare con la preoccupazione dipinta in faccia.
Le prime ventiquattr’ore passarono con me attaccata alle flebo e il comodino accanto vuoto. Nessuno chiamò. Nessuno scrisse, e nessuno venne a trovarmi. Non mi ero mai sentita così sola come in quel momento. Non ero un’orfana. Avevo una famiglia, un compagno, una migliore amica, un branco, eppure vivevo come se fossi sola al mondo.
Per distrarmi dalla mia miseria, iniziai a scorrere i social. Tra i post, ne trovai uno su Alpha Valens e rabbrividii. Aveva conquistato un altro branco, e la foto sotto la notizia mi fece ritrarre. Se l’omicida avesse avuto un’immagine da manifesto, sarebbe stata quella del principe, un uomo spesso descritto come un’ombra del male. A volte dubitavo perfino che esistesse davvero. Come poteva un solo uomo sottomettere così tanti branchi in così poco tempo senza che nessuno lo fermasse? E non aiutava il fatto che online circolassero solo due o tre sue foto, tutte ritoccate per farlo sembrare il più feroce possibile.
Più scorrevo, più vedevo post sul principe maledetto. Nessuno sapeva come una maledizione che si diceva spezzata fosse riemersa in lui — forse la famiglia reale lo sapeva, ma teneva la bocca cucita sulla maledizione del principe.
Mi toccai lo stomaco.
«Non sei maledetta anche tu?» mormorai. «Tutti dicono che va tutto bene eppure non c’è un bambino.» Risi, ma senza alcuna gioia.
Il giorno dopo mi lasciarono uscire dall’ospedale. Anche se ero grata di stare meglio, sentii la paura raccogliersi nelle viscere mentre salivo in macchina. Le ultime quarantotto ore erano trascorse in una pace relativa. Nessuno aveva chiamato per sapere come stavo, ma nessuno aveva chiamato nemmeno per insultarmi. Non avevo dovuto reggere gli sguardi di scherno o di pietà dei membri del branco, né il disgusto negli occhi del mio compagno.
Guidai fino a casa indossando ancora il camice dell’ospedale, con un sorriso cupo sulle labbra e una stretta al petto. Tornare nel mondo reale mi riempiva d’ansia. Non sapevo più cosa dire a Jackson. Dovevo affrontarlo perché mi aveva lasciata sola in ospedale? Dovevo non dirgli niente? Quanto a lungo avrei dovuto sopportare il suo odio che cresceva?
«Lascialo», mi sussurrò una voce, e io strinsi le labbra.
Com’era la vita senza il mio compagno? Non riuscivo nemmeno a immaginare chi fossi al di fuori dell’essere la Luna di Jackson. Se avessi spezzato il nostro fragile legame da compagni, non sarei più stata la Luna del branco Blood Moon. E allora chi sarei stata?
Rimasi seduta in macchina per più di venti minuti dopo essere arrivata a casa. Sentivo tutto il corpo troppo pesante per riuscire a scendere. Un luogo che un tempo mi riempiva d’orgoglio e gioia, adesso mi metteva addosso solo terrore e ansia mentre lo fissavo.
Costringendo le gambe stanche, scesi dall’auto e mi trascinai verso la casa. Più mi avvicinavo alla porta, più il cuore mi batteva forte. Infilai la chiave per aprire l’ingresso, ma la trovai già sbloccata. Perché Jackson era a casa così presto? Il battito accelerò ancora.
Spinsi la porta come una criminale che si intrufola e, con mani e piedi tremanti, entrai in casa, il respiro spezzato.
Da omega non avevo i sensi più acuti, ma percepii un odore terribilmente nauseante non appena varcai la soglia. Mi ci volle tutta la forza di volontà per trascinarmi su per le scale fino alla nostra stanza, e più mi avvicinavo più il cuore mi martellava e più respirare diventava difficile.
Mi si strinse il petto quando quei suoni osceni mi arrivarono alle orecchie. La porta della mia stanza — la stanza che condividevo con il mio compagno — era socchiusa, e il suono e l’odore che assalivano i miei sensi potevano significare una cosa sola, ma mi era impossibile crederci. Non volevo crederci.
Sbirciai dentro prima di spingere la porta e fare un passo. Mi ribollì il sangue. Avevo le mani serrate lungo i fianchi. I denti stridettero l’uno contro l’altro, ma quando aprii la bocca riuscii a emettere solo un suono piccolo, misero.
«Oh», mormorai, e la mia voce si perse nei gemiti forti di mia sorella.
Fu lei a notarmi per prima. I suoi occhi incrociarono i miei, l’angolo delle labbra si sollevò in un ghigno, poi contrasse il viso e lasciò uscire un gemito alto e sguaiato. Sembrava il latrato di un cane che sta affogando.
«Sì — ahh — sì — così — così, Jackie!» ansimò, avvinghiando le gambe alla vita del mio compagno. Il mio compagno gemette, accelerando l’andatura dei fianchi mentre affondava in mia sorella, e in quel momento i miei sensi tornarono a funzionare.
«Che cos’è questa cosa?» trovai la voce e urlai, sentendo il sangue salirmi alla testa. Le lacrime mi offuscarono la vista, ma sbattei le palpebre con furia.
«Ah — argh!» esclamò Irene, spingendo via Jackson e arraffando le coperte come se si fosse accorta solo allora della mia presenza. Il mio compagno si voltò, incrociò il mio sguardo e strinse le labbra.
«Puoi aspettare fuori?» disse con un sospiro, come se fossi io a profanare il nostro letto matrimoniale. Coprì Irene come se fosse il dono più prezioso al mondo, mentre io restai immobile sulla soglia.
«Chantelle!» sbottò quando le mie gambe si rifiutarono di muoversi, inchiodate al pavimento. Scappai dalla stanza, inciampando giù per le scale con la vista annebbiata.
Mi stava tradendo.
Era una cosa che non avevo mai nemmeno preso in considerazione, eppure aveva senso. Lui si era già tirato fuori dalla nostra relazione. Io ero l’idiota che continuava a sforzarsi per sistemare le cose. Aveva già trovato qualcun’altra — la mia sorellastra, addirittura!
Le parole di Janet, di due giorni prima, mi rimbombarono in testa e quasi mi venne da ridere tra le lacrime che mi colavano sul viso e impregnaveno il mio camice d’ospedale. Lei lo sapeva. Sapeva che suo fratello mi tradiva con la mia sorellastra, ecco perché mi aveva avvertita di rimanere incinta in fretta; prima che lo facesse lei.
Chi altro lo sapeva?
Mi sentii una stupida. C’erano tutti i segnali. Aveva smesso di toccarmi e aveva iniziato a guardarmi come se fossi della merda di cane sotto le sue scarpe, ma io mi ero rifiutata di vederlo. Avevo concentrato tutta l’attenzione sul costruire una famiglia con lui, mentre lui si scopava mia sorella in casa nostra, sul nostro letto matrimoniale che avevo scelto con entusiasmo anni prima.
«Che stupida», sussurrai, dondolandomi avanti e indietro sul sedile. «Che stupida, Chantelle. Che stupida!»
«Chantelle, dobbiamo parlare.» Il mio compagno scese le scale con mia sorella addosso la sua camicia.
«Da quanto?» Le parole mi scivolarono fuori dalle labbra.
«Vuoi davvero saperlo?» chiese.
«Dannato bastardo! Da quanto tempo ti scopi mia sorella!» urlai, e la piccola stronza si rannicchiò contro il suo fianco.
«Non… non urlare, Channy. Non spaventare il bambino», mormorò, con gli occhi lucidi, mentre si teneva la pancia. Notai il piccolo rigonfiamento e il cuore mi sprofondò.
«C—cosa?» sussurrai, la mandibola che mi si allentava.
