Capitolo 1 Beve con il diavolo
Punto di vista di Tyler
«Sei uno stronzo ingrato», urlò mia madre al telefono. «Dopo tutto quello che ho fatto per te, Tyler. Ho perfino deciso di tenerti invece di tirarti lo sciacquone quando ne avevo l’occasione.»
Non era niente di nuovo, ma la storia era sempre nuova.
«Ti ho detto che non ho quei soldi», dissi con calma.
«Mi hai detto che lavoravi, no? Non ti hanno pagato?» chiese, con la rabbia che le avvelenava la voce.
«Anche se l’hanno fatto, non è molto», risposi, con la frustrazione che mi saliva in gola.
«Non mi interessa. Trovali. Hai sette mesi per mettere insieme i soldi e mandarli. È il minimo che tu possa fare per tua madre.»
Chiuse la chiamata.
Odiavo la mia vita.
Da quando mio padre era morto di cancro al fegato, quando avevo dodici anni, mia madre era precipitata: alcol, gioco d’azzardo, prestiti su prestiti che non riusciva a restituire, e poi sensi di colpa addosso a me perché li coprissi io. Era arrivata persino a far sì che i suoi fidanzati mi mettessero le mani addosso, così da farsi pagare. Al liceo ero sopravvissuto grazie alle borse di studio e avevo dovuto attraversare diverse ondate di bullismo. E avevo anche dovuto lavorare per pagarmi le tasse universitarie, durante il college.
Perché mettermi al mondo solo per odiarmi così?
Continuavo a ripetermi che le mancava suo marito, giustificando il suo comportamento orribile con la morte di mio padre.
Avevo appena finito un lavoro di editing su commissione per una rinomata casa editrice di New York e avevo bisogno di respirare, così avevo fatto un viaggio a Vegas. Solo che mia madre mi chiamò poche ore dopo il mio arrivo per dirmi che aveva acceso un prestito da dieci milioni di dollari—e si aspettava che lo ripagassi io.
Come?
Dove avrei dovuto trovare una cifra del genere?
Come faceva anche solo a doverne così tanti?
Perché io?
Merda.
Sbattei il telefono sul bancone della reception più forte di quanto volessi. Sperai che lo schermo non si fosse crepato, ma non mi presi nemmeno la briga di controllare.
«Scusi», dissi alla donna dietro il banco e mi diressi verso il bar.
Il Kingston Hotel era lussuoso—uno di quei posti frequentati solo dai ricchi. Io non ero abbastanza ricco per stare lì, ma volevo godermi un assaggio di quel poco che mi ero guadagnato.
Quando arrivai nella zona bar, stavano facendo una specie di festa in maschera. Mi guardai intorno ed esitai per un attimo.
«Al diavolo, mi merito un po’ di divertimento anch’io», borbottai tra me e me e andai verso l’omone che distribuiva le maschere.
«Devo pagarla?» gli sussurrai.
«No, è gratis», rimbombò la sua voce da vecchio.
Presi una maschera marrone, in tinta con i miei occhi color nocciola—non che qualcuno se ne sarebbe accorto.
C’era una canzone lenta e romantica e alcune persone erano in pista.
Andai dritto dal barista, ordinai tre shot di tequila e li buttai giù tutti come se non bevessi da giorni. Il bruciore mi fece stare meglio in un modo che non sapevo spiegare.
«Altri due, per favore», dissi al barista.
Mi guardò come se avessi qualcosa in faccia, cosa che ovviamente avevo. Poi si spostò per preparare l’ordine. Lo ignorai.
Bevvi il primo shot e stavo per fare lo stesso con il secondo quando sentii una presenza incombere accanto a me. Alzai la testa…
E i miei occhi incontrarono il mio peggior incubo.
Quin cazzo di McKenzie.
Il ragazzo che aveva trasformato gli anni del liceo in un inferno.
«Ti dispiace se mi unisco?» chiese, già sedendosi sullo sgabello accanto al mio.
Possibile che non mi riconoscesse? Non pensavo di essere cambiato così tanto. Ah già, portavo le lenti a contatto e avevo una maschera. Ma perché lui non ne indossava una?
Che arroganza. Gli è sempre piaciuto sentirsi al di sopra delle regole.
«Uh… sì. Sì, certo», risposi.
Si sedette e ordinò da bere. Ne prese un sorso, posò il bicchiere e un ghigno malvagio gli si allargò sul viso.
«Ho il piacere di sapere come ti chiami?» disse, ruotando sullo sgabello per mettersi di fronte a me, la mano tesa. «Nessuna pressione, voglio solo mandare avanti la conversazione.»
Non c’era modo all’inferno che fosse gentile; forse era tutta una recita.
Forse mi ero assentato per un secondo. Perché la sua mano mi sventolava davanti agli occhi. «Tutto bene?» chiese, e bevve un altro sorso lento del suo drink.
«Ehm… sì, sto bene» dissi.
«Sei proprio carino, sai?» ridacchiò.
Ignorai i suoi commenti da affamatore. Allungai la mano verso di lui.
«Ryan. Mi chiamo Ryan Grey.»
Mi prese la mano e me la baciò. Poi mi guardò.
«Ti voglio nel mio letto stanotte, Ryan. Che ne dici?»
Rimasi di sasso. Dalla mia bocca non usciva niente. Mai e poi mai avrei creduto che Quin Mackenzie fosse interessato ai ragazzi o che potesse essere così sfacciato, lui che mi aveva bullizzato per essere gay.
«Mi stai fissando come se volessi che ti prendessi qui, adesso. Però non sembri il tipo a cui dispiacerebbe.»
Un calore sbucò dal nulla e mi strisciò sotto la pelle. Era normale? Odio questo tizio con tutto me stesso. Non mi aspettavo le parole che mi uscirono di bocca.
«Vaffanculo» sputai.
«Non è quello che vorresti?» ribatté. «Probabilmente stai morendo dalla voglia di farti scopare da me. Sono palesemente irresistibile.»
«Vai a cercarti qualcun altro da usare come giocattolo sessuale» dissi.
La mia voce uscì più forte di quanto volessi.
Lanciai un’occhiata in giro per il bar, per assicurarmi di non aver attirato l’attenzione. Non mi fidavo di quei mocciosi pieni di soldi.
Lui si sporse più vicino e il mio cuore cominciò a correre più veloce di quanto avesse mai fatto. Stava fingendo di non conoscermi?
«Non puoi esserne così sicuro, di non volere questo» disse con calma. «Che ne dici se facciamo un giochino?»
«Probabilmente imbrogli per arrivare in cima» sogghignai, afferrando il telefono dal bancone per andarmene. «No, grazie.»
Le sue parole mi stavano entrando sotto pelle, lentamente, o forse era l’alcol. Ma sentii il cazzo sussultare, prudere dalla voglia di essere toccato, e il corpo diventare rovente come l’inferno.
«Non fare il codardo,» disse, con una nota scura nella voce.
Era così che giocava: ti faceva sentire piccolo, ti spingeva in un angolo e poi ti schiacciava. Tipico di Quin. Mi voltai per guardarlo davvero. Sollevò il bicchiere e bevve, e per una frazione di secondo mi immaginai di strappargli la gola mentre deglutiva.
Al diavolo.
Qualunque cosa fosse, l’avrei fatta. Ero a Las Vegas per rilassarmi e divertirmi, e probabilmente non ci saremmo più incrociati. Mi sarei attenuto al «quello che succede a Vegas resta a Vegas». E soprattutto non avevo intenzione di lasciare che qualcuno mi rovinasse la mia mini-vacanza.
«Che tipo di gioco?» chiesi.
Mi risiedetti. Davanti a me c’era ancora uno shot — me n’ero quasi dimenticato. Lo buttai giù, saltando il lime, solo per sentire di nuovo quel bruciore.
«Niente di che» disse, e quel ghigno tornò. «Solo un giochino alcolico…»
Fece cenno al barista e ordinò altra tequila. Dieci shot.
Merda.
Ero già un po’ brillo per via di quelli di prima, ma non mi sarei tirato indietro.
Il barista posò gli shot e si allontanò.
Gli altri nel locale probabilmente stavano vivendo la serata migliore della loro vita, mentre io ero lì, intrappolato con il diavolo in persona.
Quin fece scivolare cinque shot verso di me e tenne gli altri cinque. Ne prese due insieme, mantenendo il contatto visivo mentre se li buttava giù uno dopo l’altro.
«Pfft. Che esibizionista,» borbottai.
Bevvi tutti e cinque gli shot di fila.
Poi ne ordinai altri — solo per dimostrare che non ero un codardo.
E quello fu l’inizio del mio vero incubo.
