Capitolo 2 A letto con il diavolo

Punto di vista di Tyler

Quin e io non abbiamo davvero fatto nessun gioco alcolico. Probabilmente era solo il suo modo di farmi bere con lui.

Non riuscivo a ricordare come fossimo arrivati nella sua stanza. Merda. Ho bevuto troppo. Mi si chiudevano gli occhi, riuscivo a malapena a stare in piedi. Attraverso la vista appannata vidi una figura avvicinarsi. Mi strofinai gli occhi per metterla a fuoco. Era Quin, che si sfilava maglietta e pantaloni. Che diavolo mi sono cacciato a fare. Se questo era un altro scherzo, potrei finire per ammazzarlo sul serio.

Si fermò davanti a me, si chinò e mi sussurrò: «Perché hai ancora addosso queste cose?»

Mi tirò la maglietta, poi diede un colpetto alla mia maschera. Prima che riuscissi anche solo a pensare a una risposta — che non arrivava — Quin strappò via i bottoni della mia camicia con un solo gesto, facendoli schizzare in giro. Era ubriaco anche lui? O era l’ennesimo sogno mio?

Doveva esserlo, ma avevo paura di togliermi la maschera, che mi riconoscesse.

Il mio cervello non cervellava per niente, se esiste anche solo un’espressione del genere: un mondo in cui Quin mi voleva davvero. Eppure ci odiavamo. Risi al pensiero. Dev’essermi scappata una risata a voce alta, perché lui mi spalancò i vestiti con forza.

«Ti fa ridere, Goldy?»

Che razza di soprannome idiota era?

Per il colore dei miei capelli?

Merda! Non erano neanche dorati, erano più sul rosso o sul castano, una via di mezzo.

Per poco non persi l’equilibrio. Le sue mani mi serpeggiarono intorno alla vita e mi tennero fermo per tre secondi, ma finimmo per cadere sul letto — un letto che non avevo nemmeno realizzato ci fosse — e il corpo di Quin crollò sul mio.

«Oh!» ansimai.

«Togliti di dosso, Cristo, sei pesante.»

Provai a spingerlo via, ma mani e gambe non collaboravano.

«Tu e io lo sappiamo che non vuoi che lo faccia, e poi adesso sei mio marito.»

Sollevò il suo corpo muscoloso dal mio più esile. E mi mostrò le dita. Probabilmente mi stava prendendo per il culo. E tutto quello che stava succedendo sembrava un sogno, quindi molto probabilmente era un sogno.

Se era un sogno, tanto valeva approfittarne. Se il Quin del sogno voleva essere mio marito, che lo fosse. E poi non era mica brutto. Mi sentivo il corpo caldo. E percepivo il calore espandersi ovunque. Quin si mosse appena sopra di me, il suo corpo nudo che strusciava sul mio cazzo ormai dolorante attraverso i pantaloni, mandandomi scariche elettriche lungo la schiena.

Sì, vaffanculo. Se il Quin del sogno vuole scoparmi, che lo faccia, tanto è da un sacco che non scopo. Il mio sogno dovrebbe contare. No?

Lo tirai giù e lo baciai. Il contatto delle nostre bocche mi attraversò con ondate di elettricità. Il suo petto nudo contro il mio. Mi infilò la lingua in bocca come se stesse cercando qualcosa. Sapeva di alcol e di qualcosa di dolce. Gli passai le dita tra i capelli morbidi, mi fermai e lo tirai più vicino. Il bacio diventò disperato e affamato.

«Mmm…» gemetti contro la sua bocca.

Lui sollevò il corpo, allineò il suo cazzo al mio e cominciò a dondolarsi su di me.

«Mmmm…»

Non riuscii a trattenere il gemito che mi sfuggì. L’unica cosa a separarci, duri com’eravamo, era quel pezzo di stoffa che avevo ancora addosso: i pantaloni.

Provai a spostarlo, ma non si mosse di un millimetro. Staccai le labbra dalle sue per attirare la sua attenzione.

«Che c’è?» Sembrava irritato e senza fiato.

«Devo togliermi questi.» Diedi un colpetto ai fianchi, indicando i pantaloni.

Questa volta sollevò del tutto il corpo nudo e io potei guardarlo davvero. Il suo cazzo era duro, teso come se potesse perforare un muro, ed era grosso, probabilmente diciotto centimetri o più; il suo corpo era così… No, cazzo. Non ci sarei finito in quel vicolo. Tyler, goditi il tuo sogno e vai avanti con la tua vita quando ti svegli. Mi rimproverai.

Mi slacciai in fretta la cintura, abbassai la zip e mi spinsi giù pantaloni e boxer. Mi spostai al centro del letto; Quin mi seguì.

«Te l’avevo detto che lo volevi.» mormorò.

Si chinò per baciarmi, ma lo evitai. Io non bacio i rimorchi. Scopiamo e basta, poi ognuno per la sua strada. Credo che avesse capito la regola del niente baci quando scansai il suo tentativo altre due volte. Per fortuna avevo ancora la maschera al suo posto.

Si ritrasse, mi aprì le gambe e si sistemò in equilibrio tra di esse. Io rimasi disteso sul letto, scomposto. Il mio cazzo aveva davvero bisogno di attenzioni; Quin era troppo lento per i miei gusti.

Il modo in cui i suoi occhi mi percorrevano il corpo non dava l’idea che fosse disgustato. Il Quin del sogno doveva essere proprio cieco. Un’improvvisa ondata di eccitazione e attesa mi attraversò. Continuavo a ripetermi che era solo un sogno. Mi sarei svegliato la mattina, nel mio letto. E niente di tutto quello sarebbe stato reale.

Prese uno dei cuscini dal letto, mi sollevò il culo e lo infilò sotto. Non era altissimo, ma era un po’ scomodo.

«Apriti, doratino.» ordinò.

Gli avrei perdonato quel nomignolo, visto che era un sogno. Così feci come diceva e allargai ancora di più le gambe.

Si sputò sulla mano e se la passò sul mio buco. All’inizio mi ritrassi d’istinto. Poi mi ricordai che ero disposto a farlo di mia volontà. Così mi lasciai andare e mi rilassai, pronto a godermi quello che sarebbe venuto.

Il suo dito tornò a massaggiarmi l’entrata.

«Ooh, cazzo…» gemetti.

Spinse dentro un dito, piano. Lo sfilò e cominciò a muoversi lentamente avanti e indietro, in un ritmo continuo.

Lo tirò fuori e si sputò di nuovo sulle dita, poi mi penetrò ancora, stavolta con meno delicatezza.

«Oh!» ansimai.

Possibile che delle dita potessero far stare così bene? Le mie non ci erano mai riuscite.

Aumentò il ritmo, scopandomi con le dita e aggiungendone un altro, facendone due che sembravano quattro.

«Oh, Dio. Mm…»

«Gemi già come una piccola troia. Aspetta di sentire la cosa vera.» ringhiò.

Il linguaggio sporco era perdonato, perché ovviamente era un sogno.

Si sfilò del tutto. Stavolta si sputò sul mio buco e sul suo cazzo enorme. Io stavo già leccando il precum, e anche lui. Anche il mio cazzo aveva bisogno di attenzioni; quasi mi scappò un lamento. Si accarezzò il cazzo un paio di volte, mescolando lo sputo al precum, poi lo allineò alla mia entrata e spinse dentro.

«Cazzo. Cazzo. Cazzo, ca…zzo.»

Il dolore era più di quanto mi aspettassi. Spinse e fu completamente dentro di me.

«Ca…zzo.»

Sentirlo riempirmi fino in fondo mi fece dimenticare il dolore per un secondo.

Cominciò a muoversi e il dolore si mescolò alla sensazione più bella del mondo. Un calore mi si arrotolò basso nello stomaco. Si tirò fuori quel tanto che bastava per poi affondare di nuovo con tutta la forza.

«Ahhhh…» La mia voce rimbombò nella stanza.

Il mio urlo non fece nulla per fermarlo. Si sfilò solo per ripiombare dentro come un martello che pianta un chiodo nel muro; solo che era diverso: il buco ero io, e lui aveva quel chiodo che mi trivellava.

Quin mi afferrò la vita con entrambe le mani mentre mi scopava senza pietà. Affondando e sbattendo come se avesse un record da battere.

«Ah. Ah. Sì. Proprio lì. Ahhh…»

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