Capitolo 4 Faccia a faccia con i problemi

Punto di vista di Tyler

Non poteva essere. Com’era possibile che Quinn fosse seduto dietro l’enorme scrivania dell’ufficio dell’amministratore delegato? Mi stava sfuggendo qualcosa?

«Buongiorno, signore.» La mia voce uscì limpida, a nascondere qualsiasi sospetto. Meno male che portavo gli occhiali e che ieri sera mi ero tinto i capelli di nero. Anche se l’avevo fatto perché detesto rispondere alle domande su quale sia il mio vero colore.

«Siediti.»

Ignorò il mio saluto e ordinò. Un bastardo senza cuore, come al solito.

Se solo sapesse che cosa mi ha fatto. Come mi ha fatto gemere senza sosta, affondando la sua grossa, lunga durezza dentro e fuori di me. Ricacciai subito indietro quel pensiero. Sarebbe stato da idioti farsi venire una erezione a un colloquio. E probabilmente mi ammazzerebbe seduta stante se scoprisse mai che ero io. Mi odiava già dai tempi della scuola. E con ogni probabilità non si ricorderà che ero quel ragazzino di allora.

Mi sedetti su uno dei divani incredibilmente comodi dell’ufficio, il cuore che correva all’impazzata, ma non gliel’avrei lasciato vedere. L’aria lì dentro era fredda e, allo stesso tempo, rovente.

Quin si alzò e fece il giro della scrivania, esibendo—o meglio, ostentando—il suo completo costoso.

«L’hai già fatto, prima d’ora?»

«Come, scusi?» mi sfuggì, ma mi coprii immediatamente con un rapido: «Mi scusi. No, non l’ho mai fatto.»

Si avvicinò e si sedette sul divano che, ovviamente, era quello destinato a lui.

«Per quanto tempo pensi di lavorare qui?» I suoi occhi azzurri come il mare, taglienti, sembravano trapassarmi la testa e scavare buchi invisibili.

«Per tutto il tempo in cui mi vorrà.»

Merda, suonava strano, ma ormai era andata.

«Sei impegnato?»

Doveva far parte delle domande da colloquio?

«No, signore», risposi comunque.

Mi guardò per un momento, annuì e poi ordinò: «Puoi andare. La mia segretaria ti contatterà.»

Lo fissai con un’espressione palesemente confusa. Ma ingoiai tutto quello che stava per uscirmi di bocca.

«Grazie, signore», dissi, e mi alzai.

«Mr McKenzie.» Sentii la voce di Quin.

Mi voltai a guardarlo.

«Chiamami Mr McKenzie.»

«Oh. Sì, Mr Mackenzie», ripetei dopo di lui. E con questo uscii dal suo ufficio.

Fuori, feci un breve cenno alla segretaria e accennai un sorriso, poi andai dritto verso l’ascensore.

Nel momento in cui le porte si chiusero, lasciai uscire un respiro che non sapevo di stare trattenendo.

Tutto, di questo nuovo lavoro, mi dava sensazioni contrastanti. Presi un taxi e tornai al mio appartamento. Eppure c’era qualcos’altro che continuava a tormentarmi.

Si era dimenticato di me?

Intendo il me che bullizzava a scuola. Certo che sì. Per lui non ero stato altro che un giocattolo, qualcosa con cui soddisfare il suo orgoglio e il suo ego velati.

Dovevo chiamare Cassie.

Ma arrivò un’altra chiamata, prima.

«MAMMA.»

Questa donna è nemica della mia felicità. La odio per questo, ma è mia madre.

Presi il telefono e attivai il vivavoce.

«Lo so che non avevi intenzione di rispondere alla mia chiamata. Dopo tutto quello che ho fatto per te.»

È il peggior tipo di madre che chiunque possa desiderare. Una madre che compiace i suoi fidanzati lasciando che facciano quello che vogliono con suo figlio.

«Che cosa vuoi da me, adesso?» La mia voce era palesemente irritata. Perché lei mi irritava.

«Sono in centrale, ho bisogno che tu venga a pagarmi la cauzione.»

Sospirai. «Che hai combinato stavolta?»

«Non è questo il modo di parlare a tua madre, ingrato frutto del mio grembo.»

«Va bene, se non vuoi dirmelo allora chiama i tuoi fidanzati e fatti pagare la cauzione da loro.»

Stavo per chiudere quando lo disse.

«Non potevo pagare da bere.» Era senza vergogna. Come può una madre essere così sfacciata?

«Va bene, sto arrivando.»

Chiusi la chiamata.

Mi misi addosso qualcosa di comodo e andai in centrale. Quando arrivai, vidi mia madre che parlava e rideva con un tipo nella cella. Sembrava a suo agio.

Ma come fanno anche solo a stare nella stessa categoria?

Pensavo che uomini e donne fossero separati.

Mi affrettai al banco, pagai e feci uscire mia madre.

«Sono qui per Jessica Davis», dissi al poliziotto alla scrivania.

«Firmi qui.» Indicò un foglio, porgendomi una penna. «E qui.»

Dopo aver firmato, dissi al poliziotto di rimandare la sua uscita di un’ora, così io sarei stato a casa quando lei avrebbe lasciato la centrale.

Quando arrivai a casa ero stanco. Mi feci dei noodles e chiamai l’unica persona che non mi stava chiedendo niente, se non di fidarmi.

Cassie.

Rispose subito.

«Ehi, tesoro. Che succede?»

«Ho una notizia bella e una brutta», borbottai.

«Spara prima quella bella», disse.

«Ok. Ho trovato un lavoro.»

«Cazzo sì! E poi?»

«Il mio capo è Quin.» Mi uscì quasi come un sussurro.

«Sei fottuto, amico.» La gioia nella sua voce sparì all’istante.

«Già, sono fottuto», mormorai.

«Tirati su, tesoro: lui non sa che vi siete sposati, quindi sei al sicuro.» L’allegria era tornata nella sua voce.

«Sì», dissi cupo.

«Mi sta chiamando il capo. Vediamoci domani, ok?»

«Sì.»

E la linea cadde nel silenzio.

Io e Cassie ci vediamo di rado. Di solito è troppo impegnata e, a dire il vero, credo che tra lei e il suo capo ci sia qualcosa.

Passai il resto della serata a spulciare internet, cercando tutto quello che riuscivo a trovare su Quin McKenzie. Finché il sonno non mi travolse.

Due giorni dopo ricevetti un’altra mail dalla segretaria di Quin: dovevo riprendere a lavorare la settimana successiva.

Mi comparve una notifica, qualcosa che riguardava Quin, e non riuscii a resistere.

Guardai la foto allegata e lessi i titoli lentamente, con le mani che tremavano. Il battito mi schizzò in gola. Perché non riuscivo a credere a quello che stavo leggendo.

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