Capitolo 2 Il viaggio verso casa
Punto di vista di Ryder
La vidi prima che lei vedesse me.
Sage attraversava il terminal dell’aeroporto come se le appartenesse: movimenti fluidi, abiti costosi che urlavano sofisticazione da Manhattan. I capelli rossi catturavano le luci al neon, più lunghi di quando se n’era andata sei anni prima, e quel vestito nero la faceva sembrare uscita da una rivista di moda. I tacchi risuonavano sul pavimento a ogni passo sicuro.
Ma i suoi occhi raccontavano un’altra storia. Erano gonfi, arrossati ai bordi per il pianto, e quando si fermò per guardarmi dall’altra parte del terminal affollato, qualcosa nel petto mi si strinse con una fitta dolorosa. Sei anni a desiderarla, sei anni a starmene lontano perché era la figlia di Vincent e la sorella di Jaxon: mi piombò addosso tutto insieme, come un calcio nello stomaco assestato da uno stivale con la punta d’acciaio.
Eppure era più bella di come la ricordavo. La ragazza che aveva lasciato Millbrook era diventata una donna capace di fermare il traffico, ma il dolore in quegli occhi verdi mi fece serrare le mani a pugno.
«Ryder.» La sua voce era più morbida di un tempo, levigata da anni in città.
«Sage.» Feci un passo avanti e allungai la mano verso la sua valigia. «Mi dispiace per Vincent.»
Annuì senza fidarsi a parlare, e fece bene: crollare in pubblico non era una cosa da donne Romano.
Il tragitto fino al mio pick-up fu in silenzio; buttai il suo bagaglio firmato nel cassone come se non pesasse niente, mentre lei salì sul sedile del passeggero senza dire una parola. Il camion odorava di pelle, olio di motore e sigarette: tutto ciò che il suo mondo patinato di New York non era.
Misi in moto e uscii dal parcheggio, e il silenzio si allungò tra noi finché lei non chiese, alla fine: «Com’è successo?»
«Tre colpi al petto nel parcheggio della clubhouse. Qualcuno lo stava aspettando.»
Le si mozzò il respiro. «Chi?»
«Ci stiamo lavorando.»
«Non è una risposta.»
La guardai di sfuggita: fissava dritto davanti a sé, le mani intrecciate in grembo come una signorina perbene, ma vedevo la tensione nelle spalle e la mascella serrata. La principessa era arrabbiata.
«È l’unica risposta che ho, per adesso.»
«Non trattarmi come una civile, Ryder. Sono cresciuta in questo mondo anch’io.»
«Sì, e poi ci sei scappata la seconda che hai compiuto diciott’anni.»
Le parole uscirono più dure di quanto volessi, e lei trasalì come se l’avessi schiaffeggiata. «Avevo le mie ragioni.»
«Ne sono sicuro.»
Sull’autostrada trovammo traffico, e quel continuo stop-and-go mi lasciò troppo tempo per notare cose che non avrei dovuto notare: che il suo profumo era lo stesso, vaniglia mescolata a qualcosa che era solo lei. Che si asciugava gli occhi quando pensava che non la stessi guardando. E che la cintura le premeva sul petto in un modo che mi faceva pensare a cose a cui non avevo alcun diritto di pensare.
«Jax sta bene?» chiese dopo un lungo silenzio.
«Tiene botta, a malapena, e il club è furioso e spaventato e sta cercando qualcuno da incolpare.»
Restò zitta per un momento, poi domandò: «Danno la colpa a me?»
«Perché dovrebbero?»
«Perché non c’ero. Perché me ne sono andata e non sono più tornata, nemmeno per le feste. Perché magari, se non fossi scappata, sarebbe andata diversamente.» La voce le si spezzò sull’ultima parola, e io avrei voluto dirle che non era colpa sua, che la morte di suo padre non c’entrava niente con le sue scelte, ma non riuscii a far funzionare la bocca.
«Il club non ti incolpa,» dissi invece.
«Ma tu sì.»
Non risposi, perché non potevo. Una parte di me la incolpava per essere andata via; non per la morte di Vincent, ma per essersi strappata dal posto a cui apparteneva, per avermi costretto a guardarla sparire e a fingere che non mi importasse.
Arrivammo a un altro semaforo rosso e pestai il freno più forte del necessario, costringendola ad afferrare la maniglia della portiera per reggersi. «Scusa.»
«Va bene.»
Ma non andava bene, e niente in tutto questo andava bene. Vincent era morto, Sage era seduta a meno di trenta centimetri da me, profumava di paradiso e aveva l’aspetto di ogni fantasia che avessi mai avuto, e io avrei dovuto riportarla a casa come un bravo soldatino e tenere le mani a posto.
«Parlami di New York,» dissi, cercando di riempire quel silenzio con qualcosa di sicuro.
«Che cosa vuoi sapere?»
«Qualunque cosa. Tutto. Com’è la tua vita lì?»
Mi lanciò un’occhiata come se fosse sorpresa che glielo chiedessi. «È normale. Ho un appartamento nell’Upper East Side, lavoro da Nordstrom occupandomi degli acquisti di moda per i loro negozi, e vado a lezioni di yoga e degustazioni di vino e inaugurazioni di gallerie.»
«Sembra noioso.»
«È tranquillo.»
«Tranquillo e noioso non sono la stessa cosa.»
Mi voltai per guardarla davvero. «È questo che volevi? La pace?»
«Sì.» La parola le uscì come un sussurro. «Volevo essere normale, uscire con uomini che non andassero in giro armati e non dovermi preoccupare se sarebbero tornati a casa vivi, dormire tutta la notte senza mettermi in ascolto degli spari. Volevo…» La voce le si spezzò e si portò le mani al viso.
«Sage…»
«Volevo smettere di avere paura in continuazione,» concluse, le parole che le uscivano a pezzi.
Il semaforo era ancora rosso, il traffico non si muoveva, e Sage Romano, la donna più bella che avessi mai visto, si stava sgretolando sul sedile del passeggero.
«Ha funzionato?» chiesi piano.
Mi guardò attraverso le dita. «Cosa?»
«Hai smesso di avere paura?»
Per un attimo si limitò a fissarmi, poi le lacrime arrivarono davvero. Non quelle silenziose che cercava di nascondere, ma singhiozzi pieni che le scuotevano tutto il corpo. «No. Avevo paura ogni giorno. Paura che qualcuno scoprisse da dove venivo, paura di non appartenere davvero a quel mondo, paura di stare mentendo a tutti, me compresa.»
Senza pensarci, allungai la mano nello spazio tra noi e il pollice le sfiorò la guancia, asciugando le lacrime che continuavano a cadere. La sua pelle era morbida e calda sotto il mio tocco, e lei si immobilizzò di colpo, il respiro che le si impigliava in gola. Quegli occhi verdi si sollevarono verso di me, spalancati e vulnerabili, pieni di dolore.
L’aria tra noi cambiò, si fece densa e pesante come appena prima di un temporale, e le sue labbra si schiusero appena mentre io mi ritrovavo a chinarmi più vicino senza volerlo. Sei anni passati a desiderarla mi piombarono addosso, sei anni a starle lontano e a fingere di non notare come si muoveva o come rideva o come, a volte, mi guardava quando credeva che nessuno la stesse osservando.
Era la figlia di Vincent, la sorella di Jaxon, proibita in ogni modo che contasse. Ma Vincent ormai era morto, e lei era lì, e il mio pollice le stava ancora toccando il viso.
«Ryder,» mormorò, il mio nome come una preghiera.
Stavo per baciarla lì, al semaforo rosso, con le macchine tutt’intorno e suo padre nemmeno ancora sepolto. Stavo per chinarmi e prendermi la sua bocca, e al diavolo le conseguenze.
Un’auto suonò il clacson dietro di noi mentre il semaforo diventava verde. Ritrassi la mano di scatto e schiacciai l’acceleratore, mentre Sage si premeva contro la portiera del passeggero, mettendo tra noi tutta la distanza che il pickup permetteva.
«Mi dispiace,» dissi, con la voce che mi uscì roca.
«Non farlo. Lascia stare.»
Ma il danno era fatto, e l’aria nel pickup crepitava di desiderio e di tutte le cose che non potevamo dire. Ogni miglio che ci avvicinava a casa ci avvicinava anche a qualcosa che si stava costruendo da sei anni.
Strinsi più forte il volante, cercando di concentrarmi sulla strada invece che sulla donna accanto a me, ma sentivo ancora la morbidezza della sua pelle e vedevo ancora il modo in cui i suoi occhi si erano spalancati quando l’avevo toccata. Sentivo ancora il mio nome sulle sue labbra.
Il telefono vibrò nel portabicchieri: un messaggio di Jaxon. Risposi con una mano sola.
«Ryder?» Era ancora schiacciata contro la portiera, ancora a tenere le distanze, ma qualcosa nei suoi occhi era cambiato.
«Sì?»
«Grazie per essere venuto a prendermi.»
«Me l’ha chiesto Jaxon.»
«Lo stesso. Grazie.»
Annuii, senza fidarmi a dire altro, perché quello che avrei voluto dire era che avrei attraversato il paese per andarla a prendere, che avrei fatto qualsiasi cosa mi avesse chiesto, che sei anni non avevano cambiato ciò che provavo per lei. Ma non potevo dire niente di tutto questo, così mi limitai a guidare.
«Mi ero dimenticata quanto diventa buio qui fuori,» disse Sage piano.
«Adesso sei una ragazza di città.»
«Immagino di sì.»
«Lo sei davvero?» La guardai di nuovo. «Perché sei tornata piuttosto in fretta, per essere una ragazza di città.»
Si voltò verso di me. «Non sai più niente di me, Ryder.»
«Ah no?»
«No. Non lo sai.»
«Ci siamo quasi,» dissi invece di discutere.
Lei guardò fuori dal finestrino gli alberi che scorrevano. «Lo so.»
«Sei pronta?»
«No.» La sua voce era sincera e nuda. «Ma non credo di avere scelta.»
«Una scelta ce l’hai sempre.»
«Davvero?» Si voltò di nuovo verso di me. «Perché sembra che tutte le mie scelte mi abbiano riportata dritta qui.»
«Forse non è una cosa negativa.»
«Non lo è?»
Avrei voluto dirle di no, che tornare a casa era la cosa migliore che potesse fare, che era qui che apparteneva, con la sua famiglia e suo fratello.
Con me.
Ma non dissi niente di tutto questo. Semplicemente, non potevo.
