Capitolo 4 Non una singola vendita

Sophia sbatté le palpebre, cercando di mettere a fuoco la vista per vedere più chiaramente.

Henry. Era davvero lui.

Le unghie le si conficcarono istintivamente nei palmi.

Come poteva mai trovarsi lì?

A quell’asta perfino la famiglia Miller era riuscita a ottenere soltanto posti nella sezione centrale. Come poteva un modello da bar...

A meno che non fosse davvero l’erede di una famiglia ricca, in giro a “fare esperienza”?

Non aveva neanche finito di formulare il pensiero che già lo scartò da sola.

Se avesse davvero avuto un simile retroterra, perché mai avrebbe accettato di fare il suo toy boy per due anni?

La voce eccitata del banditore risuonò di nuovo: «Il concorrente numero 1 offre trenta milioni di dollari! Altri rilanci?»

L’intera sala piombò nel silenzio.

Mentre Sophia fissava la figura di Henry, persa nei suoi pensieri, un’altra figura si avvicinò in fretta e si sedette nel posto vuoto accanto a lui.

Il nuovo arrivato accavallò subito le gambe, con movimenti disinvolti, emanando l’aria tipica del giovane padrone viziato, uno di quei rampolli che non temono nulla, protetti dal denaro di famiglia.

Vedendo Henry e il playboy scambiarsi poche parole, i sospetti di poco prima in Sophia si sgretolarono all’istante.

Altro che erede di una famiglia facoltosa sotto copertura come modello. Henry doveva aver trovato un nuovo lavoro: con ogni probabilità, ora faceva il bodyguard.

Lo vide mentre il playboy si chinava verso di lui, gli diceva qualcosa e, con gesto distratto, posava il braccio sullo schienale della sua sedia. Un gesto che sembrava intimo, e insieme vagamente autoritario.

Una scena fin troppo familiare. Di giovani padroncini ricchi con la loro guardia del corpo personale ne aveva visti a dozzine.

Sophia aggrottò le sopracciglia senza neanche accorgersene.

Quindi ci aveva visto giusto, dopotutto. Qualche giorno prima, quando lei gli aveva offerto la black card, Henry l’aveva tirata dritta nel cestino. In quel momento, lei aveva pensato che fosse un segno di carattere.

Ma ora sembrava proprio che, dopo averla lasciata, perso il suo reddito stabile, Henry si fosse messo a fare il bodyguard.

Solo a pensarlo, a Sophia si strinse il cuore.

Sapeva bene che quel tipo di lavoro non era affatto semplice, soprattutto al seguito di uno che, a giudicare dall’aria da figlio di papà, aveva chiaramente un carattere difficile. Chissà quante umiliazioni avrebbe dovuto ingoiare.

Per quanto Henry apparisse freddo e distaccato, in due anni passati insieme aveva capito che era una persona che si lasciava smuovere più dalla gentilezza che dalla forza, con un orgoglio ostinato conficcato nelle ossa.

Costringerlo a un impiego del genere, sempre a scrutare le espressioni altrui, probabilmente era perfino più insopportabile che tornare a fare il barman.

A questo pensiero, negli occhi di Sophia passò un’ombra indecifrabile.

Qualunque cosa fosse successa, era stato con lei per due anni interi.

In quei due anni, era stato l’unico suo rifugio da tutte le seccature della famiglia Miller.

Anche se si era trattato solo di una transazione, dopo così tanto tempo, per forza di cose un minimo di sentimento si era creato.

Eppure, dall’inizio alla fine, Henry non aveva rivolto uno sguardo nella sua direzione. Neppure uno.

Anche quando lo sguardo di Sophia si fece via via più ardito nel studiarlo, lui sembrò non accorgersene affatto.

Proprio in quel momento, il playboy accanto a lui appoggiò con noncuranza la paletta per le offerte sul bordo del tavolo.

Quel gesto semplice rese la paletta ben visibile a tutti, con stampato in grande «N. 1».

«È davvero il concorrente numero 1!»

Qualcuno nelle ultime file esclamò a bassa voce, e l’attenzione di tutti tornò all’antico sul palco.

Quella transazione astronomica era stata opera sua.

Alla luce di questa rivelazione, gli sguardi del pubblico cambiarono completamente.

«I ricchi sono davvero un’altra cosa quando spendono. Trenta milioni di dollari, come se niente fosse.»

«Già, pensavo che dieci milioni fossero già una follia, e adesso ha triplicato. I ricchi possono proprio fare ciò che vogliono...»

Quel brusio attorno a lei arrivò alle orecchie di Sophia, facendole stringere il cuore.

Se i ricchi potevano davvero fare tutto quello che volevano, per Henry non sarebbe stato ancora più duro lavorare per uno come lui?

Poco dopo, le giunsero le voci provenienti dalle file posteriori del pubblico.

«Avete visto? L’uomo in abito nero seduto accanto al posto numero 1 è uno schianto! Più fotogenico dei modelli sulle riviste di finanza, e che presenza!»

«Non è solo bello: non ha fatto assolutamente nulla, ma nel momento in cui è comparso mi si è fermato il cuore.»

Le parole non erano forti, ma arrivarono dritte alle orecchie di Sophia.

Lanciò un’altra occhiata a Henry, e lo vide con lo sguardo abbassato sul catalogo dell’asta.

Da quell’angolazione, poteva ammirarne alla perfezione il profilo impeccabile.

Era davvero un volto abbastanza bello da togliere il fiato a chiunque.

Sophia serrò le labbra. L’uomo che aveva scelto allora, com’era naturale, doveva pur avere un certo fascino.

Ascoltando il brusio intorno, l’espressione di Oliver si fece cupa.

Appena stava per fare un’offerta, l’altro aveva rilanciato con il triplo. Se non ce l’aveva con lui, allora con chi?

«Trenta milioni di dollari, una volta…»

La voce del banditore risuonò nitida, e la sala d’aste, fino a un attimo prima rumorosa, piombò all’istante nel silenzio.

Oliver digrignò i denti, fissando la paletta, la frustrazione negli occhi sul punto di traboccare.

Quindici milioni di dollari erano già tutti i fondi di cui disponeva. Era già allo stremo: figurarsi trenta milioni, avrebbe dovuto chiamare in causa ogni favore possibile solo per racimolare un altro milione.

Il suo assistente, accanto a lui, gli tirò piano la manica, mormorando: «Mr. Miller, con il nostro budget non ce la facciamo…»

Il pomo d’Adamo di Oliver si mosse su e giù; alla fine allentò la presa sulla paletta.

Si raddrizzò, la voce un po’ rigida. «Questo antico è troppo appariscente. A nonno magari non piacerebbe comunque. Lasciamo perdere.»

Intanto, il banditore stava già annunciando l’esito. «Congratulazioni al numero 1, che si aggiudica questo pezzo per trenta milioni di dollari!»

L’asta proseguì e portarono sul palco il pezzo successivo.

Oliver trasse un profondo respiro e si sforzò di concentrare di nuovo l’attenzione sul palco.

Non c’era un solo oggetto che doveva conquistare quella sera. Doveva procurarsi qualcosa da regalare a Gavin per il compleanno.

Poco dopo, il sipario fu tirato indietro, rivelando in primo piano un dipinto famoso.

Oliver lo esaminò con attenzione, e gli si illuminarono gli occhi.

Era proprio un’opera del pittore preferito di Gavin!

«Offerta di partenza: tre milioni di dollari!»

Mentre gli altri esitavano, Oliver alzò la paletta. «Cinque milioni di dollari.»

Già questa prima offerta superava il reale valore di mercato del quadro.

Voleva chiudere in fretta, senza lasciare troppo margine agli altri.

La sala tacque per alcuni secondi. Proprio quando il banditore stava per calare il martelletto, un leggero risolino arrivò dalla zona di Henry.

«Dieci milioni di dollari.»

La voce non era alta, ma bastò a far tornare a ronzare la sala.

Oliver scattò con la testa, fissando il posto numero 1.

«È impazzito!» sbottò, arrossendo di colpo in viso.

Era sul punto di esplodere.

Quel dongiovanni lo stava provocando apposta!

Sul palco, il banditore abbassò il martelletto. «Dieci milioni di dollari, congratulazioni al numero 1!»

Il resto dell’asta fu una tacita disfatta.

Ogni volta che Oliver mostrava interesse per qualcosa e azzardava un’offerta, il playboy al posto numero 1 rilanciava immediatamente al doppio.

Alla fine, Oliver non ebbe più nemmeno la forza di alzare la paletta.

Si lasciò andare contro lo schienale della sedia, il volto scuro, un grumo di irritazione in petto, l’aria di chi ha perso su tutta la linea.

Le luci della sala d’aste si fecero gradualmente più intense e, in breve, anche l’ultimo lotto fu aggiudicato.

Vedendosi ormai costretto ad andarsene a mani vuote, Oliver non riuscì a nascondere l’imbarazzo.

Il regalo era un conto, ma soprattutto non era riuscito a portare a termine l’incarico che Gavin gli aveva affidato.

Quella sera, all’asta, altro che trovare i Windsor per risolvere i loro problemi: non era nemmeno riuscito a intravedere l’erede della famiglia Windsor.

Si diceva che il misterioso erede dei Windsor fosse estremamente schivo. Trovare un’altra occasione per rintracciarne i movimenti sarebbe stato quasi impossibile.

Più ci pensava, più Oliver si sentiva scoraggiato. Si alzò a fatica, la voce smorzata. «Andiamo.»

Sophia lo seguì, ma non resistette alla tentazione di lanciare un’ultima occhiata verso Henry.

Lo vide parlare con il playboy al suo fianco, il suo profilo affilato risaltava chiaramente sotto le luci.

Quell’occhiata le fece graffiare qualcosa nel petto, facendole balenare all’improvviso un’idea.

Arrivati all’ingresso della sala del banchetto, Oliver stava già componendo un numero con aria irritata.

Vedendolo sul punto di lamentarsi con Clara, Sophia gli tirò la manica. «Vado in bagno. Aspettami qui.»

Oliver fece un gesto vago con la mano, senza voltarsi. «Sbrigati.»

Sophia si girò subito dall’altra parte e si diresse in senso opposto, avvicinandosi sempre più a Henry.

Proprio mentre aggirava una colonna della sala, Sophia si bloccò di colpo. Un istante dopo, una mano grande le afferrò d’improvviso il polso.

Prima che potesse emettere un grido, fu trascinata verso un gruppetto di alberi lì vicino.

Capitolo precedente
Capitolo successivo