Capitolo 2: Pronto a riprenderti tutto

Terza persona

Un anno dopo,

Una donna alta e bellissima era in piedi di fronte alla Harrison Enterprises. Una sensazione familiare la pervase mentre osservava l'imponente edificio.

Non era cambiato molto dall'ultima volta che era stata lì.

Proprio in quel momento, il telefono le vibrò in borsa e lei frugò goffamente per trovare il dispositivo. Un calore le si diffuse nel petto non appena lesse il nome sul display.

«Ehi» la voce di Matthew risuonò attraverso il ricevitore.

«Sono proprio qui davanti all'azienda. Mi sento nervosa, ferita ed eccitata, tutto insieme» confessò Ashley.

Con lui poteva mostrarsi vulnerabile.

Matthew era più di un amico per lei; era il suo salvatore.

«Ti capisco, Ash. È normale sentirsi così, specialmente dopo tanto tempo» la rassicurò lui.

A causa della ferita al viso riportata quella notte, Ash si era sottoposta a un intervento di chirurgia plastica che le aveva trasformato completamente i lineamenti.

Inoltre, gli allenamenti le avevano scolpito il fisico fino a una perfezione invidiabile, e l'abito rosso attillato che indossava le avvolgeva le curve in modo impeccabile.

Sembrava una persona completamente diversa.

Sì, Matt ha ragione, pensò, strofinando il palmo sudato contro il vestito.

«Sì, lo so» mormorò al telefono.

«Ricorda solo che, qualsiasi cosa accada oggi, anche se le cose non dovessero andare come previsto, io sarò qui per te» la rincuorò Matthew.

«Grazie, Matt.» Poi fece scivolare di nuovo il telefono nella borsa.

Fece un respiro profondo ed entrò nell'azienda che un tempo era sua. Prima che sua sorella e suo mari... scusa, ex marito cercassero di ucciderla quella notte.

Si guardò intorno nella hall; sembrava tutto più o meno uguale, a parte una nuova receptionist dietro al bancone.

«Come posso aiutarla, signora?» le chiese la receptionist.

Proprio mentre stava per rispondere, sentì una voce familiare chiamarla: «Ehi, bellezza».

Subito dopo, sentì una presa sul braccio. «Sei qui per il colloquio?»

Non avrebbe mai potuto dimenticare la voce dell'uomo che aveva cercato di ucciderla.

Voltandosi verso di lui, sentì lo stomaco contrarsi e provò l'impulso improvviso di dargli una ginocchiata nelle palle.

Ashley capì che non poteva fare una scenata in quel momento; lui avrebbe potuto farla cacciare o uccidere prima ancora che avesse la possibilità di vedere arrivare i suoi genitori.

Serrò la mascella, sbatté le palpebre rapidamente e si stampò un sorriso sul viso per evitare che le lacrime le rigassero le guance.

Quello era l'uomo che aveva sempre amato.

L'uomo che l'aveva lasciata in fin di vita un anno prima.

L'uomo che aveva ucciso il bambino che portava in grembo. E per questo, non lo avrebbe mai perdonato.

Era andato avanti così in fretta e aveva sposato sua sorella, dopo averla creduta morta.

Com'era possibile amare e odiare così tanto la stessa persona?

Sarebbe stato molto soddisfacente dire la verità ai suoi genitori davanti ad Adam e vederlo annaspare nel tentativo di difendersi.

Le sfuggì una piccola risata immaginando Adam umiliato, cacciato dall'azienda e sbattuto in prigione.

«Hai un sorriso davvero splendido» commentò Adam, riportando Ashley alla realtà.

Lei strinse le labbra prima di mormorare: «Grazie».

Lui la squadrò brevemente con lo sguardo, che poi si posò sul suo seno prosperoso, la cui scollatura a V lasciava intravedere un po' del décolleté.

Adam si morse le labbra e deglutì. «Sarai un'eccellente segretaria per me.»

Che porco!

Era stata sposata per tre anni con un uomo del genere?

Ashley sbuffò leggermente. «Segretaria?» sussurrò, con voce quasi impercettibile.

Proprio in quel momento, le porte si aprirono, rivelando una coppia.

L’uomo indossava un abito nero e aveva le sopracciglia leggermente aggrottate, mentre la donna, vestita con un abito verde limone, arricciava il naso. Sembrava che avessero appena litigato.

Erano i genitori di Ashley.

«Devo scappare, bellezza. Ci vediamo al colloquio» le disse Adam prima di sfrecciare via.

Ashley lo guardò correre verso i suoi genitori. «Signore e signora Harrison» disse lui, chinando leggermente il capo.

«Prego, parliamone nel mio ufficio» propose Adam, facendogli strada.

«Signorina, i colloqui sono al secondo piano.» La voce della receptionist la riportò con l'attenzione alla scrivania.

Dopo aver sentito la conversazione di Ashley con il capo, aveva dedotto che fosse lì per il colloquio.

«Certo, grazie.»

Ashley si diresse verso l’ascensore; non vedeva l’ora di vedere la faccia di quello schifoso quando avrebbe rivelato la sua identità.

Arrivata al secondo piano, notò un gruppo di neolaureati che, nervosi, aspettavano il proprio turno per il colloquio.

"Magari, dopo aver visto i miei, mi occuperò io di esaminare i candidati" pensò Ash continuando a camminare.

Ora, davanti alla porta familiare del suo vecchio ufficio, un’ondata di amara nostalgia la travolse. Quello un tempo era il suo ufficio.

Con un altro respiro profondo, aprì la porta ed entrò. Mento alto: era arrivato il momento di liberarsi di quel verme.

La parte esterna dell’ufficio era vuota. E mentre si addentrava, stava per aprire la porta dell'ufficio interno quando sentì la voce di suo padre.

«Non sei ancora riuscito a trovare dove si trova il fondo segreto di Ashley?»

Il suo caro paparino… Non dovevano più preoccuparsene; adesso era tornata.

Mentre afferrava la maniglia, questa volta sentì una voce di donna. Era sua madre.

«Ugh, quella stupida ragazza continua a darci del filo da torcere anche da morta.» La sua voce sprizzava frustrazione. «Forse avresti dovuto chiederle del fondo segreto prima di gettarla in acqua.»

Cosa? Ashley sentì un gelo mortale percorrerla da capo a piedi.

«Mia moglie ha ragione. Ottenere il fondo segreto era il motivo principale per cui avevamo accettato di ucciderla» rincarò la dose Peter Harrison, il caro padre di Ashley.

Dalla fessura della porta socchiusa, vide Adam avvicinarsi ai suoi genitori. «Ah, mamma, papà. Mi dispiace, io…»

Il resto della conversazione si confuse nella mente di Ashley. La sua presa sulla maniglia si strinse mentre le lacrime le rigavano il viso.

Che stava succedendo? I suoi genitori?

Erano coinvolti anche loro nella sua morte?

Il petto di Ashley minacciava di esplodere; il dolore che provava era indescrivibile.

Perché stava succedendo proprio a lei? Si morse il labbro inferiore e fece un passo indietro, cercando di soffocare i singhiozzi.

Come… Come poteva essere possibile?

Aveva sentito bene, non c'erano dubbi. Che situazione assurda.

Forse in una vita passata aveva ucciso un bambino, e quella era la sua punizione.

Le ci volle tutta la sua forza per non mettersi a urlare… E adesso che avrebbe fatto?

Cercando di ricomporsi, Ashley si asciugò le guance bagnate e decise di andarsene in silenzio. Avrebbe cambiato strategia e gliel'avrebbe fatta pagare a tutti.

Appena dopo aver fatto qualche passo verso l'uscita, urtò con la gamba una sedia, provocando un clangore metallico che echeggiò nella stanza.

All'istante, la conversazione nell'ufficio interno si interruppe; il rumore era stato troppo forte perché non lo sentissero. Adam si precipitò nell'ufficio esterno, seguito dai suoi genitori.

In un attimo, tre paia di occhi la stavano fissando.

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