Capitolo 3: Il suo cavaliere dall'armatura scintillante?
Fu sua madre la prima a parlare.
«Che ci fai qui?» Il tono tagliente e lo sguardo gelido le fecero venire i brividi lungo la schiena.
Anche se sembrava una persona diversa, davanti a loro si sentiva ancora così piccola e spaventata.
E se avessero provato di nuovo a ucciderla, e stavolta ci fossero riusciti?
Respira, Ash. Non sanno nemmeno che sei tu.
«Scusate, mi sono persa. Cercavo il bagno» rispose Ashley, cercando di mantenere la voce ferma.
«E tu chi saresti?» Sua madre strinse gli occhi, lo sguardo ancora più glaciale.
Proprio in quel momento intervenne Adam. «Ehm, signora Harrison, è la mia nuova segretaria.»
«Davvero?» domandò Kate Harrison, spostando lo sguardo su Adam.
«Sì, signora.»
Gli occhi di Kate tornarono su Ash, fissandola per qualche secondo prima di continuare: «Come ti chiami?»
«Mi, uhm, mi chiamo…» balbettò Ashley, mentre la mente cercava nomi femminili adatti che potesse usare.
«Non ti ricordi il tuo nome?» sbottò Kate, la voce che fremeva d'impazienza.
«Ma-dre» mormorò Adam, con un leggero tremito nella voce. «Io… credo che il suo tono la stia spaventando.»
Il suo cavaliere dall'armatura scintillante, eh? Si sarebbe detto che Adam fosse un vero gentiluomo.
La signora Harrison si limitò ad alzare gli occhi al cielo, liquidando l'osservazione di Adam con un gesto della mano. «Come ti chiami, signorina?» ripeté con voce severa.
«Valerie, signora. Valerie Thorne.»
Lo sguardo della signora Harrison saettò dalla testa ai piedi di Ashley. «Beh, non mi piace» annunciò, per poi tornare nell'ufficio interno.
Adam rise nervosamente mentre seguiva i genitori di Ashley. «È molto competente» spiegò, nel tentativo di difenderla.
Poi, un attimo prima di chiudersi la porta dell'ufficio alle spalle, si voltò per farle l'occhiolino, facendole segno che avrebbero parlato più tardi.
Le luci dure e fluorescenti del bar riuscivano a malapena a squarciare la nebbia del tradimento che avvolgeva Ashley.
Fece una smorfia mandando giù l'ennesimo bicchiere di vodka, poi si asciugò la bocca con il dorso della mano.
«Altri due shot, per favore» gridò al barista, con la voce tirata quasi sommersa dalla musica alta.
Ogni battito pulsante della musica le martellava nel petto.
I suoi genitori… Non avrebbero dovuto amarla incondizionatamente e proteggerla?
Perché avrebbero dovuto tentare di ucciderla?
Le lacrime le sgorgarono dagli occhi e le asciugò subito. Non doveva piangere in un bar.
«Ecco a lei.» Il barista le spinse davanti due shot.
Lei ridacchiò, ubriaca, e tracannò un altro sorso di whiskey. Il liquido che le bruciava in gola era una distrazione fugace dall'inferno emotivo che le infuriava dentro.
All'improvviso, un'ombra si proiettò sul bancone. Alzando lo sguardo annebbiato dalle lacrime e dalle vertigini, vide un uomo.
Era alto, con le spalle larghe e un abito scuro che sembrava modellato sul suo fisico imponente.
Il suo viso, oscurato dalla luce fioca, emanava un'intensità che le fece venire un brivido lungo la schiena.
«Le dispiace se mi unisco?» chiese lui con voce profonda e roca, ma che nascondeva un tono tagliente.
Ashley sbuffò, lasciandosi sfuggire una risata amara. «Certo, perché no?» I suoi occhi incontrarono quelli di lui, e dentro di lei si accese una scintilla.
Forse era il whiskey, forse l'assurdità della situazione, ma si ritrovò a desiderare di scompigliargli i capelli con le dita.
L'uomo si sedette accanto a lei; i suoi occhi azzurri sembravano trapassarle la pelle. «E cosa ci fa una bella signora tutta sola da queste parti?»
Le guance le si imporporarono all'istante e deglutì per sciogliere il nodo che aveva in gola.
Forse era meglio andarsene. L'intimità, anche quella di tipo ostile, era l'ultima cosa che desiderava.
Spingendosi giù dallo sgabello, sbatté una banconota stropicciata sul bancone, ma sentì una mano afferrarle il polso.
«Bevi qualcosa con me.»
Il rumore dell'acqua corrente svegliò Ashley.
Sbatté le palpebre e aprì lentamente gli occhi.
Portandosi una mano alla testa dolorante, si guardò intorno e si rese conto che quella non era la sua camera da letto.
Si mise subito a sedere e il suo sguardo cadde sui vestiti sparsi sul pavimento.
Oh, mio Dio!
Ashley sussultò, inorridita: erano i suoi vestiti e... e quelli di un uomo...
Ma che diavolo?
Decise di sdraiarsi di nuovo per valutare mentalmente la situazione, quando sentì un indolenzimento tra le gambe.
Le faceva così male... Era così sensibile...
L'ultima cosa che ricordava era...
Ugh, lo sapeva che fermarsi per "bere qualcosa" era stata una pessima idea.
Stringendosi le braccia al petto, ricordò il modo in cui lui si era posizionato sopra di lei, spingendo dentro e fuori...
Poi, senza accorgersene, si morse il labbro inferiore, roteò gli occhi e si lasciò sfuggire un gemito sommesso. Era stato così bello...
Il modo in cui l'aveva schiaffeggiata...
E il modo in cui lui...
Smettila, Ash! Non è il momento di pensare a quanto fosse bravo.
Eri andata a letto con uno sconosciuto, subito dopo aver scoperto che i tuoi genitori erano coinvolti nella tua morte.
Sì, doveva essere ancora arrabbiata e ferita, perciò corrugò subito la fronte.
Gliel'avrebbe fatta pagare a tutti.
Era meglio andarsene prima che l'uomo uscisse, così da poterselo togliere dalla testa.
Poi diede un'occhiata all'orologio e sgranò gli occhi. Saltando giù dal letto, si infilò i vestiti.
Ma proprio mentre stava per uscire dalla stanza, il telefono di Lucas emise un segnale acustico. Aveva deciso di ignorarlo, ma la curiosità ebbe la meglio.
Dando una sbirciatina al telefono sul comodino, lesse il nome del contatto: "La Mia Donna".
Un'ondata di nausea la colpì più forte dei postumi della tequila.
La mia donna? Sul serio?
Con un misto di curiosità e dispetto, rispose. «Pronto?»
Una voce dolce, quasi soffocante nella sua allegria, replicò: «Lucas, tesoro, dove sei?»
Il cervello di Ashley andò in cortocircuito. Tesoro?
Questo tizio aveva una moglie? Il tradimento di Adam e Karen le balenò davanti agli occhi, accendendo una furia che non sapeva di possedere.
«Signora,» esordì. «Mi dispiace tanto. Suo marito è, uhm, indisposto. La sta tradendo.»
Poi fece un respiro profondo, cercando di scacciare il senso di colpa per ciò che aveva appena detto. Meglio che sappia che suo marito è un verme.
In quel momento, la porta del bagno si spalancò. Comparve Lucas, con solo un asciugamano avvolto intorno alla vita. «Che diavolo stai facendo con il mio telefono?»
«Uhm…» I suoi occhi corsero lungo le sue gambe muscolose, il petto ampio e le braccia possenti.
Deglutì.
Era questo l'uomo con cui aveva fatto sesso? Non c'era da stupirsi che fosse così...
«Hai risposto tu alla chiamata?» chiese lui, inarcando un sopracciglio e interrompendo i suoi pensieri.
«Lucas, caro... Sei tu?» lo chiamò la voce dall'altro capo del vivavoce.
I loro sguardi si incrociarono per un istante e Ashley, rendendosi conto della piena portata del suo casino, schizzò via.
«Ops!» mormorò, poi lasciò cadere il telefono di Lucas sul comodino prima di precipitarsi verso la porta.
«Ehi!» gridò Lucas. «Torna subito qui!»
