Capitolo 3

Nove mesi dopo.

«Voglio organizzare un'altra festa per festeggiare la tua ammissione alla Crestfield!» strillò Elara al telefono, con voce squillante e fastidiosamente pimpante.

«Elara, no. Assolutamente no» gemetti, tenendo il telefono in equilibrio tra la spalla e l’orecchio mentre lanciavo le chiavi sul bancone della cucina.

«Dai, Evie» piagnucolò lei, strascicando il mio nome come una bambina che implora per avere delle caramelle. «Sei ufficialmente una studentessa universitaria, ormai. Dovresti essere scatenata e folle. Goditi un po’ la vita!»

«Prima di tutto» dissi, alzando gli occhi al cielo mentre aprivo il frigo, solo per scoprirlo deprimentiemente vuoto. «Sono entrata alla Crestfield perché non avevo altra scelta. Non è la Ravencrest e non è quello che volevo.»

«Buu-huu» la prese in giro Elara, con quel suo tono drammatico che quasi gocciolava attraverso il telefono. «E allora? Chissenefrega se la Crestfield non è la Ravencrest? Almeno andrai all'università e studierai ingegneria, che è, tipo, la cosa più da Evie del mondo.»

Sospirai, chiudendo lo sportello del frigo e appoggiandomi al bancone. «Elara, ma sai almeno cos'è l'ingegneria?»

«È tipo... robot e roba del genere, no?» disse, e potevo praticamente sentire il suo sorrisetto dall'altra parte.

«Gesù» mormorai, massaggiandomi le tempie.

«Comunque,» continuò lei, imperterrita, «organizzerò questa festa, tu verrai e ti divertirai. E forse — dico forse — riuscirai a scopare di nuovo.»

«Elara!» sbottai, sentendo le guance avvampare.

«Cosa?» replicò lei, fingendo innocenza. «Non puoi dirmi che non stai ancora pensando a lui. Sono passati nove mesi, Evie. Nove. Mesi.»

«Non sto pensando a lui» dissi con fermezza, anche se la bugia era evidente persino a me stessa.

«Oh, per favore» sbuffò Elara. «Probabilmente sogni ancora quel fusto sconosciuto che ti ha regalato la notte più bella della tua vita, e poi tu...»

«So cosa ho fatto, Elara» la interruppi gemendo. «Mi sono fatta la doccia e ho lavato via il suo numero. Possiamo andare avanti?»

«No» disse lei allegramente. «Non smetterò mai di rinfacciartelo. Hai idea di quanto sia raro trovare uno che sembra un dio greco e che sappia davvero cosa fare a letto? E tu l'hai lasciato sparire così.»

Sospirai, appoggiandomi al bancone e pizzicandomi la radice del naso. «Non l'ho lasciato sparire. È stata l'avventura di una notte. Funzionano letteralmente così.»

«Non quando sono così bravi» ribatté lei. «Onestamente, sono delusa da te. Mi aspettavo di più dalla mia migliore amica.»

«Be', scusa se ti deludo» dissi in tono secco. «Ora possiamo parlare d'altro, per favore? Tipo di come pagherai questa festa che sei così decisa a organizzare?»

«Oh, non preoccuparti di questo» disse con noncuranza. «Ho già pensato a tutto. Tu devi solo presentarti ed essere uno schianto. Non è così difficile, Evie.»

Alzai gli occhi al cielo, pentendomi già di quella conversazione. «Elara, davvero, non credo che...»

«No» mi interruppe. «Tu vieni. Fine della discussione.»

Aprii la bocca per ribattere, ma la vista di mia madre seduta sul divano del soggiorno mi bloccò all'istante.

«Elara, ti richiamo» dissi in fretta, interrompendola a metà della sua tirata.

«Cosa? Perché...»

«C'è mamma» dissi, abbassando già il telefono.

«Va bene,» sbuffò lei. «Ma non abbiamo ancora finito di parlare di questa festa, Evie!»

Riagganciai prima che potesse aggiungere altro, infilando il telefono in tasca mentre entravo in salotto.

«Che ci fai qui?» chiesi, aggrottando la fronte alla vista di mia madre seduta rigidamente sul bordo del divano, con le mani strette in grembo.

«Non è questo il modo di parlare a tua madre.»

«Be', è così che parlo a mia madre, quella che mi ha lasciata sola per più di un anno e non si è nemmeno disturbata a presentarsi al diploma di sua figlia,» sbottai, incrociando le braccia strette al petto. «Ero la migliore del corso, comunque. Non che ti importi.»

«Oh, avanti, Evie,» disse mia madre, liquidandomi con un gesto della mano come se stessi facendo una scenata. «Ormai sei una ragazza grande. E poi ero... impegnata. Cercavo di garantirti una vita decente.»

«Sì, buttando via la tua,» ribattei con tono tagliente. «Bel modo di fare la madre.»

Il suo viso ebbe una contrazione, solo per un secondo, prima che si ricomponesse e si lisciasse il vestito: un abito scintillante e decisamente troppo stretto che le fasciava la figura come la disperazione stessa. I capelli, di un biondo platino acceso con la ricrescita scura in vista, le ricadevano in morbidi boccoli sulle spalle. Il trucco era impeccabile, ma pesante, del tipo che non cercava solo di nascondere l'età, ma di seppellirla completamente.

«La mia piccola pessimista,» disse con un sospiro, spazzolando via della polvere immaginaria dalla gonna. «Ho saputo che sei entrata alla Crestfield.»

Inarcai un sopracciglio. «Sì. Una scuola di serie B. È esattamente così che stavi per chiamarla, vero?»

Si premette una mano sul petto, fingendosi scioccata. «Non stavo per dire di serie B.»

«Ah no?» la sfidai, fulminandola con lo sguardo.

«D'accordo,» ammise, facendo un gesto sbrigativo con la mano. «Non è la Ravencrest, no? Ma è... qualcosa, suppongo.»

«Wow, grazie per la recensione entusiastica,» dissi, col sarcasmo che mi grondava dalla voce. «Ora, puoi tornartene dov'eri prima? Non ho bisogno dei tuoi commenti.»

Lei mi ignorò, alzandosi dal divano e lisciandosi di nuovo il vestito. «E se fossi entrata alla Ravencrest?»

Risi, ma senza alcuna allegria. «Non danno borse di studio, mamma. È proprio questo il punto. È per i ragazzini ricchi e i figli di papà. Non per gente come noi.»

«Gente come noi,» ripeté lei, con tono quasi di scherno. «Ecco che ricominci a fare la pessimista.»

«Ed ecco che ricominci tu, a farti delle illusioni,» ribattei, con un ghigno che mi increspava le labbra. «Lo so, Madre. Lo so. Adesso vattene.»

Non si mosse. Invece inclinò la testa, con lo sguardo distante per un attimo prima che gli occhi le si illuminassero di un entusiasmo inquietante. «Ti piacerà da morire, Evie. Immagina solo: una grande università, un campus stupendo, feste sugli yacht...»

«Yacht?» la interruppi, inarcando le sopracciglia. «Davvero? Papà ti ha lasciata per un'altra donna, mamma. E non una donna qualsiasi, sua moglie. Non eri nemmeno la prima scelta. Eri "l'altra", quella che dava la caccia a un marito ricco. E ora sei tornata qui, a fare la...»

«Irragionevole?» mi interruppe lei, con voce insolitamente calma mentre frugava nella borsetta.

Mi fermai a metà frase quando estrasse la mano e la sollevò.

Lì, infilato all'anulare, c'era un enorme anello di diamanti.

Serrai la mascella. «A chi l'hai rubato?» chiesi gelida.

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