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Freya
Leopold era l’uomo con cui avevo passato quella notte!
La famiglia Gray affondava le proprie radici nella politica e negli affari, e deteneva un potere reale. Le loro conoscenze arrivavano ai vertici di ogni nazione. Persino bande e sindacati criminali dovevano portare loro rispetto. Erano davvero un clan d’élite, al di sopra del mondo comune.
Si diceva che il capofamiglia, Leopold Gray, fosse nato da una principessa di sangue reale: nobiltà allo stato puro. Purtroppo suo padre era un donnaiolo che aveva messo al mondo numerosi bastardi ambiziosi. Leopold li aveva schiacciati tutti e costretti alla sottomissione con metodi spietati.
Da quando aveva preso il comando, pare che avesse moltiplicato di diverse volte il patrimonio dei Gray. Capace e calcolatore, era il signore demone definitivo della politica e del commercio.
Ripensare alle poche migliaia di dollari che avevo lasciato sul comodino quella mattina mi fece avvampare il viso.
«No.» Una sola parola dell’uomo bastò a liquidare Kelan, che non osò mostrare il proprio disappunto.
Mi strattonò in avanti e ordinò: «Vai a fare un brindisi al signor Gray».
A quelle parole, il sopracciglio freddo e severo di Leopold si sollevò appena.
Il suo sguardo esercitava una pressione immensa, ma scivolò via in fretta. A quanto pare non mi aveva riconosciuta. Tirai un sospiro di sollievo in segreto.
Presi il bicchiere e feci un passo avanti per porgere il brindisi come si deve.
Bevvi tutto d’un fiato. Il gusto tagliente dell’alcol mi strinse la gola, costringendomi a tossire piano.
Lui mi lanciò un’altra occhiata e sollevò il bicchiere per un sorso appena accennato.
«Leo, che raro vederti così cortese», commentò un altro gentiluomo seduto lì vicino.
Aveva un’espressione piena d’interesse e mi spinse in mano una caraffa di vino. «Allora? Versagliene ancora.»
Ero a pezzi, i nervi tesi allo stremo. Avevo paura di sbagliare e offendere uno dei due, ma non potevo permettermi di scontentare nessuno. Non avevo scelta: mi feci avanti reggendo la caraffa con entrambe le mani.
«Ah!» Qualcuno mi fece lo sgambetto e io caddi addosso a Leopold.
Dannazione: l’uomo accanto a Leopold aveva allungato il piede!
Il vino gli schizzò sulla camicia. Il tessuto bianco si scurì dove si impregnò. Qualche goccia gli finì perfino tra i capelli.
Gli crollai contro. Il palmo mi si posò sul suo petto, sentii il muscolo compatto, il calore che filtrava attraverso la stoffa—esattamente la stessa sensazione di quella notte.
Tornai in me di colpo e cercai di staccarmi. Nel panico pestai l’orlo del vestito e inciampai di nuovo.
Santo cielo, com’era possibile una coincidenza del genere?
Gli ricaddi addosso una seconda volta, piena, con tutto il corpo premuto contro il suo, le mani appoggiate al divano come se mi stessi buttando su di lui.
«Mi scusi!» balbettai in preda all’ansia, con il viso che bruciava come nuvole al tramonto.
Mentre tentavo di rialzarmi, le mie labbra gli sfiorarono per sbaglio il collo. Sentii il suo corpo tremare appena.
Proprio quando stavo per spingermi su, il suo braccio mi cinse la vita e mi tirò sulle sue ginocchia.
Kelan rimase immobile per un lungo istante, chiaramente spiazzato da quella svolta. Nei suoi occhi guizzarono riluttanza e conflitto, poi si indurirono in una decisione.
Si inchinò con un sorriso. «Dal momento che si è interessato a lei, le permetta di servirla stanotte.»
Le labbra mi tremarono. Il cuore mi sprofondò. Mi aveva venduta.
Kelan si voltò e se ne andò. Anche se me lo aspettavo, la realtà faceva comunque male.
«Fiu~» L’uomo che mi aveva umiliata fischiò e si sedette con noncuranza, il bicchiere in mano. «Lo sapevo che era il tuo tipo. L’hai guardata per ben due secondi.»
«Una che si consegna da sola sulla soglia. Non sprecarla.»
Sentendolo parlare di me come di merce, strinsi i pugni e me lo segnai mentalmente.
«Miss Freya, com’è sentirsi venduta dalla tua stessa famiglia?» mi schernì con crudeltà, con quell’espressione da prendere a pugni stampata in faccia.
Avrei voluto stenderlo con un pugno.
Mi ricomposi, alzai lo sguardo con un sorriso finto e posai un braccio sulle spalle di Leopold.
«Come mi sento?» Le dita giocherellarono con una ciocca di capelli. «Onorata, naturalmente.»
Mi avvicinai apposta a Leopold fino a sfiorargli quasi il viso e lo provocai: «Dopotutto, il signor Gray è straordinariamente ricco. Sono certa che sarà molto generoso con me. Non è vero?»
Se non potevo scappare, perché non sfruttare i miei vantaggi per ricavarne qualcosa?
Sembrò spiazzato dalla mia schiettezza. Dopo un attimo di stupore, scoppiò a ridere. «Non mi aspettavo che fossi così interessante. Quella sceneggiata da povera indifesa giù, davanti a tua sorella, era finta, vero? Questa sei tu, quella vera.»
Solo allora capii: quando Tracy mi aveva tormentata poco prima, loro avevano assistito a tutto lo spettacolo da quassù.
Avevano visto attraverso ogni mia finzione. Ai loro occhi non ero altro che una pagliaccia.
«Basta, White.» Leopold lo interruppe. «Esci un momento. Vorrei parlare con questa giovane signorina.»
White inarcò un sopracciglio, ma non aggiunse altro; prese il bicchiere e se ne andò.
Ora, in quello spazio, restavamo soltanto io e Leopold.
Mentre i pensieri mi vorticavano in testa, all’improvviso mi afferrò il polso.
Mi voltai di scatto, allarmata. Mi strinse la gola e mi scaraventò sul divano, gli occhi scuri, violenti.
«Eri tu la donna di ieri notte, vero?» La sua voce era ghiaccio. «Kelan è proprio un intrigante: ieri ha drogato il mio drink e ti ha mandato nel mio letto. Complotta contro di me e poi osa sfilarti davanti agli occhi?»
La presa era spaventosa. Mi stava quasi togliendo il respiro.
Sentii la sua furia sovrastarmi. Davanti alla morte, per quanto potente fosse, dovevo lottare.
Proprio quando pensai che fosse finita, mi lasciò andare.
«Cof, cof!» Tossii con violenza, le lacrime che mi rigavano il viso, e presi una decisione.
Kelan non avrebbe mai osato drogare Leopold. Altrimenti, perché avrebbe avuto la sfacciataggine di portarmi davanti a lui stasera, come un’offerta? Ieri notte mi avevano dato un afrodisiaco per via della macchinazione di Tracy. Le due cose non potevano essere collegate.
Quello che potevo confermare, adesso, era che Leopold stava cercando di scoprire chi avesse dormito con lui la notte precedente. La sua ferocia suggeriva che credesse che quella donna fosse stata mandata da dei rivali per incastrarlo con secondi fini.
Anche se ero finita in quella situazione senza colpa, non potevo assolutamente ammetterlo. Dovevo scagionarmi!
«Signor Gray, credo ci sia stato un malinteso. Ieri notte ho dormito a casa di un’amica. Se non mi crede, indaghi pure quanto vuole.» Lo guardai con la mia espressione collaudata di offesa e innocenza, sperando che mi credesse.
«Ah.» Rise, gelido, e si allentò la cravatta. «Pensavi che le registrazioni di sorveglianza fossero state distrutte e che non sarebbe rimasta nessuna traccia, vero?»
Quindi la sorveglianza era fuori uso. Ancora meglio. Non gli avrei mai permesso di sapere che avevo dormito con lui, non in questa vita!
Mi tirai su dal divano a fatica, le lacrime che continuavano a scendere, e protestai: «Non so cosa sia successo ieri notte, ma non può accusare la gente senza prove.»
«È vero che Kelan ha delle idee sul farmi diventare la sua amante. Ma se mi avesse drogata e mi avesse preparata in anticipo, non mi avrebbe mandata direttamente nella sua tenuta? Perché aspettare fino a ora?»
«E poi, io non ho avuto scelta in tutto questo. Non voglio essere la sua amante. Io amo già qualcuno!»
Mescolai verità e menzogne per sfogare la mia riluttanza. Un uomo che aveva detenuto il potere così a lungo doveva avere un orgoglio smisurato. Di certo non avrebbe forzato la mano.
Mi sollevò il mento, inchiodando i suoi occhi nei miei, e mi studiò. Nel suo sguardo indugiava ancora il dubbio.
Dopo un lungo momento, finalmente mi lasciò andare e mi lanciò un’occhiata fredda. «Fuori. Non voglio più vederti.»
