Capitolo 4

Il punto di vista di Iris

Dolore. Rovente e spietato, mi lacerava le viscere come artigli.

Non riuscivo più a concentrarmi su Sebastien, non riuscivo nemmeno a elaborare cosa stesse accadendo. Un attimo prima era sopra di me, con le mani ruvide sulla mia pelle, e quello dopo... un’agonia paralizzante si irradiava dal mio stomaco.

Mi rannicchiai su me stessa, le braccia strette attorno al ventre. Che la mia camicia da notte fosse strappata non aveva più importanza. Niente contava, tranne il dolore.

«Smettila», ringhiò Sebastien, togliendomi il peso di dosso. «Questa recita non funzionerà».

Non riuscivo nemmeno a rispondere. Il mio corpo si contrasse per un’altra ondata di dolore, così intensa che mi morsi il labbro fino a sentire il sapore del sangue, nel disperato tentativo di non urlare. I miei istinti di lupo erano in subbuglio e mi spingevano a chiudermi ancora di più a riccio, per proteggere il ventre vulnerabile.

«Esibizione originale», la voce di Sebastien attraversò il mio stordimento. «Ma sappiamo entrambi che stai fingendo».

Pensa che stia fingendo per evitarlo? Persino nella mia agonia, coglievo l’ironia della situazione. Per due anni avrei dato qualsiasi cosa per un suo tocco, e ora che finalmente mi voleva — anche se solo fisicamente — io non potevo.

«Tu...» ansimai, la parola appena udibile a denti stretti. «Tu puoi sentire... i feromoni del dolore».

Qualsiasi lupo poteva farlo. Era un istinto basilare: la capacità di percepire quando un altro membro del branco era ferito davvero.

«Ti impegni così tanto nel tuo teatrino?» La sua voce era più vicina ora, scettica ma con una nota di qualcos’altro. Confusione, forse.

Mi sforzai di aprire gli occhi, con la vista appannata dalle lacrime. «Tu... pensi sempre... al peggio...»

Un altro spasmo mi colpì e non riuscii a trattenere un gemito. La stanza iniziò a girare, mentre l’oscurità avanzava dai bordi della visuale.

L’ultima cosa che udii fu la voce di Sebastien, improvvisamente tesa per quella che sembrava quasi preoccupazione: «Iris?»

Poi il nulla.


Una luce intensa mi ferì le palpebre chiuse. L’odore di antisettico invase il mio naso sensibile, mescolato alle inconfondibili tracce olfattive di altri lupi: il personale medico. Mi sentivo il corpo stranamente leggero, e la presenza del mio lupo era smorzata da quelli che riconobbi come sedativi specifici per la nostra specie.

Ospedale. Sono in ospedale.

Mi sforzai di aprire gli occhi, strizzandoli per via della violenta luce al neon. Soffitto bianco, pareti bianche, apparecchiature mediche. L’ala privata del Moonshade Bay Hospital, la sezione riservata ai lupi che necessitavano di cure che i normali medici umani non potevano fornire.

Come sono arrivata qui?

Il mio ultimo ricordo era Sebastien chino su di me, con l’espressione che passava dallo scherno a... qualcos’altro. Mi aveva portata lui qui? Il pensiero sembrava impossibile, visto quanto era stato convinto che stessi fingendo.

Cercai di mettermi a sedere, ma il mio corpo protestò con un dolore sordo allo stomaco; nulla di paragonabile alla fitta lancinante di prima, ma comunque fastidioso. Dalla finestra vedevo che era scesa la notte. La luna era visibile tra le nuvole, non ancora piena ma quasi. Non c’era nessun altro nella stanza, ma riuscivo a udire i passi felpati delle infermiere nel corridoio e i loro bassi mormorii mentre discutevano dei pazienti.

La porta si aprì silenziosamente ed entrò un uomo di mezza età con gli occhi gentili e i capelli brizzolati. Il dottor Collins: lo riconobbi dalle riunioni del branco.

«Signora Grey», disse piano, con voce gentile mentre si avvicinava. Annusò l’aria intorno a me con discrezione, il modo tipico dei lupi per valutare le condizioni altrui. «Come si sente?»

«Meglio», riuscii a dire con voce roca. «Cos’è successo?»

Controllò i monitor accanto al letto. «Ha avuto un forte attacco di gastrite, aggravato dagli effetti dell’alcol. La combinazione le ha fatto perdere i sensi. Per fortuna l’hanno portata qui in fretta».

Mi venne quasi da ridere. Gastrite: un disturbo che avevo sviluppato a causa di tutto l’alcol che ero costretta a bere durante gli eventi mondani del branco. Non mi sfuggiva l’ironia del fatto che Sebastien, capace di fiutare ogni minimo cambiamento nella mia chimica corporea, non avesse mai notato il mio disagio in quelle occasioni.

«Ho eseguito diversi esami», continuò il dottor Collins, prendendo una cartella dai piedi del letto. «C’è una cosa che dovrebbe vedere».

Mi porse i documenti, con un’espressione attentamente neutrale. «Controlli lei stessa, prima. Ci sono delle... circostanze speciali.»

Le mani mi tremavano leggermente mentre prendevo la cartella. La prima pagina conteneva i risultati standard delle analisi del sangue, ma i miei occhi caddero immediatamente sulla scritta in grassetto in fondo:

Test di gravidanza: POSITIVO (stima: 4 settimane)

Il respiro mi si bloccò in gola. Incinta? Quattro settimane... il che significava quella notte. La notte in cui Sebastien mi aveva scambiata per Megan.

«Io... ma lui mi ha dato...» balbettai.

«Il contraccettivo d'emergenza?» chiese piano il dottor Collins. «A volte non sono efficaci, specialmente con la nostra specie. La fertilità dei lupi è naturalmente più alta di quella umana.»

Fissai il foglio, con la mente che correva all'impazzata. Bambini. Gemelli. I figli di Sebastien. Cosa avrebbe significato per noi? Per il divorzio che lui era così deciso a ottenere?

«Dovrà fare attenzione,» disse il dottor Collins. «Niente alcol, pasti regolari, molto riposo. La sua gastrite combinata con la gravidanza richiederà un monitoraggio attento.»

Udii dei passi avvicinarsi nel corridoio: passi che avrei riconosciuto ovunque. Quella cadenza unica, quella sottile distribuzione del peso che apparteneva solo a Sebastien. Insieme a essi arrivò il suo odore, quella miscela esasperante e inebriante di fumo di legna e qualcosa che era unicamente lui.

In fretta, nascosi il referto dietro la schiena, incrociando lo sguardo del dottor Collins con muto panico.

Lui fece un cenno quasi impercettibile proprio mentre la porta si apriva.

Sebastien era fermo sulla soglia, con un sacchetto da asporto in mano. Aveva un aspetto terribile: capelli spettinati, occhiaie scure. Era rimasto lì tutta la notte?

«Vi lascio soli,» disse il dottor Collins, dirigendosi verso l'uscita. «Si ricordi di quello che le ho detto, signora Grey.»

Sebastien si avvicinò al mio letto, appoggiando il sacchetto sul tavolino. Non parlò mentre apriva un contenitore di zuppa; l'aroma ricco mi fece brontolare lo stomaco nonostante tutto.

«Devi mangiare,» disse infine, con voce piatta, mentre portava un cucchiaio verso le mie labbra.

Esitai, scrutando il suo viso in cerca di un segno della crudeltà della sera prima.

I suoi occhi si assottigliarono. «È zuppa, non veleno. Ed è un ordine dell'Alpha.»

La sottile vibrazione di comando nella sua voce innescò l'istinto del mio lupo a obbedire. Aprii la bocca con riluttanza, permettendogli di imboccarmi. Il brodo caldo lenì la mia gola irritata e si posò con conforto nello stomaco.

«Cosa ha detto il dottore?» chiese dopo diverse cucchiaiate, con gli occhi fissi sulla zuppa invece che sul mio viso.

Il cuore prese a battermi all'impazzata. Il referto della gravidanza sembrava bruciare un buco nel materasso dietro di me.

«Solo gastrite,» dissi piano. «Si è riacutizzata perché ho bevuto troppo.»

Osservai il suo volto in cerca di una reazione, poi aggiunsi: «Scusa per il disturbo. Non interferirà con la richiesta del Periodo di Riflessione domani.»

Qualcosa balenò nei suoi occhi: frustrazione? Dubbio? Aprì la bocca come per dire qualcosa, poi la richiuse.

Finimmo il pasto in silenzio.


Il viaggio in auto verso il territorio dei Grey fu teso e silenzioso. Quando ci fermammo davanti alla casa principale, fui sorpresa di vedere tutte le luci accese nonostante l'ora tarda.

La mascella di Sebastien si irrigidì mentre parcheggiava. «Resta qui,» ordinò, ma prima che potesse scendere, il portone d'ingresso si spalancò.

William Grey si stagliava sulla soglia, la sua figura possente rigida per la rabbia. Anche dall'auto, potevo sentire l'energia da Alpha che emanava da lui: un temporale pronto a scoppiare.

Sebastien imprecò sottovoce, ma scese per affrontare suo nonno. Lo seguii nonostante il suo ordine, con le gambe deboli ma abbastanza stabili.

Lo sguardo di William scivolò su di me, le narici che si dilatavano leggermente mentre valutava le mie condizioni. I suoi occhi si addolcirono per un istante, prima di indurirsi di nuovo quando tornarono su Sebastien.

«Portala dentro,» ordinò a una cameriera in attesa. «Assicurati che riposi.»

Mentre la beta mi prendeva delicatamente il braccio, sentii la voce di William abbassarsi in un ringhio pericoloso.

«Tu,» disse a Sebastien, «non farai un altro passo nel territorio dei Grey finché non mi avrai spiegato esattamente cos'è successo.»

«Niente da spiegare,» rispose Sebastien con freddezza. «Solo gastrite.»

«Stronzate!» la voce di William tuonò nell'atrio.

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