Capitolo 1
Il giorno in cui Isabella Fairfax venne riportata dai suoi genitori biologici, stava mettendo insieme i suoi pochi averi nella stanzetta della servitù in cui aveva vissuto per tre anni.
Fuori, in salotto, la voce della madre adottiva, Helen Johnson, era stridula e alta, come se temesse che Isabella non la sentisse.
«Se allora non l’avessimo scambiata per la persona sbagliata, questa maledetta ragazza non si sarebbe goduta tanti anni buoni a casa nostra! Non vedo l’ora che sparisca!»
«Mamma, non dire così.»
La voce di Victoria Smith era morbida e dolce, con una punta di divertimento.
«In questi anni Isabella mi ha fatto diverse trasfusioni. È stata utile, almeno.»
«È il minimo che ci debba! Se tu e tuo padre non aveste entrambi il sangue Rh negativo, io e tuo padre non l’avremmo scambiata fin dall’inizio!»
Helen posò la tazza da tè con un colpo secco, la voce piena di amarezza.
«Solo a pensare che questa piccola stronza se la sia spassata nella famiglia Smith mentre la mia preziosa figlia era là fuori, malata e a soffrire, mi sembra che mi infilino aghi nel cuore!»
«Va bene, mamma. Non arrabbiarti. Non hanno detto che il medico miracoloso Salus, famoso in tutto il mondo, ha trovato un modo per curare la mia malattia rara? Presto guarirò!»
Victoria la consolò per un po’, poi sospirò in modo teatrale.
«Mi preoccupa solo Isabella. Ho sentito che i suoi genitori biologici sono davvero poveri. Dovremmo darle un po’ di soldi? Non sopporto l’idea che possa patire la fame…»
«Ha vissuto gratis per così tanto tempo nella famiglia Smith, di vantaggi ne ha avuti fin troppi. E poi, certa gente povera, quando si attacca non si stacca più: si aggrappano a te e abbassano lo status della famiglia Smith!»
Helen sogghignò con disprezzo, poi diede una pacca alla mano di Victoria.
«Sei troppo buona. Anche adesso continui a pensare a quella piccola stronza. George, non sei d’accordo?»
«Hai perfettamente ragione. Victoria è dolce e premurosa: è la moglie che ho scelto. Solo lei merita di essere la signora della famiglia Lewis.»
George Lewis concordò con calore, strappando a Victoria una protesta civettuola. Isabella, ascoltando le voci dall’altra stanza, accennò un sorriso sarcastico.
Otto anni prima, per chiudere in fretta l’accordo di matrimonio con la famiglia Lewis, i Smith si erano limitati a un semplice esame del sangue prima di decidere che Isabella fosse la figlia perduta.
Per quanto lei e la direttrice dell’orfanotrofio avessero cercato di spiegare, loro non vedevano l’ora di portarla via di lì e riportarla a casa.
Ma poco dopo avevano trovato la loro vera figlia, Victoria.
Victoria aveva sofferto terribilmente là fuori e aveva sviluppato una malattia rara che le provocava emorragie gravi al minimo graffio, mettendole la vita costantemente in pericolo.
Così Isabella, la “falsa”, era diventata la banca del sangue ambulante di Victoria.
A quel pensiero, Isabella chiuse gli occhi, il volto gelido.
In quegli anni, nella famiglia Smith non aveva conosciuto altro che freddezza. Cibo, vestiti e condizioni di vita erano peggiori di quelli della servitù.
Victoria si impegnava apposta a tormentarla: con la scusa di sentirsi male, la costringeva a donare sangue ogni pochi giorni, poi buttava le sacche nel cestino ridacchiando.
Quanto a George, che un tempo si era mostrato tanto premuroso con lei, non aveva visto l’ora di rompere il fidanzamento e sostituirla con Victoria non appena quest’ultima era tornata; e in privato, più volte, le aveva lasciato intendere che Isabella avrebbe dovuto diventare la sua amante segreta.
A Isabella faceva schifo.
Per fortuna, pochi giorni prima, i suoi genitori biologici avevano contattato la famiglia Smith e, ora che la malattia di Victoria aveva una cura, le trasfusioni non servivano più.
Ma soprattutto, il motivo principale per cui Isabella era rimasta nella famiglia Smith era stato portato a termine.
Poteva finalmente andarsene da quell’inferno.
Con quel pensiero, Isabella fece un respiro profondo, si mise a tracolla la sua sbiadita borsa di tela e uscì.
Il chiacchiericcio in salotto si spense di colpo. George la guardò d’istinto, gli occhi scuri e indecifrabili.
Non poteva negare che Isabella avesse un certo peso nel suo cuore.
Dopotutto, il viso di Isabella era davvero incantevole.
Peccato che, per quanto fosse bella, non fosse la vera figlia della famiglia Smith.
Non era stupido: sapeva benissimo quale fosse la scelta migliore.
Quando Isabella aveva rifiutato la sua proposta “vantaggiosa per entrambi”, si era comportata come se fosse chissà chi.
Ora che stava lasciando quella vita lussuosa da alta società per tornare nei boschi sperduti, doveva pentirsene amaramente!
A quel pensiero, negli occhi di George balenò un lampo di soddisfazione.
«Che ne dici se ti accompagno io in macchina? Potrebbe essere la tua ultima occasione di salire su un’auto di lusso. Una volta tornata nei boschi, chissà…»
«George!»
L’espressione di Victoria cambiò appena. Gli diede di nascosto un pizzicotto, poi si voltò verso Isabella con un sorriso finto.
«Ho sentito che i poveri dei boschi odiano i ricchi. Tornare con un’auto di lusso sarebbe troppo vistoso e potrebbe perfino metterti nei guai. Però, se proprio vuoi godertela un’ultima volta, magari io e George potremmo anche…»
«Non serve.»
Isabella sorrise appena, guardandoli come si guarda due pagliacci.
«Sono schizzinosa. Non salgo sui camion della spazzatura.»
George rimase di sasso.
«Cosa?»
«Non capisci il linguaggio umano?»
Isabella sogghignò e alzò un sopracciglio; lo sguardo scivolò oltre di lui e si posò con leggerezza sul volto di Victoria.
«Dovrei ringraziarti per aver riciclato l’immondizia e per trattarlo come un tesoro. Hai davvero talento.»
«Tu…!»
George finalmente capì, e la faccia gli diventò paonazza dalla rabbia. Gli occhi di Victoria si arrossarono all’istante mentre si abbandonava, debole, tra le sue braccia.
«George e io ci preoccupiamo per te. Come puoi…»
«Victoria pensa a te in tutto, e invece di esserne grata ci insulti?»
Vedendo Victoria ferita, Helen esplose.
«Proprio come la figlia bastarda di una poveraccia: non hai un briciolo di educazione nelle ossa!»
«Che educazione impeccabile avete voi, a mettere in scena questa recita in pieno giorno, per me.»
Isabella sbuffò, tirò fuori con noncuranza una moneta dalla tasca e la lanciò ai piedi di Helen.
«Una mancia. Non c’è di che.»
«Tu…!»
Il volto di Helen si fece rosso di rabbia; per un bel po’ non riuscì a dire una parola.
A Isabella non importava. Si diresse dritta verso la porta e, proprio quando le dita sfiorarono la maniglia, alle sue spalle arrivò la voce di Victoria.
«Aspetta!»
Si affrettò a raggiungerla, e sul viso le rifiorì quel sorriso finto.
«Isabella, la mia collana di rubini è sparita. Puoi anche andare, ma prima fammi controllare il tuo bagaglio.»
Eccoci di nuovo.
Isabella rise freddamente; i suoi occhi tranquilli non lasciavano trasparire alcuna emozione.
Negli anni, Victoria aveva giocato a questo gioco dell’incastro innumerevoli volte.
E Helen, come previsto, le credette subito e si buttò nella mischia.
«Osi rubare la collana di Victoria? Povera di soldi e povera d’animo! Tirala fuori subito!»
«So che avrai vita dura quando tornerai indietro, ma quella è la mia collana preferita, vale centinaia di migliaia. L’hai rubata davvero?»
Victoria sospirò, con un’aria sinceramente addolorata.
«Lasciamo perdere. Dopotutto eravamo una famiglia. Non voglio metterti in difficoltà. Se lo ammetti adesso, non ti biasimerò. Se ti servono davvero dei soldi, suppongo che potrei anche… darti la collana.»
«Victoria è così generosa!»
Helen fulminò Isabella con uno sguardo che pareva volerla divorare.
«Se hai un minimo di buon senso, consegna la collana da sola. Altrimenti, se dobbiamo perquisire il tuo bagaglio, ci faremo fare una figuraccia tutti!»
Lei sperava proprio che lo perquisissero!
Isabella alzò un sopracciglio, lasciò cadere a terra la sua borsa di tela e disse con calma, come se fosse un’estranea,
«Prego.»
Victoria si irrigidì, non aspettandosi che accettasse con tanta facilità. Si accucciò in fretta per frugare nel bagaglio.
Lo zaino semplice conteneva solo qualche vestito economico che Isabella aveva comprato con i soldi guadagnati lavorando. Non c’era nemmeno un oggetto appartenente alla famiglia Smith, figurarsi una collana costosa.
Com’era possibile?
Quella mattina presto l’aveva infilata lei stessa nello scomparto nascosto dello zaino di Isabella!
Victoria si morse forte il labbro; un lampo d’ira le attraversò il viso. Fece roteare gli occhi e non volle comunque arrendersi.
«Non è nella borsa, quindi dev’essere nascosta addosso. Isabella, tirala fuori e basta. Perché fare tutta questa scenata?»
«Victoria, perché perdi tempo a parlarle?»
Gli occhi di George si fissarono su Isabella, con un sorriso sulle labbra.
«Se è nascosta addosso, allora deve spogliarsi e farsi perquisire. Un pezzo alla volta: prima o poi la troviamo.»
Nel tono c’era un desiderio neppure troppo velato, e Victoria si conficcò le unghie nei palmi.
«George, non è… sconveniente?»
«Sconveniente? Ci conosciamo tutti. Che male c’è a guardare?»
George ridacchiò, senza distogliere lo sguardo da Isabella.
«Isabella, se non hai il coraggio di spogliarti, significa che hai rubato la collana!»
