Capitolo 2
Mentre George diceva quelle parole, lo sguardo che aveva negli occhi era così disgustoso che a Isabella si rizzò la pelle all’istante.
Le si gelò lo sguardo e, proprio quando stava per parlare, la porta d’ingresso si aprì all’improvviso.
Entrò suo padre adottivo, Jack Smith, addosso ancora un lieve odore d’alcol. Vedendo la scena in salotto, aggrottò la fronte verso Isabella.
«Perché non te ne sei ancora andata? Che cos’è tutto questo baccano?»
«Jack, arrivi proprio al momento giusto!»
Gli occhi di Helen si illuminarono e gli corse subito incontro.
«La collana di Victoria è sparita, e dev’essere stata Isabella a prenderla!»
Anche Victoria si avvicinò, con gli occhi arrossati, fragile e pietosa.
«Papà, quella collana era il primo regalo che tu e mamma mi avete fatto. Non la mettevo nemmeno di solito. Non voglio rendere le cose difficili a Isabella, però…»
Jack rimase in silenzio per un istante, poi parlò di colpo.
«Basta. La questione finisce qui.»
Si avvicinò a Isabella con tono di avvertimento.
«In fondo mi hai chiamato papà. Se hai preso la collana, va bene, ma quando te ne andrai non nominare più la famiglia Smith.»
Non fece neppure una domanda: diede per scontato che fosse stata Isabella.
Quella sua ipocrisia, quel voler avere la botte piena e la moglie ubriaca, era semplicemente ridicola!
Lo sguardo di Isabella rimase freddo, indifferente. Fissò il volto di Jack per un momento, poi lentamente incurvò le labbra in un sorriso.
«Che ne diciamo di una scommessa? Se ho preso io la collana, potete farmi quello che volete. Ma se non l’ho presa…»
Lo sguardo le scivolò sui quattro davanti a lei, la voce calma.
«Voi quattro vi inginocchierete e mi chiederete scusa. Che ne dite?»
«Puttana, sei impazzita?!»
Helen la insultò furibonda. Un’ombra attraversò gli occhi di Victoria, ma prima che potesse dire qualcosa George annuì con entusiasmo.
«Va bene, scommettiamo! Allora, adesso ti puoi togliere i vestiti?»
Probabilmente non avrebbe più rivisto Isabella dopo quella sera, tanto valeva godersi lo spettacolo finché poteva!
A quel pensiero, George sentì il corpo scaldarsi.
Ma, con sua sorpresa, Isabella non si spogliò. Invece si avvicinò al cestino accanto a Victoria e poi…
Si chinò e ne tirò fuori una collana di rubini abbagliante!
«Questa sarebbe la tua collana preferita, quella che non avevi nemmeno il coraggio di indossare?»
Isabella scosse via le bucce di frutta rimaste impigliate, le labbra piegate in un sorriso di scherno.
Aveva già immaginato che Victoria avrebbe giocato quel trucco, perciò aveva buttato la collana nel cestino in anticipo.
Ora, vedendo le loro facce passare dal bianco al rosso, le veniva quasi da ridere a crepapelle.
«Allora, patti chiari. Volete inginocchiarvi uno alla volta o tutti insieme?»
Appena parlò, il volto di George si rabbuiò e lui distolse in fretta lo sguardo.
Helen era paonazza, irrigidita sul posto senza muoversi. Victoria impallidì e scoppiò a piangere.
«Non so perché la collana fosse nel cestino. Deve avermi incastrata apposta. Devi credermi…»
«Basta così.»
Jack aggrottò la fronte, cercando di aggiustare la situazione.
«È solo un piccolo malinteso. Che senso ha fare tutto questo casino? Victoria, devi correggere questa tua abitudine a essere così sbadata. Isabella, non fare tanto rumore. In fondo eravamo una famiglia: lasciamo perdere l’inginocchiarsi!»
«Papà ha ragione!»
Victoria si affrettò ad aggiungere, guardandola con aria compiaciuta.
«Isabella, stavolta è stata una mia distrazione. Non serbarmi rancore, va bene?»
Anche Helen si raddrizzò subito.
«Sei l’unica estranea in questa casa, è ovvio che sospetteremmo di te. È da così tanto che mangi e vivi gratis dai Smith: che male c’è se ti diciamo due parole?!»
Persino George fischiò con disprezzo.
«Isabella, non montarti la testa. Far inginocchiare me davanti a te? Come se te lo meritassi!»
Era evidente che il tentativo di Jack di mettere una pezza li avesse sollevati tutti e tre: avevano la faccia piena di indignazione moralista.
Isabella si era aspettata quella scena fin dall’inizio. Rise freddamente e annuì. «Va bene.»
Sistemò lo zaino e si avviò verso la porta, poi si voltò a guardare le quattro persone.
«Ricordatevelo: un giorno vi farò inginocchiare davanti a me di vostra spontanea volontà.»
Nel momento in cui la porta si chiuse, le imprecazioni di Helen ripresero a risuonare.
Isabella incurvò appena le labbra. Appena uscì dal cortile, la sua attenzione fu catturata completamente dal veicolo al cancello.
Era un camioncino da trasporto malridotto, con la carrozzeria arrugginita e graffiata, le gomme coperte di fango e perfino il parabrezza crepato.
Il conducente era un uomo di mezza età, sulla quarantina, con addosso una giacca scolorita, in piedi accanto allo sportello.
Vedendo Isabella uscire, gli si illuminarono gli occhi e le andò incontro in fretta.
«Salve! Ms. Fairfax. Io sono Roger. Mr. Fairfax e Mrs. Fairfax hanno organizzato apposta che venissi a prenderla e ad accompagnarla a casa! Loro e i suoi fratelli la stanno aspettando tutti a casa!»
Isabella si fermò, lo sguardo velato di confusione.
Non avevano detto che i suoi genitori erano povera gente dei boschi sperduti? Come potevano permettersi di assumere un autista?
E che cosa intendeva con “fratelli”?
«Mr. Fairfax e Mrs. Fairfax hanno due figli maschi e una figlia. Lei è la figlia più piccola.»
Roger Morris notò la sua perplessità e glielo spiegò sorridendo. Isabella annuì, alzando senza volerlo gli occhi verso quel camioncino mostruoso.
«E questo sarebbe…»
«Questo è stato modificato personalmente da suo secondo fratello Michael, come regalo per conoscerla.»
Roger si affrettò a spiegare, sentendosi dentro piuttosto senza parole.
Michael Fairfax era ossessionato dalle modifiche ai veicoli fin da bambino. Negli anni, le auto di lusso che aveva “rovinato” sarebbero bastate a riempire sei saloni automobilistici.
Di recente si era fissato con uno stile da deserto post-apocalittico, aveva sfruttato le sue conoscenze per procurarsi materiali di qualità militare e ci aveva lavorato sopra per più di un mese.
Le prestazioni di quel mezzo bastavano a surclassare la maggior parte delle auto di lusso sul mercato, e la sicurezza era paragonabile a quella di un carro armato. Dalle lastre d’acciaio della carrozzeria alle viti dei sedili, era tutto materiale di prima scelta, niente affatto da sottovalutare.
L’unico difetto era quell’aspetto trasandato: brutto oltre ogni dire.
«Chissà se una ragazza bella come Isabella avrà voglia di salire su questo catorcio…»
Pensandoci, Roger si grattò la testa, un po’ imbarazzato.
«Se non le piace, faccio arrivare subito la flotta di auto e potrà scegliere quella che preferisce!»
Flotta di auto?
Pareva che la sua famiglia biologica non fosse affatto così miserabile come gli Smith credevano.
«Non serve, va bene questa. Andiamo.»
Isabella lo disse con calma, poi si alzò sulle punte cercando di raggiungere la maniglia, troppo in alto.
Roger corse subito ad aiutarla ad aprire lo sportello, e solo allora si accorse che lei aveva con sé soltanto una borsa di tela.
«I bagagli sono ancora dentro? Vado a prenderli io.»
«Solo questa borsa, non ho altro.»
Sentendola parlare così, Roger rimase interdetto per un istante, poi cambiò subito tono.
«Allora salga pure e si riposi. Io consegnerò alla famiglia Smith i regali che i suoi genitori hanno preparato, e poi partiremo immediatamente.»
Isabella annuì. Proprio mentre stava per arrampicarsi sul camioncino aiutandosi con mani e piedi, da non lontano arrivò la risata stridula di Victoria.
«Oh mio Dio, Isabella… davvero torni a casa con un affare del genere?»
