Capitolo 3
Victoria si avvicinò lentamente, gli occhi colmi di un disprezzo e di un disgusto senza alcun pudore, perfino con un accenno di maligna soddisfazione.
Sapere che la famiglia d’origine di Isabella era un tale disastro la riempiva di gioia, dentro di sé.
Anche George, al suo fianco, la derise di proposito.
«Isabella, facciamo così: chiedici scusa e, a malincuore, ti diamo un passaggio per tornare. Altrimenti, quando un rottame del genere si ferma in mezzo al nulla, non trovi nemmeno qualcuno che ti dia una mano.»
Mentre parlava, George non si degnò neppure di guardarla davvero. Il suo inspiegabile senso di superiorità era alle stelle.
Victoria si inserì, alzando apposta la voce, come se temesse che gli altri non sentissero.
«Isabella, lo so che la tua famiglia non naviga nell’oro. Quest’auto dev’essere presa in prestito, vero? Hai vissuto una vita comoda dai Smith per così tanto tempo… mi chiedo se riuscirai ad abituarti quando tornerai indietro.»
Il tono sembrava premuroso, ma ogni parola grondava sarcasmo.
Sentendoli entrambi, Isabella non poté fare a meno di aggrottare la fronte, infastidita.
«Che mosche ronzano da queste parti? Che baccano.»
E, parlando, Isabella finse di sventolare una mano davanti a loro.
Il volto di Victoria si rabbuiò all’istante. Il suo viso delicato e grazioso si deformò in un’espressione cattiva, ma si costrinse a dire, a denti stretti: «Isabella, anche se non saremo più una famiglia, non devi essere così cattiva.»
Come previsto, dopo che Victoria ebbe deliberatamente attizzato la situazione, George abboccò subito.
«Isabella, chi stai chiamando mosche? Smettila di darti delle arie. Vieni da un buco di posto sperduto… credi davvero di essere una signorina ricca? Una come te non vale neanche mezzo mignolo di Victoria.»
Isabella lasciò uscire una risata gelida.
Quel George era davvero il cane fedele di Victoria: a lei bastava piegare un dito e lui correva, scodinzolando, pronto a mordere.
Roger osservò il loro atteggiamento verso Isabella e non poté evitare di aggrottare la fronte.
A quanto pareva, Isabella non era affatto benvoluta dalla famiglia Smith.
Questa faccenda doveva assolutamente riferirla a Mr. Fairfax, una volta rientrato.
Proprio in quel momento, anche Helen sentì il trambusto e uscì.
Vedendo il camioncino grigio impolverato parcheggiato davanti alla porta, quasi alzò gli occhi al cielo.
Lanciò un’occhiata a Roger e, tappandosi il naso con disgusto, disse: «Va bene, Isabella, visto che tuo padre è venuto a prenderti, sbrigati e vattene.»
Non aveva nemmeno voglia di perdere tempo con qualcuno che puzzava di povertà.
Roger sorrise con semplicità, come se non avesse notato il disgusto di Helen, e si affrettò a prendere diverse scatole dal retro del camioncino.
«Mrs. Smith, questo è un piccolo segno della nostra riconoscenza, per ringraziare la famiglia Smith di essersi presa cura di Isabella in tutti questi anni.» Roger porse le confezioni regalo.
Ma Helen non si mosse di un millimetro. Gli occhi le scivolarono avanti e indietro sulle scatole con l’etichetta “uova”, poi corrugò la fronte.
«E chi le vuole, queste uova rotte? Robaccia senza valore. Portamele via.»
La mano di Roger, che reggeva le scatole, si bloccò a mezz’aria, e sul suo volto comparve un imbarazzo fin troppo evidente.
«Le prendo io. In fondo è un pensiero da parte della famiglia di Isabella.»
In quel momento, Victoria fece un passo avanti, sorridendo mentre fingeva di allungare le mani per prenderle.
Roger non ci vide nulla di strano e le porse le scatole.
Ma un attimo dopo risuonò il tonfo delle scatole che colpivano il suolo.
Victoria lasciò uscire un grido di sorpresa e, con tono beffardo, offrì delle scuse finte. «Ops, mi è scivolata la mano e non sono riuscita a prenderle.»
Poi finse di dare un calcio “per sbaglio” alla scatola con il piede.
«Adesso le uova dentro saranno sicuramente rotte. Dovrete riportarvele indietro. Mi dispiace tanto.»
Isabella non vide sul suo volto la minima traccia di scuse: solo l’aria compiaciuta di chi aveva appena visto riuscire il proprio piano.
Isabella capì: avevano scambiato l’identità di Roger e stavano approfittando dell’occasione per umiliarlo.
«Che ti sia scivolata la mano o l’abbia fatto apposta, la verità la sai. Se non sei nemmeno capace di tenere una scatola, tanto vale che ti tagli le mani: tanto, su di te, sono inutili.»
Isabella non aveva alcuna intenzione di lasciar correre e la derise senza mezzi termini.
«Isabella, davvero non volevo… Sono solo alcune uova, no?»
Victoria recitava la parte della vittima.
Vedendola così, George si fece subito avanti per difenderla.
«Isabella, sei davvero un’ingrata. Oggi ti do una lezione, così impari che cosa significa il rispetto.»
Mentre parlava, George alzò la mano e la scagliò verso Isabella.
Intuendo le sue intenzioni, Isabella si scostò leggermente di lato e alzò la mano per bloccarlo al polso.
Poi sollevò il piede e colpì George dritto all’inguine.
Un urlo squarciò l’aria. George si portò le mani tra le gambe, il viso gli si fece livido, si piegò in due, incapace perfino di imprecare.
Nessuno dei presenti si aspettava che Isabella colpisse all’improvviso.
Victoria fu la prima a parlare, accusandola.
«Isabella, come hai potuto picchiare qualcuno?»
Schiaffo — risuonò un altro colpo secco.
Isabella sciolse il polso, buttò fuori un respiro e disse con allegria:
«Mi ero dimenticata di colpire te quando ho colpito lui. Questo schiaffo è per rimediare. Non c’è bisogno di ringraziarmi.»
Una finta innocente e un cagnolino pervertito: le bastava guardarli per sentirsi nauseata.
Detto questo, Isabella si chinò a raccogliere le scatole da terra e disse a Roger:
«Roger, andiamo a casa. Non vale la pena perdere tempo con questa gente.»
Dopo tutti quegli anni, aveva ripagato qualunque presunto debito avesse con la famiglia Smith per averla cresciuta.
Roger riprese le scatole dalle mani di Isabella e non poté fare a meno di scuotere la testa, pensando tra sé.
«Mr. Fairfax aveva davvero visto lontano. Per mettere alla prova il carattere dei genitori adottivi di Isabella, ha infilato apposta atti di proprietà e beni per decine di milioni nelle scatole delle uova, come regali.
Se non fossero stati degli snob che disprezzano i poveri, questi atti di proprietà inestimabili, gli immobili, le azioni e l’oro sarebbero finiti alla famiglia Smith.
Che peccato… non hanno superato la prova, quindi non mi resta che riprendermi tutto.»
Vedendo Isabella sul punto di andarsene, Helen andò su tutte le furie e strillò con voce stridula:
«Puttana, hai picchiato Victoria e credi di potertene andare così?»
A quelle parole, Isabella si voltò a guardarla, lo sguardo gelido.
Helen non aveva mai visto Isabella così. Nel giro di pochi secondi ne rimase intimidita.
Com’era possibile che una presenza tanto potente venisse da Isabella?
Ma prima che riuscisse a riprendersi, Isabella era già salita sul sedile del passeggero del camion.
Fu solo quando il rombo del motore spezzò la quiete del quartiere di ville che tornarono in sé.
George si riscosse, borbottando tra i denti:
«Il suono del motore di quel camion… non è normale…»
Anche lui amava smanettare con le auto modificate, soprattutto con le personalizzazioni.
Era praticamente impossibile che un camion qualunque producesse un suono così profondo e “pulito”.
Possibile che quel camion fosse qualcosa di speciale?
George guardò d’istinto nella direzione in cui era sparito, ma prima che riuscisse a distinguere qualcosa gli rimasero soltanto i fumi di scarico.
«Ci vorranno circa tre ore per arrivare a casa. Puoi riposarti un po’.»
Isabella guardò fuori dal finestrino quella città familiare e al tempo stesso estranea e disse piano:
«Roger, potresti portarmi prima al First Hospital of Harmony City?»
