Una promessa
Lei
Era caldo.
Non avrebbe dovuto sorprendermi, eppure mi sorprese.
I vampiri che si erano nutriti di me in passato erano sempre stati freddi. Non solo i loro corpi, ma tutto di loro. Le mani, la voce, gli occhi. Lui no. Bruciava di calore e potere, con la pelle nuda così vicina da inumidirmi il vestito con l'acqua che ancora gli restava addosso.
Torreggiava su di me. Imponente, come le statue scolpite nella piazza del mercato. Forse era persino più grosso.
La sua pelle ambrata risplendeva debolmente nella penombra, e il viso... Deglutii.
Sembrava antico. Non vecchio, né fragile, ma qualcosa che andava oltre l'età.
Avrei dovuto esserci abituata. Avevo passato anni rinchiusa in uno scantinato, prigioniera. Una sacca di sangue. I polsi ricordavano ancora la morsa delle catene, il morso del coltello prima di ogni salasso.
Mi dicevano che ero fortunata. Che stavo aiutando la città. Che il mio sangue aveva uno scopo.
Ma stavolta era diverso. Non ero legata. Non ero una delle tante. Ero lì, sola, con lui.
Colui che mi aveva prosciugata appena il giorno prima.
Un brivido mi percorse al ricordo: le sue zanne nella gola, l'oscurità che ne era seguita. Non avevo perso i sensi. Ero sparita. Era come se fossi stata cancellata dal mondo. Per un attimo, ero stata certa che non avrei mai più riaperto gli occhi.
Ora fissavo la figura nuda di un vampiro il cui volto mostrava più arroganza che crudeltà, e la cosa mi terrorizzava ancora di più. Sembrava capace di tutto, di portarmi via qualsiasi cosa.
Seguii la linea del petto verso il basso, con lo sguardo che si soffermava sulle spesse cicatrici incise sul torace. Non era immacolato, come certi vampiri nobili che venivano a farmi visita in passato.
Il suo corpo era segnato da battaglie che non riuscivo a immaginare, e non sapevo se questo lo rendesse più umano o più pericoloso.
Lasciai che lo sguardo scivolasse troppo a lungo, che vagasse troppo in basso, fino alla virilità che gli pendeva pesante tra le gambe. Sussultai e distolsi lo sguardo, travolta da un’ondata di vergogna. Mi sentii avvampare il viso. La mente vacillò, tornando freneticamente indietro nel tempo, all'ultimo uomo che mi aveva posseduta.
Un sorriso tagliente gli incurvò le labbra e la sua mano scattò verso il mio collo; le dita si chiusero attorno alla gola.
«Ti ho portata qui per nutrirti» disse, con una nota di divertimento nella voce. «Ma sei libera di prendere ciò che vuoi.»
Il suo tono era leggero e scherzoso, ma io percepii solo una minaccia. Mi si strinse lo stomaco.
Indietreggiai fino a incontrare la parete. La sua mano lasciò la mia gola, con il palmo che andò a poggiarsi piatto sulla parete appena sopra la mia spalla; non toccava la pelle, ma era abbastanza vicino. «No. Ti prego.»
Inclinò la testa, socchiudendo leggermente gli occhi e studiandomi come se non capisse. «Non dobbiamo fare altro.»
Non gli credetti. Promei i palmi contro la parete, col cuore che martellava impazzito contro le costole. «Ti prego.»
Sul suo volto passò un lampo di interesse, di curiosità.
Si mosse di nuovo, avvicinandosi, premendo il corpo contro il mio, e io trasalii violentemente. «No, ti prego!»
Scivolai lungo la parete rannicchiandomi, con le braccia strette attorno alle ginocchia. Serrai forte gli occhi.
Non è lui. Non è lui. Non è lui.
Ma potrebbe esserlo. Potrebbe andare peggio. O meglio. Non lo sapevo.
Non ero morta, ma questo non significava che fossi al sicuro.
Emise un sospiro lungo e rauco, poi si allontanò. Una porta si aprì e si richiuse. Quando osai alzare lo sguardo, indossava dei pantaloni, grazie agli dei, anche se il petto era ancora nudo.
Tornò verso di me e io mi preparai al peggio.
Senza chiedere nulla, si accovacciò, poi mi sollevò come se non pesassi niente, con le mani sotto le cosce e la schiena. Il respiro mi si mozzò quando mi premette contro il muro.
Il suo corpo ingabbiava il mio. Il suo fiato mi solleticava l’orecchio.
«Datti una cazzo di calmata. Il tuo sangue pulsa.» Premette un pollice sulla mia gola. «Proprio qui. Lo vedo, lo sento, lo percepisco, e se non rallenti, non riuscirò a resistere alla voglia di squarciarti in due.»
Le parole non erano crudeli, ma nemmeno gentili. Era irritato. O forse stanco, ma non gentile.
Non respiravo. Non ci riuscivo.
Mi portò attraverso la stanza e mi posò sul bordo del letto. Nell'istante in cui mi lasciò andare, indietreggiai di scatto, la schiena incollata alla testiera. Le mani strinsero le lenzuola, le nocche bianche. Non riuscivo a smettere di tremare.
I suoi occhi neri si posarono sui miei pugni, osservando la tensione.
Poi parlò in tono piatto, come se fosse annoiato. «Se non mi lasci nutrire da te, non servi a nulla.»
Sbattei le palpebre. «Non è il n-nutrirsi.»
Inarcò un sopracciglio, serrando la mascella. «Ti toccherò solo quando mi nutrirò.»
All'inizio non capii. Poi il senso delle parole mi raggiunse.
«Promesso?» La domanda uscì rauca, spezzata e disperata prima che potessi fermarla. La mia voce sembrava appartenere a qualcun altro.
Mi fissò. Abbastanza a lungo da farmi pensare che avrebbe riso, che mi avrebbe ributtato tutto in faccia. Invece, contrasse la mascella e disse: «Va bene. Promesso.»
Sembrava odiare quella parola. Avrei dovuto provare sollievo, ma mi sentivo solo vuota.
Si sporse in avanti all'improvviso, afferrandomi la caviglia.
Lanciai un grido quando mi tirò a sé; il mio corpo scivolò lungo il materasso, il vestito si sollevò. Cercai di tirarlo giù, sentendo il viso andare a fuoco. I suoi occhi si scurirono mentre scrutavano il mio corpo. Si fermarono sulla ragnatela di cicatrici che mi copriva le cosce e lo stomaco. Mi preparai al disprezzo, ma non vidi nulla sul suo volto.
Mi salì sopra lentamente, puntando le mani ai lati dei miei fianchi. Il suo respiro era regolare, cosa che non potevo dire del mio.
Le braccia mi si strinsero al petto come uno scudo.
«Ho fame,» ringhiò.
Annuii, appena.
«Rilassati.»
«Ci provo,» sussurrai. «La t-tua fame... mi fa male.»
«Lo so.» Mi prese la nuca e mi tirò su appena quanto bastava per raggiungere il collo. Quando le sue zanne affondarono in me, il dolore fu istantaneo, elettrico. Non riuscivo a respirare. Non riuscivo a pensare. Le mie mani trovarono le sue spalle, aggrappandosi per cercare un sostegno. Le gambe scalciarono. Le lacrime iniziarono a rigarmi le guance.
Gemette contro la mia gola mentre beveva, e quel suono fu devastante.
Quando il dolore mi sopraffece, gridai, ma questo non lo fermò.
Il bruciore scemò. Sentii il guizzo della sua lingua mentre sigillava la ferita. I miei polmoni incamerarono aria, disperati e doloranti. Lui fece un passo indietro, il petto che si alzava lentamente, come se fosse stato lui a fare qualcosa di difficile, e non io.
«Loxer sarà qui per te.»
Scomparve nella cabina armadio, e io approfittai della sua assenza per riprendere fiato. Portai la mano al collo, non sentendo assolutamente nulla. Niente cicatrici, niente ferite.
Possono guarirci?
Ero sempre stata abbandonata al mio sangue, alle croste e alle cicatrici. Chi era questo vampiro?
Quando tornò, indossava un completo. Si fermò sulla porta, la sua ombra che si allungava sul pavimento fino a dove ero distesa. «Come ti chiami?»
Esitai. Per un momento, non volli dirglielo. «Elowen,» sussurrai.
Si guardò alle spalle, e i suoi occhi neri, scuri, mutarono in un blu elettrico.
