La cerimonia di sepoltura
Mi si contorse lo stomaco davanti a quella scena. Ci saranno state più di cento persone radunate lì attorno, tutte con indosso abiti o smoking neri. Tenevano il capo chino in segno di rispetto per l'uomo che veniva calato nella fossa. Pianti e singhiozzi giungevano fino in fondo, dove me ne stavo io, nascosta alla vista di tutti.
Non riuscivo ad affrontarli. Non volevo farlo, e ne avevo anche paura.
I grossi occhiali da sole scuri mi nascondevano dalla folla, concedendomi il tempo necessario per assistere alla sepoltura di Nikolai, mio padre. La gente parlava a bassa voce, rievocando ricordi meravigliosi e sussurrando di quanto Nikolai fosse stato un uomo generoso.
Io me ne stavo lì, in silenzio, con le lacrime che mi bruciavano gli occhi. Lo conoscevo meglio di chiunque altro, ma non potevo dire una parola. Il prete non mi chiamò nemmeno davanti a tutti per ricordarlo. Nessuno sapeva che ero sua figlia.
«È così triste che il signor Nikolai sia morto nello stesso modo di sua moglie. Che le loro anime riposino in pace.»
«Ma per fortuna non ha lasciato figli, nessun orfano a piangerlo.»
«Ma chi l'ha ucciso? Sarà stata la stessa persona che ha ammazzato sua moglie?»
I mormorii si levavano ovunque intorno a me. Alcuni del tutto infondati.
Nessuno mi conosceva, e io non conoscevo nessuno dei miei parenti. Avevo trascorso tutta la mia vita, la mia intera esistenza, chiusa a chiave in una delle stanze della casa di mio padre. Al sicuro e protetta. Tutto era iniziato nel momento in cui mia madre era stata uccisa. Non sapevo davvero cosa l'avesse uccisa, ma purtroppo non avevo nemmeno partecipato al suo funerale.
Mio padre me lo aveva impedito, dicendomi che il mondo esterno non era adatto a una persona innocente come me. Non avevo idea di cosa intendesse, ma da quel giorno mi aveva tenuta in ostaggio in casa. Non aveva permesso a nessuno di scoprire la mia esistenza, ed era per questo che nessuno sapeva che i miei genitori avessero una figlia.
Rimasi seduta in disparte e le cose non andarono male, almeno finché qualcuno non si avvicinò. Era una signora che mi chiedeva un'informazione, ma la ignorai e riportai l'attenzione sul prete.
Ero cresciuta senza socializzare con nessuno e, oltretutto, la gente mi terrorizzava.
Rimasi chiusa nel mio mondo per tutta la durata del funerale, ma non appena si concluse e vidi le persone lasciare il cimitero, la paura si impadronì di me. Non avevo più un posto dove andare. Casa di mio padre non era più sicura. Avevo il presentimento che chiunque avesse ucciso i miei genitori, prima o poi, sarebbe venuto a cercare anche me.
"Dormirò ovunque, ma non a casa."
Quelle parole continuavano a rimbombarmi in testa mentre camminavo lentamente lungo il marciapiede. Stava calando la notte, faceva buio, ma io camminavo distrattamente verso il mio appartamento.
Ovviamente non avevo nessun posto dove andare e non conoscevo le strade.
Mi guardavo intorno con gli occhi che saettavano in ogni direzione. Nonostante fosse notte, sembrava un posto così sicuro. Non c'era anima viva in giro.
Tutto filò liscio, finché non svoltai l'angolo.
I miei pensieri furono improvvisamente smentiti quando un grido lacerò la notte.
BANG!
Quel rumore mi fece immediatamente mancare il respiro.
Era uno sparo.
E fu così forte che mi fece fischiare le orecchie, rimbombandomi nel cranio.
"Non sono al sicuro."
Mi strofinai le mani fredde e sudate sulla lunga gonna di pelle; stavo già sudando in punti che non credevo possibili. Mio padre aveva ragione quando diceva che il mondo non era un posto sicuro per una persona innocente come me.
Il forte gemito che seguì mi fece voltare la testa per capire da dove provenisse il suono.
«Uccidetelo, se non è disposto a dire la verità.» Sentii quella voce carica di rabbia, e fu allora che i miei occhi si posarono su delle figure avvolte nell'ombra, vestite completamente di nero.
L'istinto prese rapidamente il sopravvento e cominciai a indietreggiare, perché nell'istante in cui mi avessero scoperta sarei stata una donna morta. Sfortunatamente, non andai lontano.
Non appena la punta del mio piede urtò un sasso, mi sfuggì un urlo involontario. E quella fu la mia fine.
«Prendetemi subito quella puttana.»
Non appena udii quelle parole, non rimasi paralizzata; al contrario, iniziai a correre più forte che potevo, a gambe levate, senza nemmeno voltarmi a guardare a chi appartenesse quella voce furiosa.
A un certo punto mi resi conto che era inutile: i suoi uomini mi stavano alle calcagna, correndo alla mia stessa velocità.
Il cuore mi batteva all'impazzata, in un modo che non saprei spiegare, e avevo la sensazione che stesse per schizzarmi fuori dal petto.
I suoi uomini mi stavano ancora addosso. Il tonfo dei loro passi mi rimbombava nelle orecchie fino a farmi male.
Avrei preferito rannicchiarmi su me stessa e morire, piuttosto che essere catturata e portata via da degli sconosciuti.
Mentre correvo, quasi inciampai nel mio vestito lungo, ma non mi fermai finché non mi infilai in uno dei bagni pubblici, sbattendomi le porte alle spalle per maggiore sicurezza. Le dita mi tremavano mentre cercavo la serratura d'ottone.
Non appena scattò il blocco, imprecai a mezza voce e iniziai a guardarmi intorno. Cercavo una via di fuga.
L'adrenalina mi esplose in circolo quando lo sguardo si posò su una finestrella. Era un po' in alto, ma non avevo intenzione di arrendermi.
«Cazzo! Che stai cercando di fare?» Il cuore quasi mi balzò fuori dal petto nel sentire una voce spaventata alle mie spalle.
«Perché cerchi di arrampicarti alla finestra?» domandò la sconosciuta. Era una donna bionda.
«T-ti prego! Ho bisogno di aiuto» piagnucolai. «Ci sono degli u-uomini, vogliono uccidermi... ti prego, aiutami a uscire da questo bagno.» Era un'estranea, ma non esitai a crollare davanti a lei.
Prima ancora che potesse rispondermi, sentimmo dei colpi violenti contro la porta. Quegli uomini stavano cercando di sfondarla.
Il terrore le si dipinse in volto non appena capì la situazione.
«Che diavolo gli hai fatto? Come faccio ad aiutarti, sbrigati!» Ormai era nel panico anche lei.
«Aiutami a raggiungere la finestra» risposi, mentre calde lacrime mi rigavano già il viso.
«Questa puttana è qua dentro.» Mi raggelai nel sentire parlare uno degli uomini. Erano già dentro il bagno e mi stavano cercando.
«Boss' skazal Verni etu suku zhivoy». (Il capo disse: «Verni, ti resta una settimana di vita».)
Russo, stanno parlando in russo. Porca puttana.
«Aspetta, cerco di aiu...» La donna si interruppe a metà frase non appena vide gli uomini avvicinarsi. Prima che potessi reagire, mi spinse svelta dietro di sé e fronteggiò quegli uomini mascherati.
«Ragazzoni, potreste lasciar andare la ragaz...»
Bang.
In una frazione di secondo, il sangue mi schizzò in faccia mentre la donna davanti a me crollava a terra.
Rimasi paralizzata, perdendo del tutto la testa. Oh, mio Dio. L'avevano uccisa senza pietà... proprio come il primo uomo che avevo visto morire. Pregai a voce alta che la terra mi inghiottisse mentre guardavo quei mostri avvicinarsi.
Guardai l'uomo che aveva ucciso la donna rimettersi la pistola in tasca, ma non feci il minimo movimento.
Ero come incollata al pavimento. Solo le lacrime mi scorrevano sul viso, mentre guardavo il sangue della donna allargarsi in una pozza tutto intorno a me.
«Lo giuro, non ho visto niente.» Nell'istante in cui vidi uno di quegli aguzzini scavalcare il corpo della donna e avanzare verso di me, feci subito un passo indietro.
Con le labbra tremanti, alzai su di lui gli occhi gonfi di lacrime.
«Se non vuoi che ti roviniamo quel bel faccino, chiudi la bocca e vieni via con noi senza fare storie» sibilò uno di loro.
«No... non vengo, non ho fatto niente... non ho visto niente!»
Scossi la testa e tentai di fare un altro passo indietro, ma lui allungò un braccio e mi afferrò. La sua stretta sulla mia mano si fece ancora più ferrea quando cercai di divincolarmi.
«Lo giuro... non dirò niente a nessuno... lasciatemi...» Stavo ancora urlando quando mi tappò immediatamente la bocca con una mano guantata. Fui preda del panico più totale.
«Non lo dirò a nessuno, vi prego, non uccidetemi!» Le mie urla uscivano attutite, ma continuai a lottare, cercando di strappargli dal viso quella mano guantata.
«Lo giuro...» Calde lacrime mi riempirono gli occhi mentre tremavo, ma la sua presa si fece solo più spietata.
Sto per morire. Morirò proprio come i miei genitori.
Quella consapevolezza mi travolse mentre mi dimenavo con tutte le mie forze, senza alcun risultato.
La situazione precipitò quando mi fece voltare: mi ritrovai con la schiena premuta contro di lui mentre mi teneva bloccata, la mano guantata sempre serrata sulla mia bocca. Sentii la sua mano libera scostarmi i capelli dietro l'orecchio, poi mi sussurrò:
«Ti avevo detto di fare la brava e ti sei rifiutata, ora mi tocca...»
Scossi la testa, impedendogli di finire la frase, ma prima che potessi rendermi conto di cosa stesse succedendo, un panno bianco mi fu premuto sul naso e sulla bocca.
Lanciai un forte urlo strozzato, continuando a divincolarmi, ma era tutto inutile. Nel giro di pochi secondi mi sentii mancare le forze, soffocata da quel panno; prima che potessi accasciarmi a terra, però, sentii qualcuno sorreggermi il corpo e tenermi ferma mentre mi agitavo. Trattenni il respiro, ma sentii comunque l'odore chimico inondarmi i sensi.
Scalciai e agitai le braccia contro di lui, ma ebbi la peggio. Alla fine fui costretta a inalare quella sostanza e cominciai a perdere sensibilità.
Le palpebre iniziarono a calare, ma lottai per tenerle aperte. Fallii di nuovo; le calde lacrime che mi riempivano gli occhi si fecero gelide sul viso. Sentii il corpo raffreddarsi, la mia resistenza giunse al termine e, mentre tiravo un ultimo respiro tremante, il torpore mi invase e il mio intero mondo si spense nel buio.
