Sua figlia
IL PUNTO DI VISTA DI NATALYA
C'era un sacco di gente in questa casa, perlopiù servitù. Loro non potevano avere le risposte alle mie domande. Avevo bisogno di parlare con la donna che mi aveva portata qui. Come si chiamava? Sabrina? Così mi aveva detto, nel momento in cui mi aveva aiutata a uscire dalla cella.
Avevo bisogno di sapere chi fossero. Cosa volevano da me? Perché ero qui? Cosa era successo ai miei genitori? Chi li aveva uccisi? Cosa ne sarebbe stato di me? Cosa avevano intenzione di farmi solo perché ero stata una testimone?
Un lamento inaspettato mi salì dal petto quando pensai di nuovo ai miei genitori, specialmente a mio padre. Avevamo così tanti progetti... Singhiozzai ancora più forte rendendomi conto che non lo avrei mai più rivisto. Quando era morta mia madre, avevo sopportato il dolore, ma in quel momento era davvero troppo.
Mi mancano... Mi mancava mio padre.
Mi mancava così tanto...
Un bussare alla porta della mia camera mi fece trasalire; mi asciugai subito le lacrime e gracchiai un rauco «avanti». La domestica entrò nella mia stanza con un vassoio pieno di cibo. Il suo viso si contorse in un'espressione di pietà mentre si avvicinava.
«Non ho fame...» sussurrai.
Mi portai le ginocchia al petto e vi appoggiai sopra la testa. Non avevo voglia di fare niente, un peso opprimente mi si era piazzato sul petto. Mi sentivo come se stessi annegando.
«Devi mangiare.»
Scossi la testa. «Non posso... proprio non ci riesco... Ti ho detto che non ho fame.»
Un altro bussare ci fece trasalire, guardai verso la porta ed entrò la stessa donna che mi aveva portata lì. Non so perché, ma nel vederla un'ondata di sollievo mi travolse. Sabrina.
«Ehi...» mi sorrise.
«Ciao...» risposi.
Fece un cenno col capo alla domestica, che ricambiò prima di uscire dalla stanza. Si avvicinò e si sedette accanto a me.
«Mangia,» ordinò.
Guardai lei e poi il vassoio pieno di cibo. Scossi la testa, dicendole che non potevo. Lei espirò rumorosamente.
«Perché, Natalya?» chiese.
Deglutii. «Chi siete?»
«Mi chiamo Sabrina, come ti ho detto... e noi siamo tuoi amici, Natalya. Non ti faremo del male, d'accordo? Devi mangiare, o al capo non piacerà.»
Mi si strinse lo stomaco ricordando l'uomo alto e tatuato di prima. «Capo?»
«Sì, Alessandro. Questa è casa sua, e vorrebbe vederti nel suo studio dopo che avrai mangiato.»
Mi morsicai l'interno della guancia. «Non mi va di mangiare niente...»
Mi posò una mano sul ginocchio. «Perché?»
Il mio labbro inferiore tremò e la voce mi si spezzò. «Mi mancano i miei genitori...»
«Natalya...» sospirò. «I tuoi genitori non ci sono più, non torneranno mai più. Ora devi tirare fuori il carattere e cercare di imparare a vivere senza di loro.» Prese una ciotola di zuppa dal vassoio e me la offrì. «Mangia...»
«Non ho mai fatto un pasto senza i miei genitori... Prima che mia madre morisse, mangiavamo sempre tutti insieme...»
«Mangerò con te, ti farà sentire meglio?»
Annuii e presi con riluttanza la ciotola di zuppa dalla sua mano; rimase seduta lì e condivise il pasto con me. Quando finimmo, si alzò e mi tese la mano.
«Andiamo, devi andare da Alessandro.»
«Alessandro?»
"Dai, vieni."
Misi la mano nella sua e mi alzai. Mi lisciai il vestito e i capelli e mi stropicciai gli occhi per scacciare le lacrime. Uscì dalla camera da letto a passo lento e io la seguii in silenzio. Ci fermammo davanti a una grande porta di legno e Sabrina si voltò verso di me.
"Lui è dentro, tieni gli occhi bassi e rispondi sinceramente a qualsiasi domanda ti faccia, d'accordo?"
Annuii. "Va bene..."
Le gambe mi tremavano e il respiro si fece corto. Non so perché fossi così spaventata, nessuno qui mi aveva fatto del male. Erano stati tutti gentili con me e, chiunque fosse Alessandro, speravo fosse gentile quanto Sabrina.
Mi fece cenno di entrare. La guardai allarmata. "Non vieni con me?"
Scosse la testa. "No, ora vai", e mi spinse verso la grande porta di legno.
Con mano tremante, girai la maniglia e la porta si aprì. Trattenni il respiro mentre entravo. Sapevo che Sabrina mi aveva detto di tenere lo sguardo basso, ma la curiosità ebbe la meglio e alzai gli occhi su di lui. Per fortuna era di spalle; abbassai subito lo sguardo sulle punte dei miei piedi.
Rimasi piantata accanto alla porta chiusa, sentivo che si stava versando da bere. All'improvviso mi sentii incredibilmente vulnerabile, e così sola. Le parole di mio padre mi risuonavano in testa a ripetizione.
Il mondo è un posto pericoloso per una persona innocente come te, Natalya.
Una strana paura si insinuò in me, forse a causa di ciò che i miei genitori mi avevano ripetuto per tutta la vita. E se tutte queste persone fossero state gentili e io ne stessi facendo un dramma per nulla? Ma la paura prese il sopravvento su ogni altra emozione e dei brividi mi percorsero la schiena. Pensai che, se mi fossi mossa, mi avrebbe mangiata viva.
Anche l'atmosfera della stanza non aiutava affatto la mia situazione. Le tende pesanti erano tirate e l'ambiente era debolmente illuminato.
Feci l'errore di guardarlo ancora una volta e il respiro mi si mozzò quando i miei occhi incontrarono i suoi. Per qualche ragione, mi mancò il fiato incrociando il suo sguardo. Sì, era lo stesso uomo crudele che era stato nella cella con me, ma per qualche motivo non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso.
Era appoggiato alla scrivania, rivolto verso di me, con un bicchiere in mano. Svuotò il bicchiere in un solo sorso senza distogliere lo sguardo. I suoi occhi mi squadrarono da capo a piedi, come se mi stesse studiando, come se non fossi umana ma una strana creatura che aveva catturato la sua attenzione.
Rimise il bicchiere sulla scrivania e si mise le mani in tasca; era ancora appoggiato al mobile, con le lunghe gambe distese.
I suoi capelli corvini erano scompigliati, e indossava un completo interamente nero. Una camicia nera, un gilet nero, pantaloni neri e una giacca nera. I primi bottoni erano slacciati e intravidi l'inchiostro nero che gli copriva anche il dorso delle mani. Potevo immaginare che i tatuaggi gli ricoprissero l'intero corpo.
Si raddrizzò e, d'istinto, feci un passo indietro. Mi resi conto all'improvviso di quanto fosse alto: se mi fossi avvicinata, gli sarei arrivata a malapena al petto.
"Hai intenzione di restare lì impalata?" chiese, e lo stomaco mi si strinse per la paura.
Sbalordita e spaventata, mi limitai a fissarlo.
"Avvicinati."
