Sei un bugiardo
"Avvicinati."
Mi ricordai che Sabrina mi aveva detto di obbedire a ogni suo ordine e di rispondere a ogni sua domanda con sincerità. Mi feci coraggio e andai verso di lui, fermandomi quando mi trovai a soli due passi di distanza.
Espirò piano, squadrandomi da capo a piedi ancora una volta. "Come ti chiami?"
"Natalya Martinez," risposi.
"E Nikolai e Sofia erano i tuoi...?"
Deglutii. "I miei genitori..."
"Quanti anni hai?"
"Ho compiuto diciannove anni il mese scorso."
Rispondi a ogni singola domanda con sincerità, Natalya.
"Mhm..." Un mormorio profondo, maschile, che bastò a spaventarmi ancora di più, se mai fosse possibile. "Conosco Nikolai Martinez da quando sono nato... non ha mai parlato di te. Sono stato a casa sua diverse volte e non ti ho mai vista prima..."
Rimasi a bocca aperta, il battito del mio cuore si fece irregolare; inspirai per calmare i nervi.
Come faccio a dire a qualcuno che ho passato tutta la vita rinchiusa in una camera da letto e che mi era permesso uscire solo quando era ora di mangiare?
Fece un passo verso di me, il che mi spinse a indietreggiare d'istinto. Lo guardai attraverso le ciglia e vidi il suo volto. La sua espressione era difficile da decifrare, ma sembrava quasi divertito, e mi parve di scorgere l'ombra di un sorriso increspargli le labbra.
Con le mani in tasca, iniziò a girarmi intorno. La sua andatura regolare mi ricordava qualcosa: sembrava un animale, ne avevo letto e li avevo visti in TV. Mi stava braccando proprio come fanno le tigri prima di balzare sulla preda e divorarla viva.
Deglutii, sentendomi proprio come una preda indifesa.
"Mi stai mentendo, Natalya?" chiese, continuando a girarmi attorno.
Scossi subito la testa. "No, no, non è vero."
Ridacchiò, e il suono della sua risata mi fece accapponare la pelle dalla paura. "Io credo di sì... Nikolai Martinez non aveva figli. Non mi piacciono i bugiardi, Natalya. Lo sai cosa faccio ai bugiardi?" domandò.
Scossi la testa. "No..." risposi, con un filo di voce.
Si fermò dietro di me; potevo sentire il calore del suo corpo irradiarsi sulla mia schiena. "Li punisco... molto severamente," mi sussurrò all'orecchio da dietro, e il mio intero corpo tremò in modo visibile.
Le mie viscere si contorsero per l'ansia e il terrore, gli occhi mi bruciavano di lacrime; le trattenni, ma non riuscivo più a controllare le mani, che tremavano con un ritmo strano e convulso.
Riuscivo solo a sentire le parole di mio padre: Il mondo è un posto pericoloso e tu sei una facile preda, Natalya. Sei innocente e ingenua e ti manca la forza fisica.
Questo mondo ti divorerà viva.
Aveva ragione.
Papà aveva ragione.
Le lacrime che avevo trattenuto mi scivolarono lungo le guance.
"Sono sua figlia, lo giuro. Lui... non mi lasciava uscire dalla mia stanza. Ho trascorso tutta la vita lì dentro, studiavo a casa, e le uniche volte in cui mi era permesso uscire dalla camera da letto era quando mangiavamo insieme a colazione, pranzo e cena." Tirai su col naso. "Solo tre volte al giorno, lo prometto," dissi tutto d'un fiato, asciugandomi in fretta le lacrime. "Non ti sto mentendo, lo giuro."
"Perché?" Il suo respiro caldo mi accarezzò la nuca.
Tirai di nuovo su col naso. "Diceva che il mondo là fuori era pericoloso per me..." Mi asciugai gli occhi più volte.
"Pericoloso per te?"
Annuii. "Lavorava in banca e per questo aveva un sacco di nemici."
"Lavorava in banca?" Ripeté le mie parole, ma con una punta di sarcasmo e divertimento.
Tirai su col naso in silenzio, mentre le lacrime minacciavano di sgorgare di nuovo dai miei occhi. "Sì, mio padre lavorava in banca, è quello che mi ha detto, lo giuro!"
Finalmente si allontanò da me e io liberai il respiro che stavo trattenendo. Mi aggirò per raggiungere la scrivania e si accomodò sulla sedia. Lo guardai con gli occhi annebbiati dalle lacrime. Teneva il gomito appoggiato sul bracciolo mentre si accarezzava le labbra con un lungo dito. Continuava a fissarmi come se fosse stupito, o incuriosito, o disgustato, non saprei proprio.
"Quindi non sei mai uscita di casa?" domandò.
Scossi piano la testa. "No..."
La sua espressione era cupa e beffarda, come se non mi credesse affatto. "Tuo padre lavorava in banca e tu hai passato tutta la vita chiusa in una stanza? Non ti sembra un po' ridicolo, Natalya?"
Piansi più forte di prima, fiumi di lacrime che scorrevano più veloci del battito del mio cuore. "Perché non mi credi? Sto dicendo la verità... Cosa ci guadagnerei a mentirti?"
"Sai chi sono?" La sua voce era bassa, roca e pericolosa.
Tirai su col naso e scossi la testa. "No, non lo so! Le uniche persone che abbia mai conosciuto erano i miei genitori... e non voglio conoscerti," sussurrai l'ultima parte.
Aprì una scatola e tirò fuori un sigaro, lo stesso tipo di sigaro che fumava mio padre. Lo riconobbi, gliel'avevo visto fumare un sacco di volte. Lo accese ed espirò una densa nuvola di fumo. Mi guardò ancora per qualche secondo, poi sospirò.
"Torna in camera tua, Natalya," ordinò, con tono autoritario.
Deglutii e mi voltai per andarmene, ma mi fermai e tornai a guardarlo. "Cosa mi farai?" gli porsi la domanda più importante, quella che mi tormentava in fondo alla mente.
Le sue labbra si sollevarono da un lato in un sorriso maligno, gli occhi quasi neri come la pece. "Prima scoprirò se stai dicendo la verità o no, poi parleremo di cosa ti farò, piccola bugiarda."
Uscii immediatamente dal suo studio. Non dovrei avere paura, gli ho detto la verità. Spero che lo scopra presto, così potrà scusarsi per non avermi creduto.
