Capitolo 1 Moglie incinta impiccata
Jessica Martinez si ridestò di soprassalto, trafitta da una fitta acuta al basso ventre e dal bruciore della corda che le segava la pelle.
Appena la coscienza tornò a galla, capì di essere sospesa alla quercia secolare davanti all’edificio principale della tenuta, in una posizione di un’umiliazione indicibile.
Il ventre, gonfio all’ottavo mese, era esposto all’aria gelida; corde da arrampicata, ruvide, le passavano sotto le ascelle, tra le gambe e sotto l’addome teso, assicurandola a circa tre metri da terra.
La rugiada di fine autunno era così fredda da pungere come aghi; il gelo le risaliva lungo la schiena, le scoloriva le membra finché la pelle non si tese in un paesaggio di pelle d’oca.
«Svegliata?»
Dal basso arrivò una voce grave, fredda.
Jessica cercò di voltare il collo irrigidito e guardò giù: Benjamin Jones se ne stava comodamente seduto su un divano di vimini sotto l’albero, avvolto in una vestaglia di velluto nero, con in mano una tazza fumante di caffè nero.
«Benjamin…» La voce di Jessica era roca, spezzata. «Fammi… scendere…»
«Che fretta c’è?» Benjamin bevve un sorso lento. «Sei appesa da mezz’ora appena. Non dicono che le donne incinte hanno bisogno di più movimento? Appesa così dovrebbe far bene anche al bambino.»
Parlava con noncuranza, come se stessero commentando il tempo.
Le lacrime salirono agli occhi di Jessica all’istante. «Porto in grembo tuo figlio… sono all’ottavo mese… come puoi…»
«Ah, quindi lo sai che porti mio figlio?» Benjamin ridacchiò, una risata senza calore. «Jessica, quando pregavi sette o otto uomini di darsi il cambio con te, ci pensavi al bambino che avevi in pancia?»
Lei trasalì, scossa da quelle parole volgari.
Benjamin aveva trovato una serie di video sul suo telefono.
Nei video, la pancia da incinta era alta e tesa, le gambe spalancate.
Un uomo le serrava le cosce, il suo membro grosso che entrava e usciva da lei.
Due uomini le impastavano il seno, gonfio in modo innaturale per la gravidanza, stringendo così forte che il latte schizzava fuori.
Qualcuno le leccava il ventre.
Due uomini, insieme, le si spingevano in bocca.
Con le mani afferrava un altro uomo per ciascun lato, il corpo ricoperto di sperma.
L’intera scena era oscena e mostruosa.
«Erano falsi… è stata Harper—»
«Harper di nuovo?» Benjamin la interruppe, lo sguardo che si gelava. «Otto mesi fa, quando ti sei infilata nel mio letto, hai detto anche allora che qualcuno ti aveva drogata. Adesso, con queste porcherie, dici che Harper le ha falsificate di nuovo.»
Posò la tazza e si alzò con calma, andando a piazzarsi proprio sotto di lei.
L’orlo della vestaglia oscillò appena, rivelando polpacci duri, scolpiti.
«Jessica, indovina se ti credo o no.» Alzò gli occhi verso di lei, le labbra che si incurvavano in un sorriso crudele.
I domestici della tenuta se ne stavano a distanza, la testa bassa, senza osare guardare.
Il maggiordomo era tre passi dietro Benjamin, gli occhi fissi sul naso, il naso sul cuore.
Certo che non le avrebbe creduto: Harper, cresciuta con lui, la persona su cui contava, quella che gli aveva salvato la vita più volte, non poteva essere una donna intrigante e malvagia.
«Io non… davvero non…» Jessica ripeté disperata le stesse parole che aveva ripetuto innumerevoli volte negli ultimi sei mesi. «Quella notte mi hanno incastrata…»
Sentirla tirare fuori ancora il passato fece sparire l’ultima ombra d’espressione dal volto di Benjamin.
L’aria parve precipitare sotto zero.
«Davvero?» La voce di Benjamin era di una dolcezza spaventosa. «Allora quando Henry ha portato i giornalisti per accusarmi di averti stuprata, era tutto un incastro anche quello?»
Sul volto di Jessica passò un dolore vivo, con le lacrime che le tremavano negli occhi. «Taci!»
Benjamin sogghignò e schioccò le dita.
Due medici in camice bianco, con le valigette in mano, accorsero di corsa, seguiti da tre ostetriche.
In un attimo stesero sotto l’albero teli sterili e, con gesti esperti, disposero gli strumenti.
Le pupille di Jessica si contrassero di colpo. «Che... che cosa state facendo?»
«Visto che ami tanto le emozioni.» Benjamin si abbandonò allo schienale del divano, accavallando le gambe con eleganza. «Puoi partorire qui. Un parto all’aperto: fa bene al bambino, si riconnette con la natura.»
«No—» L’urlo di Jessica squarciò il cielo. «Benjamin! Sei pazzo! Così ucciderai me e il bambino!»
«Uccidere?» Benjamin inarcò un sopracciglio. «Non sarebbe fin troppo misericordioso, per te?»
Inclinò il mento verso il medico. «Cominciate. Niente anestesia: Harper deve prendere una medicina tra poco, e temo che l’anestesia possa comprometterne l’efficacia.»
Il medico esitò, visibilmente a disagio. «Mr. Jones, la posizione del feto è normale, ma in questa posizione sospesa non può partorire. Almeno dobbiamo abbassarla—»
«Allora la faccia partorire appesa.» La voce di Benjamin non ammetteva repliche. «Non le piace stare sospesa? Le sto facendo un favore.»
Tra dolore e stordimento, Jessica si chiese che cosa c’entrasse Harper con l’assenza di anestesia. Quale medicina? Perché tanta paura di alterarne l’efficacia?
Ma un’altra ondata di contrazioni la investì, più violenta della precedente. Jessica inarcò la schiena dal dolore; le corde le affondavano nella carne, e dal punto in cui la pelle era abrasata il sangue cominciò a colare.
«Si sono rotte le acque!» esclamò un’ostetrica.
Un fluido caldo le scivolò lungo l’interno delle cosce, le attraversò il corpo e gocciolò, a piccoli rivoli, sul telo sterile.
Arrivò un’altra contrazione brutale e, per il dolore, Jessica rischiò di perdere conoscenza.
Sentiva il bambino scendere, e quella sensazione di essere lacerata viva le strappò un ululato animale.
«Sta uscendo la testa! Signora, spinga! Spinga!» gridò l’ostetrica, ansiosa.
Ma, appesa com’era, partorire era quasi impossibile.
Jessica spremette ogni briciolo di forza; le unghie le si conficcarono nei palmi, e tra le dita colava sangue.
La vista cominciò ad annerirsi; nelle orecchie aveva soltanto il suo respiro pesante e il martellare del cuore, sul punto di cedere.
«Mr. Jones, così non funziona! Il bambino non riesce a uscire—alla fine soffocherà!» disse il medico, madido di sudore.
Benjamin fissò il volto di Jessica, deformato dall’agonia, e rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi disse: «Abbassatela.»
Le corde vennero allentate e Jessica precipitò come un burattino a cui abbiano tagliato i fili. I medici e le ostetriche la presero al volo e la distesero sul telo sterile.
Non ebbe nemmeno il tempo di riprendere fiato che la contrazione successiva le piombò addosso come un’onda, strappandole dalla gola un altro urlo lacerante.
Il bacino era al limite. Sentiva con chiarezza la testa del bambino che, lentamente ma senza tregua, spingeva verso l’esterno, comprimendo ogni fibra del canale del parto.
«La vedo! Spinga più forte!»
Jessica raccolse l’ultima forza, lasciò esplodere un ruggito spezzato e, subito dopo, nell’aria risuonò il pianto debole di un neonato.
«È un maschio!»
Benjamin si avvicinò e guardò Jessica stesa a terra.
L’ostetrica sollevò il bambino perché lo vedesse. Lui distolse lo sguardo con disgusto e ordinò: «Portatelo via e liberatevene.»
Si voltò per andarsene, ma sentì un tirare debole sull’orlo dei pantaloni.
Benjamin abbassò gli occhi. Jessica, aggrappata all’ultimo filo di forza, chiese: «Che cosa vuol dire “liberatevene”?»
Le labbra di Benjamin si incurvarono in un sorriso. «Jessica, non avrai davvero creduto che ti lasciassi partorire questo bambino per poi allevare questo bastardo, vero? La malattia al cuore di Harper ha bisogno del cuore di un neonato vivo come medicina. Altrimenti saresti morta insieme a Henry da un pezzo.»
