Capitolo 9 Non c'è più pietà

«Ahhh—!»

L’alcol ad alta concentrazione impregnò all’istante la sottile camicia d’ospedale, raggiungendo le ferite ancora aperte sulla schiena e sulle cosce.

Fu come se mille aghi roventi la trafiggessero tutti insieme, come se l’avessero gettata nell’olio bollente.

L’agonia le lacerò ogni nervo del corpo.

Jessica non riuscì a trattenere quell’urlo stridulo e spezzato che le esplose dalla gola. Il corpo le si contorse con violenza mentre l’alcol le bruciava le ferite, la carne sibilante sotto il morso chimico.

«Ripugnante.» Benjamin la guardò dimenarsi nel dolore, gli occhi senza la minima pietà, colmi solo di un disgusto glaciale. «Jessica, sei davvero nient’altro che una puttana da due soldi. Non sei capace di stare in un letto d’ospedale senza aprire le gambe al primo che capita.»

Lasciò cadere la bottiglia vuota e abbaiò ordini alle guardie e al personale medico accorso di corsa. «Prendetelo—» indicò Samuel, crollato a terra, «—e buttatelo fuori. Fate girare la voce. Chiunque lo assuma ne risponde a me, personalmente.»

«Sì, signore!»

Samuel venne trascinato via come spazzatura, le sue suppliche che si smorzavano lungo il corridoio.

Benjamin lanciò un ultimo sguardo a Jessica sul letto—tremante, quasi priva di sensi per il dolore. Qualcosa gli guizzò negli occhi per un istante, subito inghiottito da un gelo ancora più profondo.

«Curatele le ferite.» Si rivolse al medico ammutolito, poi si voltò e se ne andò a grandi passi.

Lo studio della casa principale.

Harper entrò con una tazza di tè calmante e la posò davanti a Benjamin. Gli scrutò l’espressione cupa, la voce gentile. «Benjamin, ti prego, non essere più arrabbiato.»

Benjamin non rispose; si limitò ad allentare la cravatta con stizza.

Harper lo osservò con cautela, tastando il terreno. «In realtà… visto che Jessica non sa controllarsi, forse sarebbe meglio divorziare? Dalle dei soldi e lasciala marcire nella vita che sceglie.»

«Divorziare?» Benjamin sollevò di scatto la testa. «Così può prendersi i miei soldi e farseli tutti, uno per uno, in questa città? Harper, sei davvero così ingenua?»

Il petto di Harper si serrò. Ritrattò in fretta. «Non è quello che intendevo… è solo che mi preoccupo per la tua salute. Arrabbiarti così per Jessica…»

«Non divorzio.» La voce di Benjamin fu definitiva, tagliata da una freddezza ossessiva. «Lei è in debito con te. È in debito con la famiglia Jones. E non ha ancora cominciato a pagare. Vuole la libertà? Neanche per sogno.»

Fece una pausa, poi aggiunse: «Non lascerà mai la famiglia Jones. Non sfuggirà mai al mio controllo. Non in questa vita.»

Harper abbassò gli occhi, nascondendo il lampo di odio geloso.

Benjamin non mollava. Anche con Jessica distrutta—reputazione in pezzi, corpo spezzato, ridotta a qualcosa di mostruoso—non era disposto a lasciarla andare.

No. Le serviva un altro piano. Qualcosa che annientasse Jessica del tutto, che facesse provare a Benjamin soltanto ribrezzo e disprezzo.

Qualche giorno dopo, Harper entrò nella stanza dell’infermeria con un’espressione luminosa.

«Jessica, ho una notizia meravigliosa.» Il suo sorriso era stucchevole, malato. «Ho invitato tua madre a far visita alla tenuta. Ha saputo che stavi male ed è terribilmente in pensiero per te.»

Il corpo di Jessica si irrigidì. Sua madre… quella donna instabile, la cui mente era un caleidoscopio in frantumi.

«Cosa? Che cosa stai progettando?» La voce di Jessica uscì secca, arida.

«Nulla, proprio nulla.» Harper batté le palpebre con aria innocente. «Ho solo pensato che dovesse vederti. Una riunione madre e figlia. Non preoccuparti, mi prenderò cura di lei in modo impeccabile.»

Un nodo di terrore si avvolse nello stomaco di Jessica.

Quel pomeriggio, Aria Clark venne accompagnata alla tenuta.

Harper si agganciò al braccio di Aria con affetto, guidandola in un salottino decorato con calore.

Jessica venne spinta dentro su una sedia a rotelle dai domestici. Si era cambiata: un abito a collo alto e maniche lunghe le copriva i segni sul collo e sulle braccia, e un velo di cipria attenuava il peggio di quel pallore.

«Mamma…» La voce di Jessica le si spezzò quando vide Aria.

Aria la fissò nel vuoto per un istante, poi gli occhi le si misero lentamente a fuoco. Allungò una mano. «Jessica? Sei tu, la mia Jessica?»

«Sono io, mamma.» Jessica afferrò quella mano fredda, costringendosi a sorridere mentre le lacrime le minacciavano gli occhi. «Sto bene. Non preoccuparti per me.»

Harper osservava di lato, un divertimento gelido che le giocava sulle labbra.

Portò tè e pasticcini, prodiga di premure. «Zia, bevi un po’ di tè. È la tua miscela preferita.»

Aria obbedì, portando la tazza alle labbra e bevendone un sorso.

Harper tirò fuori un album di fotografie e indicò una foto di Jessica adolescente. «Zia, guarda com’era bella Jessica. Che peccato, adesso…»

Lasciò la frase sospesa con un sospiro. «Tutta colpa di quegli uomini terribili.»

Lo sguardo di Aria passò dalla fotografia alla donna smunta davanti a lei. La confusione le velò i lineamenti.

«Uomini terribili… hanno fatto del male a Jessica?» chiese piano.

«Sì.» Harper si chinò un po’ più vicino, la voce insinuante. «Hanno picchiato Jessica, le hanno urlato addosso, l’hanno chiusa a chiave… adesso è piena di ferite, è straziante…»

«No… nessuno fa del male a mia figlia!» Aria scattò in piedi all’improvviso, agitata.

«Zia, ti prego, calmati…» Harper fece finta di trattenerla.

«Jessica è ferita!» L’espressione di Aria si contorse in un ringhio animalesco. Si avventò sulla sedia a rotelle di Jessica. «Chi è stato? Chi ha fatto del male a mia figlia?! Li ammazzo!»

«Mamma! No! Devi calmarti!» Jessica cercò di tirarsi indietro, ma la sedia a rotelle la teneva bloccata.

Aria le piombò addosso come una bestia rabbiosa, afferrandola per i capelli. Schiaffi, pugni, perfino unghie le si abbatterono sul viso e sul corpo in una furia caotica di violenza.

«Ti ammazzo! Ti ammazzo perché hai fatto del male a Jessica!»

«Mamma! Guardami! Sono io!» Jessica si protesse testa e viso, singhiozzando, ma Aria era fuori da ogni ragione.

Harper gridò di lato: «Zia! Basta! Quella è Jessica!»

Si fece avanti come per dividerle, ma nella confusione venne spinta all’indietro. La parte bassa della schiena urtò lo spigolo del tavolino.

«Ah!» urlò Harper, crollando a terra. Il viso le si fece bianco, il sudore freddo le imperlò la fronte.

«Harper!» La voce di Benjamin esplose come un tuono. Era comparso sulla soglia — Dio solo sapeva da quanto — e inquadrò la scena, l’espressione che gli si gelava addosso.

Si precipitò avanti e spinse via Aria con una forza tale che, già debilitata com’era, cadde pesantemente e perse i sensi.

Benjamin non degnò Jessica di uno sguardo. Raccolse Harper con cautela tra le braccia, vide la smorfia di dolore e il sangue che si allargava in fretta sulla parte bassa della schiena. La voce gli tremò d’angoscia. «Harper! Dove ti sei fatta male? Dottore! Chiamate un dottore, subito!»

«Benjamin… sto bene…» Harper cedette contro di lui, debole, le lacrime che le rigavano il viso. «Non prendertela con zia… è solo malata… Jessica non voleva che succedesse…»

Più le difendeva, più la furia di Benjamin si accendeva.

La strinse a sé, lo sguardo di ghiaccio che tagliava Jessica come una lama. «Jessica! Sei una maledetta piaga! Non riesci nemmeno a tenere a bada tua madre psicopatica! E adesso hai fatto del male a Harper?!»

Il viso di Jessica pulsava, i graffi le sanguinavano addosso. Prima che potesse parlare, sentì la sentenza di Benjamin.

«Da questo momento non la rivedrai mai più!»

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